Stefano Mormile: ‘Mio fratello Umberto, un testimone scomodo con la sventura di essere onesto’

Venerdì 11 gennaio 2019 si è tenuto a Milano presso il Palazzo Pirelli, sede della Regione Lombardia, la presentazione del libro “La Repubblica delle stragi – 1978-1994, il patto di sangue tra Stato, mafia, P2 ed eversione nera”. Dopo l’introduzione del Consigliere regionale e membro della Commissione Antimafia Luigi Piccirillo e del Presidente della Commissione Antimafia regionale Monica Forte, sono intervenuti alcuni degli autori del libro: Salvatore Borsellino (curatore del libro), Antonella Beccaria e Fabio Repici. L’incontro è stato moderato dal giornalista Giuseppe Pipitone. Durante l’evento è stato proiettato anche il video “Nuove ipotesi sul furto dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino” a cura di Angelo Garavaglia Fragetta.

Riportiamo di seguito il video dell’evento ed il testo della lettera che Stefano Mormile (nella foto), co-autore del libro, ha scritto in occassione di questa presentazione.

 

La Repubblica delle stragi non è solo un libro, è il racconto di ciò che è accaduto nel nostro paese tra il 1978 e il 1994, un periodo che ha segnato profondamente la storia d’Italia e condizionato gli assetti e gli equilibri politici, sociali ed economici, i cui effetti sono ben visibili anche e soprattutto adesso, a distanza di un quarto di secolo.

Ciò che è accaduto in quei 16 terribili anni, è stato già raccontato, separatamente, da tanti altri: scrittori, giornalisti, politici. E tuttavia, nessuno aveva mai individuato la consequenzialità di quei fatti, il denominatore comune che li ha annodati.
È quello che hanno fatto gli autori: un’analisi profonda dei fatti che aiuta a comprendere davvero quello che è successo e quello che sta ancora accadendo. L’intuizione degli autori ha permesso di svelare e, se permettete, di provare atti alla mano, la commistione ignobile tra poteri criminali, poteri economici e lo stato, in diverse protuberanze (politici, giudiziari, apparati di sicurezza).
Non è solo un libro, non è solo un racconto, non è solo un’analisi, è soprattutto una testimonianza, una testimonianza qualificata perché quei fatti, quelle storie, quelle elaborazioni, gli autori li hanno vissuti sulla propria pelle, per ragioni diverse:
– ragioni professionali per alcuni (un giudice, un avvocato, due giornalisti e autori di libri, sul pezzo da sempre, come si usa dire).

– ragioni culturali, perché ci sono quelli che non si girano dall’altra parte, preferiscono impegnarsi in prima persona, lottare per affermare verità e giustizia.

– Infine ci sono i familiari delle vittime come Salvatore Borsellino, come me e mia sorella Nunzia, che la storia l’hanno subita, che hanno toccato con mano la forza orribile di quella commistione di poteri concepita per spazzare via qualunque ostacolo si frapponesse tra loro e l’obiettivo.

Ecco, la storia di Umberto Mormile, mio fratello, ed anche quella della sua compagna, Armida Miserere, fanno parte di quella consequenzialità.

Umberto era colui che, per il suo lavoro di educatore carcerario a Opera, in provincia di Milano, e per la sua capacità professionale, aveva scoperto che alcuni boss della ‘ndrangheta, al carcere duro, facevano colloqui riservati e assolutamente illegali con apparati dello stato, i servizi di sicurezza. Non solo, ricevevano per queste confidenze, chiamiamole così, benefici carcerari assolutamente non dovuti. Parlo di trattamenti privilegiati durante la detenzione, ed anche di permessi premio durante i quali avrebbero potuto commettere reati e crimini, come peraltro accaduto certamente in alcuni casi scoperti alcuni anni dopo. Insomma, Umberto ha toccato la ‘commistione’, ha cioè visto in azione almeno una piccola parte di quella, rappresentata da stato e poteri criminali. Umberto è un testimone scomodo, ed ha anche la sventura di essere onesto. Non lo possono comprare, solo eliminare. Ed è ciò che accade, l’11 aprile del 1990.
Non è tutto. Umberto fa parte di questo libro perché rappresenta un caso di scuola per spiegare e capire la capacità di intervento di quello che sarà conosciuto poi come ‘consorzio’ od anche ‘anello’, ossia, i poteri collusi. Dunque, scoperto il potenziale pericolo, viene collegialmente decisa, organizzata ed eseguita l’uccisione di Umberto Mormile. Non solo, l’organizzazione è assai efficiente e si preoccupa anche di tenere ben occultata la verità, e quindi parte subito un primo depistaggio: la rivendicazione di una fantomatica sigla terroristica, la falange armata carceraria, per sviare le indagini verso una pista terroristica.
La falange funziona talmente bene che il consorzio decide di adottarla come organo di informazione utile a sostenere le proprie strategie. Di fatto, quella sigla, depurata dell’attributo carceraria, accompagnerà tutte le ignobili e terribili azioni criminali che accadranno da lì in poi, fino appunto al ’94, a volte rivendicando le azioni criminali, a volte anticipandole.
Ma non è l’unica azione di disturbo, il consorzio ha la capacità di rallentare e inquinare le indagini, non solo attraverso le rivendicazioni pseudo terroristiche, ma attraverso la calunnia, i falsi pentiti, l’alterazione di testimonianze, il mascheramento di prove, tutto quanto il repertorio tipico degli apparati di sicurezza, che, per esempio, cominciamo a conoscere attraverso la sentenza Borsellino quater che ben dimostra, per il caso Scarantino, come si costruisce un colpevole.

Insomma Umberto Mormile deve essere trasformato da vittima a colpevole, deve apparire come un corrotto, che ha pagato con la vita la sua eccessiva avidità.

Ma ancora non basta. Siccome c’è qualcuno che tenacemente non vuole piegarsi, la sua compagna, Armida Miserere, che continua a esibire le prove di incorruttibilità del suo Umberto ed anche a fastidiosamente cercare la verità sull’omicidio, allora è pronto il campionario di azioni dissuasive: offese, delegittimazione, minacce, violenze. Fino a quando Armida si arrende, o forse è aiutata ad arrendersi, e si uccide nell’aprile del 2003.
Questa è la loro storia, che è la storia di tanti, troppi servitori dello stato, come Antonino Agostino e sua moglie Ida Castelluccio, come Attilio Manca, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tutti, quelli conosciuti e quelli sconosciuti, hanno pagato con la vita la loro onestà e hanno dovuto subire la micidiale morsa del consorzio.
Questo libro è dedicato a tutti loro, ma è rivolto a voi, ai vostri figli, per tirare un sasso non nello stagno, ma nella palude, perché la nostra storia è stata ovattata e, poi, sepolta nel fango. Se vogliamo recuperarla, servono le torce per fare luce e, soprattutto, le mani, tante mani per fare il lavoro sporco di recupero. Bene, una torcia potrà essere questo libro, ed anche le sentenze sulla trattativa e del Borsellino Quater, ma le mani, devono essere di tutti noi, tante, tantissime.

Stefano Mormile (11 gennaio 2019)

 

Autore dell'articolo: Redazione