Capitolo 6. Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata – Note informatiche

  • 1. La prima e l’ultima rapina della Uno bianca.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Una strage a rate”, pag. 143 della 1° edizione – giugno 2018).
    Il primo delitto della Uno bianca fu una rapina al casello autostradale di Pesaro, 19 giugno 1987, e l’ultimo una rapina alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Bologna, 21 ottobre 1994.
  • 2. I racconti di Fabio e Roberto Savi.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Una strage a rate”, pag. 144 della 1° edizione – giugno 2018).
    La mattina del 21 novembre, durante un sopralluogo per una rapina (così loro dicono), Fabio e Roberto Savi si accorgono di essere pedinati dalla polizia; tornano verso le proprie abitazioni e notano agenti appostati sotto le case di entrambi (inter. Roberto Savi del 3 dic. 1994 e di Fabio Savi del 9, 27 e 28 dic. 1994). Chiamano le compagne, Eva Mikula e Stella Okonkwo, e cercano una cabina telefonica per una telefonata della Okonkwo ai familiari. La trovano a 20 km di distanza e … il caso vuole che si trovi dinanzi la COOP di Casalecchio di Reno. Succede, così, che l’occasione sia grata ai fratelli per raccontare di una rapina che dicono di aver fatto nel febbraio del 1988. Sarà, ovviamente la prima cosa che le compagne, poche ore dopo, avrebbero raccontato agli inquirenti.
  • 3. L’effettivo bottino della Uno bianca.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le fasi della Uno bianca”, pag. 145 della 1° edizione – giugno 2018).
    Masone parla di oltre un miliardo e mezzo. In, realtà, era superiore a 1 miliardo e 880 milioni e sarebbe stato di oltre 2 miliardi sulla base dell’elenco che, all’epoca, citava la Polizia di Stato (103 delitti in luogo degli 82 accertati dalle sentenze).
  • 4. Le fasi della Uno bianca, vite attraverso gli omicidi e i bottini.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le fasi della Uno bianca”, pag. 145 della 1° edizione – giugno 2018).
    Proviamo a esaminare la tabella che segue estrapolata dalle sentenze sui fratelli Savi.

    La tabella che precede comprende anche una serie di delitti collaterali a quelli della Uno bianca. Ovvero, una serie di rapine incruente da banditi “prendi i soldi e scappa” Se non fossero delitti ascrivibili all’azione materiale dei fratelli Savi, non varrebbe nemmeno la pena di parlarne. Sono del tutto privi di qualsivoglia surplus di inutile violenza e vi agiscono rapinatori che allungano le mani nella cassa di un casellante autostradale e poi fuggono spaventati o rapinatori che entrano in un supermercato, vedono il macellaio affilare minaccioso il coltello e voltano di corsa i tacchi.
    È difficile pensare che questi rapinatori siano gli stessi che, prima, affrontano spavaldi vigilantes super equipaggiati e, dopo, sparano a sangue freddo contro militari o cittadini inermi.
    Si prenda ad esempio una sequenza durata venti giorni. Il 30 gennaio e il 19 febbraio 1988 i banditi assalgono due furgoni blindati difesi da guardie armate anche di fucili a pompa e giubbotti antiproiettile. Nel frattempo, il 4 febbraio la stessa banda avrebbe rapinato un casello autostradale in cui c’era solo un casellante disarmato. Orbene, secondo le prime dichiarazioni dei fratelli Savi, nei due assalti alle guardie giurate, avrebbero agito in tre mentre nella rapina al casellante disarmato erano in quattro. È credibile?
    Può essere, pertanto utile riprendere la tabella A e escludere dal conteggio i delitti collaterali, considerando solo i delitti tipici della Uno bianca. La cesura fra le varie fasi è ancora più evidente.

  • 5. I racconti concordati da Fabio e Roberto Savi “nelle … linee essenziali” prima dell’arresto.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le fasi della Uno bianca” , pag. 147 della 1° edizione – giugno 2018).
    Nelle dichiarazioni rese ai pubblici ministeri dal 28 novembre 1994 al maggio 1995 i Savi hanno mentito su tutto; hanno dimenticato, dubitato, sbagliato sempre assieme e in modo evidentemente concordato prima (due persone non possono dire la stessa menzogna se non si sono precedentemente accordate).
    I Savi non sanno nemmeno quale fu la prima volta in cui spararono contro un uomo.
    Il 31 agosto 1987, per la prima volta, i banditi della Uno bianca aprono il fuoco. Con un colpo
    di rivoltella sparato da un metro, un metro e mezzo di distanza, “senza alcuna ragione plausibile”, colpiscono all’inguine Roberto Ricuperati, addetto al casello autostradale di San Lazzaro, teatro anche della successiva rapina commessa il 4 febbraio 1988. Bene, i fratelli Savi non sanno che quella fu la prima volta in cui avrebbero sparato contro un uomo!
    Fabio Savi afferma: «La prima volta […] è stato l’episodio della sparatoria sull’autostrada all’altezza di Cesena. Conoscevo Grossi Savino»7. Il riferimento è all’estorsione a un commerciante d’auto che si svolse in due fasi: una sparatoria intimidatoria contro la vetrina del negozio (10 settembre 1987) e un conflitto a fuoco in autostrada contro agenti di polizia (3 ottobre 1987). Quindi, il calendario lo smentisce.
    Roberto Savi non è da meno. Dice di essere rimasto scosso dal ferimento di Ricuperati (“mi impressionò molto”8, afferma). Tuttavia ritiene che tale rapina sia stata successiva a quella del 4 febbraio 1988, commessa con Occhipinti e Vallicelli.
    Qualcuno potrebbe pensare a due errori involontari in dichiarazioni sempre condite da dubbi e ambiguità. Non è così. I due, nella rapina Ricuperati, raccontano un’altra significativa balla. Dicono che in quella occasione avrebbero utilizzato un’auto rubata. Mentono. Nelle rapine commesse nel 1987 i banditi della Uno bianca hanno utilizzato sempre la Fiat Regata bianca di Alberto Savi con la targa posteriore posticcia, compresa quella del 31 agosto 198713. La ragione è semplice: all’epoca non erano capaci di rubare macchine.
    Roberto Savi, interrogato sulla macchina che utilizzarono per la rapina in cui ferirono il casellante fa un generico riferimento alle macchine rubate ai tempi delle edicole (Inter. Roberto Savi 30 dic. 1994 pag. 30). Il riferimento è alle macchine che rubavano approfittando della momentanea assenza dei proprietari che le lasciavano con le chiavi inserite, quando scendevano per andare a comprare il giornale. Quindi il PM conclude, ricevendone conferma da Roberto Savi, che siamo fuori dal periodo della Regata.
    Fabio Savi va oltre. Parla dell’episodio del ferimento del casellante e ritiene di poter escludere che avessero la Regata. Ritiene anche di ricordare che fecero il cambio della macchina; indica persino il luogo in cui l’avrebbero fatto (il parcheggio del Novotel, cfr. pag. 36, inter. 27 dic. 1994, che è un albergo sito nei pressi del casello autostradale di San Lazzaro). Ciò comporta, ovviamente, che, anche secondo Fabio Savi, sarebbero stati su una macchina rubata (non si fa il cambio macchina abbandonando la propria autovettura).
    In sintesi, i due fratelli dopo aver entrambi dimenticato che la rapina al casello autostradale di San Lazzaro del 31 agosto 1987 fu il primo episodio in cui spararono, pensano – sempre in coppia – di essere stati su una macchina rubata postdatando la rapina. Per quale ragione un simile errore?
    È evidente che sia Roberto che Fabio stanno consapevolmente mentendo perché la rapina al casello autostradale di San Lazzaro del 31 agosto 1987 fu fatta con la Regata del fratello Alberto e non c’era nessuna macchina rubata.
    Eppure dovrebbero ricordare bene l’episodio perché il calendario non inganna e la rapina del 31 agosto 1987 fu il primo fatto di sangue della Uno bianca. Inoltre, fu l’unica rapina, fra quelle ai caselli autostradali, in cui si fece ricorso alla violenza gratuita senza arraffare nemmeno i pochi spiccioli presenti. Si aggiunga che la Regata di Alberto Savi, oltre ad avere la targa posteriore manomessa, era priva di quella anteriore15, particolare ricorrente in molti dei delitti della prima fase.
    Per certo l’inutile, brutale e assurda sparatoria contro Roberto Ricuperati inchioda i Savi al loro destino: le loro armi vengono utilizzate contro un uomo da banditi che viaggiavano a bordo di una loro autovettura. Il loro percorso, da quel momento, è segnato.
    Il tentativo più serio che i fratelli Savi fanno per sottrarsi al futuro che li attende appartiene, infatti, al delitto successivo. È il tentativo di estorsione ai danni di Savino Grossi. Il fucile con cui Alberto Savi aveva firmato lo scalcinato episodio, fu venduto il 10 ottobre 1987. Senonché, dai dati inseriti nel Centro elaborazione dati, l’arma, per un errore di trascrizione, risultava venduta il 10 settembre 1987 (Pag. 87 sentenza Corte d’Assise Rimini), ovvero prima della sparatoria del 3 ottobre. Il tentativo fu, ovviamente, vano perché l’errore (?) fu facilmente smascherato.
    Inchiodati al loro destino dalla rapina Recuperati e dall’estorsione Grossi in cui sparano le loro armi e viene utilizzata la macchina del terzo fratello, Alberto, il crinale del coinvolgimento nelle vicende omicidiarie diviene sempre più ripido: inizia la stagione degli assalti alle Coop.
    Le ridicole menzogne sulla 1° fase della Uno bianca (rapine alle COOP).
    Nelle rapine alle Coop, anche ammettendo la loro improbabile presenza nella fase esecutiva del delitto, mancano, sempre e comunque, uno o più rapinatori. Talvolta propongono soluzioni fantasiose. Si pensi alla rapina alla COOP di Via Massarenti ove un personaggio mai individuato distrae le guardie giurate e le espone al fuoco dei complici. Fabio Savi, alla sua maniera, spiega tutto: era un vecchio maiale che guardava nei vespasiani; costui sarebbe andato incontro alle guardie per avvertirle della rapina. Senonché, il vespasiano era dall’altro lato della strada, distante dal luogo dell’agguato; il vecchio maiale non avverte le guardie di nessun agguato, ma si limita a distrarle. E, poi scompare; di lui resta traccia solo negli identikit degli uffici di polizia e nella memoria delle guardie giurate che lo indicano come uno dei banditi.
    Quando non riescono a inventare nulla giocano il jolly: aggregano il terzo fratello, Alberto, come nel caso della rapina al supermercato di Forlì.
    Vi sono, poi, casi in cui solo un’inversione di 360 gradi del proiettile può spiegare il modo con cui viene colpito alle spalle un bersaglio che avevano di fronte. Ad esempio nella rapina alla COOP di Via Gorki la guardia giurata Ferrero ha due banditi di fronte, ma viene colpito alle spalle. I Savi dicono di aver fatto quella rapina in due e sarebbero stati entrambi posizionati di fronte a Ferrero; è evidente, dunque, che mentono. Infatti, dal punto in cui, secondo buon senso, parte il colpo che ferisce Ferrero, poco dopo, si allontana un’auto con tre rapinatori a bordo. La vicenda è dettagliatamente descritta nella sentenza Corte d’Assise BO, processo Amato – p. 535, nota 518 -.
    Talvolta, i Savi omettono di parlare non solo dei rapinatori, ma anche delle macchine utilizzate dai rapinatori (Coop di Casalecchio di Reno e di via Gorki).
    Nella maggior parte dei casi, dopo aver dato una descrizione sommaria della rapina, non sanno dire altro. Ci sono situazioni, come nel caso della Coop di Rimini, in cui non sanno nemmeno a chi avrebbero sparato. In altre, ad esempio nella rapina di Casalecchio, sarebbero stati in tre a assalire cinque guardie armate scambiandosi munizioni fra loro nel bel mezzo del conflitto a fuoco.
    Tornando alle auto, la targa anteriore delle macchine mancava quasi sempre. Le macchine senza targa sono complessivamente 6: rapina al casello autostradale di San Lazzaro del 31 agosto 1987; Rapina alla COOP di Rimini (v. verb. di rinvenimento auto usata per la rapina, h. 21.20 del 30 gen. 1988 e verb. sequestro h 21.30 stesso giorno); rapina alla COOP di Casalecchio e, in questo caso, le auto senza targa anteriore sono 2, ovvero la Y10 trovata subito dopo la rapina (cfr. pp. 385, 413 e 535 Corte d’Assise BO, processo Savi) e un’alfa Giulietta trovata il 29 feb 1988 da anonimo personale della Questura di Bologna (cfr. pag. 378 Corte d’Assise BO, processo Savi); auto utilizzata a Catelmaggiore in occasione dell’omicidio dei carabinieri Stasi e Erriu.
    Ovviamente, i fratelli Savi non sanno nulla, anzi escludono di aver mai asportato la targa anteriore, anche quando le viti sono sul cruscotto e la targa all’interno dell’abitacolo ove loro si sarebbero trovati in occasione dei colpi.
    L’ipotesi più probabile per spiegare l’asportazione della targa anteriore è che fosse un segnale diretto ai banditi che avrebbero materialmente commesso la rapina per individuare l’auto da loro fornita per l’azione criminosa (Si rinvia a “L’Italia della Uno bianca”, Chiarelettere, 1° edizione marzo 2012 pp 125 e segg.). Ci sono vetture rubate, come nel caso di quella usata per la rapina alla Coop di Via Gorki, che fanno migliaia di chilometri e passano per città in cui i Savi non sono mai stati. La solita Fiat Uno bianca dell’assalto alla COOP di Via Gorki, quella che si allontanò con due banditi da Via Goethe, dal giorno in cui era stata rubata, 20 febbraio 1989, aveva percorso 1500 chilometri (Corte d’Assise BO, processo Savi, p. 679) Nell’auto viene ritrovato uno scontrino di un locale di Parma (Corte d’Assise Bologna processo Savi p. 545) città ove i Savi non erano mai stati
    Inoltre i due fratelli si attribuiscono la materiale esecuzione di delitti, come quello della Coop di Castelmaggiore (omicidio dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu), in cui nel corpo delle vittime vengono trovate ogive esplose da armi che non possedevano. Si pensi poi al particolare che, in quel caso, nella macchina dei rapinatori, viene trovato anche il bossolo di un’arma mai passata per le loro mani e che Roberto Savi giudica inspiegabile. E non basta perché i bossoli sono due. Il secondo viene disseminato da un brigadiere infedele dei carabinieri, Domenico Macauda, per incolpare una famiglia di persone innocenti. Inutile dirlo: i Savi non ne sanno niente.
    A proposito della tentata rapina alla Coop di Catelmaggiore e dell’omicidio dei carabinieri Stasi e Erriu, vi è anche un personaggio, Paolo Steriti (è stato imputato e poi assolto per tale episodio) che descrive puntualmente il colore della montatura degli occhiali di Fabio Savi mentre farebbe un sopralluogo alla Coop di Castelmaggiore, fornisce alcuni numeri della targa della sua auto, ma, incredibilmente, ne sbaglia il colore (Nota cat. A4/95/Digos Questura BO del 15 marzo 1995), ovvero la cosa più evidente. È una figura strana che scrive una lettera all’ambasciata iraniana proponendosi come combattente per l’Islam: viaggia a bordo di una macchina blindata (Nota compartimento Polizia Stradale del 13 novembre 1989) e ha una agenda criptata dalla cui decodificazione emerge il nome “Agente Rosa-Rava Polizia” (Nota Digos III Sezione Antiterrorismo del 18 marzo 1995). La decodificazione non consente grandi passi in avanti, ma è plausibile che Steriti avesse qualche conoscente al 113 della questura di Bologna, dove prestava servizio Roberto Savi, visto che alle 9.22 del 12 novembre 1992 gli arriva una telefonata da quell’ufficio (come sopra pag. 3). Certamente ha una passione in comune con i fratelli Savi: il casello autostradale di San Lazzaro che, prima di ricevere per due volte la visita dei banditi della Uno bianca, il 28 aprile 1984 era stato rapinato dai complici di Steriti, armati con una pistola da lui procurata. Nella sentenza di condanna, riguardo a Steriti, viene stigmatizzato «l’atteggiamento processuale improntato ad ostruzionismo calunniatorio e tentativo di inquinamento della prova» (Tribunale Bologna, sent, 2 maggio 1985, p. 14). Di tutto questo, i Savi non sanno e non spiegano nulla. Eppure tale Gaetano Podda, coimputato, poi assolto di Steriti nel processo per la rapina al casello di San Lazzaro, ha venduto a Fabio Savi l’abitazione di Torriana. Com’è piccolo il mondo!
    Sempre in tema di auto, quella usata per fuggire da via Gorki è una vera miniera di sorprese. Nel vano portaoggetti i rapinatori fanno trovare la Colt calibro 357 sottratta alla guardia giurata di Pesaro nella rapina precedente. Insomma intendono dire “siamo sempre noi”. Ma i Savi che interesse avrebbero a lasciare la loro firma? Perché dare la prova della loro colpevolezza? Le stranezze non finiscono qui.
    Ci sono macchine che, dopo la rapina, vengano spostate prima di essere ritrovate. È il caso delle auto usate per la mancata rapina alla Coop di Castelmaggiore finita con i due carabinieri trucidati il 20 aprile 1988, e quella usata in via Gorki28, finita con l’omicidio di Adolfino Alessandri. Inutile chiedere spiegazioni ai Savi.
    Qualcuno penserà che, commettere rapine come quelle, siano necessari sopralluoghi accurati. E infatti i nostri dicono che ne facevano tanti. Tuttavia, se provano a descriverne uno, la confusione è sovrana. Ad esempio parlano di un’attiva presenza di Pietro Gugliotta in un sopralluogo che avrebbe preceduto la rapina alla Coop di Castelmaggiore (20 aprile 1988). Impossibile dato che quest’ultimo, anche nell’ipotesi accusatoria più estrema, non entrò nella banda prima del 1990.
    Luca Vallicelli ha fatto parte della banda e non è mai stato accusato di aver partecipato a rapine alle Coop; non ha quindi alcun interesse a mentire sulle abitudini della banda cui partecipò fino all’11 febbraio 1988, quando il supermercato di Rimini era stato già rapinato e avrebbe dovuto essere in piena gestazione l’assalto a quello di Casalecchio di Reno. Dichiara (mai smentito da Savi): «Mai si parlò fra noi di questo tipo di azioni criminose [cioè le rapine alle Coop, nda] come attività che avremmo potuto commettere noi».
    Le bugie sui delitti della fase strettamente terroristica.
    Nei delitti di questa fase, normalmente agisce un numero limitato di banditi e si potrebbe pensare a un numero minore o meno paradossale di bugie. Non è così.
    Dopo la fase degli assalti alle Coop (1988-1989), la “prova del fuoco” sarebbe, secondo i racconti di Roberto e Fabio Savi alla moglie e alla fidanzata, una specie di test che Pietro Gugliotta avrebbe fatto per entrare nella banda: un gratuito tiro al bersaglio contro un tunisino, Driss Akesbi, che passeggiava in zona Fiera a Bologna il 2 gennaio 1990. Ovviamente, in pieno stile Savi, non quadra nulla.
    Il tunisino, appena ferito, viene soccorso e spiega che a sparargli sono stati quattro banditi a bordo di una Golf nera, auto che i Savi non ricordano di aver mai avuto. Chi fossero i banditi, oltre a Fabio e Roberto Savi, resta un mistero. Gugliotta non c’entra perché è stato assolto. Ha sparato anche una pistola mai stata nella disponibilità dei Savi. Fabio e Roberto Savi riescono a dire tutto e il suo contrario. Insomma, chi doveva fare la “prova del fuoco”?
    Si dirà che ne hanno fatte tante da rendere plausibili vuoti di memoria. Non è così. Quando parlano dei delitti collaterali in cui erano personalmente presenti, le descrizioni sono circostanziate. Un esempio. A Fabio e Roberto Savi si addebitano varie “doppiette”, terminologia di gergo per rappresentare due colpi compiuti in rapida successione. Il 2 luglio 1987 vengono rapinati il casello autostradale di Cesena e, subito dopo, quello di Rimini nord. Il 6 ottobre 1990 un’altra doppietta: tocca a un supermercato di Longara, frazione di Calderara di Reno, e quaranta minuti dopo a una tabaccheria di via Zanardi, a Bologna.
    A proposito della prima doppietta, i giudici di Rimini scrivono: «Si è spesso fatto riferimento […] a un’espressione usata dagli stessi Savi (doppietta) per indicare due rapine compiute […] nella notte del 2 luglio 1987. Più volte negli interrogatori gli imputati hanno ricordato con precisione, data la particolarità del caso la doppietta».
    Vediamo ora i racconti di Fabio e Roberto Savi in ordine all’episodio del 1990, che dovrebbero ricordare meglio anche per l’omicidio di Primo Zecchi, avvenuto nel secondo delitto di quella “doppietta”. Fabio Savi esclude «di aver commesso una rapina in danno di un supermercato circa quaranta minuti prima della rapina»33. Roberto, inizialmente, non ricorda il primo colpo e poi, dopo le contestazioni del pubblico ministero, parla di una rapina a Trebbo di Reno (ovvero in un comune diverso) e gli unici particolari che è in grado di offrire sono ovvietà come la presenza delle casse nel supermercato e la circostanza che avevano parcheggiato la macchina prima di entrare; chi l’avrebbe mai detto!
    Insomma, né Fabio né Roberto sanno nulla della prima delle due rapine commesse il 6 ottobre 1990. Forse, a questo punto, non ci si deve sorprendere se il Dna dei cinque capelli che Primo Zecchi stringeva in mano non corrisponde a quello dei fratelli Savi né a quello dello stesso Zecchi (si era ipotizzato che si fosse strappato i capelli nel momento in cui stava per subire il colpo d’arma da fuoco in testa). Eppure, «quelle formazioni pelifere appartenevano a un unico individuo» e almeno due «risultarono capelli recisi, quindi non caduti spontaneamente».
    Anche nella fase terroristica, come per la fase delle Coop, si verificano situazioni che sarebbero umoristiche se non fossero tragiche. Il 22 dicembre 1990 due banditi viaggiano su una Golf scura che i Savi non ricordano di aver mai avuto. Improvvisamente sparano con un revolver di proprietà di Roberto Savi e feriscono due lavavetri, Lahoussine Belgourch e Youssef Mounaddif. Fabio Savi dice di aver sparato lui mentre Roberto guidava. Ma il bandito che ha sparato era biondo e i Savi non lo sono affatto. Proviamo allora a vedere che spiegazione è stata data. I fratelli in quel periodo avevano, così loro dicono, una parrucca bionda da donna. È stata immaginata sulla testa di Fabio.
    Andrebbe quasi bene, se non fosse che erano le 13.15 e che il fatto si è svolto davanti al più importante centro commerciale di Bologna dell’epoca, una Ipercoop, nel pieno del periodo delle compere natalizie. È credibile che, in tale contesto, Roberto Savi, allora capo pattuglia delle volanti, girasse su una macchina rubata col fratello conciato in quel modo? In realtà i Savi non hanno mai detto che Fabio indossasse la parrucca bionda, hanno dimenticato di aver avuto una Golf scura e hanno sbagliato l’ora dell’evento, ritenendo che fosse “verso sera”.
    C’è un altro problema. Cosa facevano Fabio e Roberto Savi in giro per Bologna? Dovevamo “rubare delle automobili”, spiega il secondo, ma in quel momento avevano già almeno quattro macchine rubate, fra cui una (quella dell’omicidio Pasqui e Pedini, commesso il 27 dicembre 1990) che, al momento del rinvenimento, aveva percorso 1.800 chilometri dal giorno del furto (16-17 ottobre 1990), a una media di 72 chilometri al giorno.
    Ma la bugia più clamorosa dei Savi con riferimento alla seconda fase è l’aver sostenuto che erano interessati solo ai soldi anche quando era impossibile sostenerlo.
    Nell’assalto al campo nomadi di Via Gobetti, Roberto afferma che, assieme a Fabio, aveva perso tutta la giornata per cercare di rapinare una Coop. Rientrando a casa e dovendo scaricare le armi, avevano sparato contro le roulotte dei nomadi. Una evidente sciocchezza: la sparatoria contro il campo di via Gobetti avvenne alle 8.15 del mattino.
    Ma si pensi al 4 gennaio 1991, quando vengono assassinati al quartiere Pilastro di Bologna i giovani carabinieri Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini. «Il racconto dei Savi sulla loro serata del 4 gennaio ’91 è un modello quasi scientifico di sapiente organizzazione del caos, di inquietante assemblaggio di verità oggettive e di depistanti menzogne».
    Loro dicono che si trovavano a passare in macchina al quartiere Pilastro quando, all’altezza delle Torri, in via Casini, la loro auto fu sorpassata dalla pattuglia dell’Arma. Avrebbero a quel punto esploso dei colpi con armi lunghe (Ar 70 e Sig Maurin) ferendo il conducente Otello Stefanini. Nonostante le gravi ferite, il militare cercò di fuggire, ma andò a sbattere contro dei cassonetti della spazzatura circa 250 metri dopo le Torri. Loro li avrebbero inseguiti, continuando a sparare, e alla fine sarebbero scesi per finire i carabinieri. Tutto falso.
    All’altezza delle Torri, c’era un camion dei vigili del fuoco fermo, col lampeggiante acceso, e un pompiere a bordo che vide la macchina dei carabinieri passare. Descrisse il carabiniere alla guida e quello sul sedile posteriore, ma la gazzella dell’Arma non era seguita, affiancata e nemmeno preceduta da altri mezzi.
    E, ancora, due ragazzi a bordo della loro auto attraversarono un incrocio e passarono dietro l’auto dei carabinieri «senza neanche avere una sensazione incombente di pericolo […], laddove alla stregua dell’indecente racconto snocciolato in udienza da Roberto Savi, su via Casini avrebbero dovuto sibilare i proiettili di carabina da lui stesso asseritamente indirizzati verso l’auto dei carabinieri che (sic) avrebbe manifestato bruscamente sorpassandola, l’intenzione di sottoporre a controllo la Uno bianca con tutti i suoi lugubri occupanti».
    L’autopsia sui carabinieri ha dimostrato che i primi colpi furono esplosi dal revolver calibro 357 di Alberto Savi. La ragione per cui sparò per primo un revolver è semplice: le ferite provocate da questo tipo di arma causarono un “imponente” sanguinamento (Si veda ad. es. Corte d’Assise BO processo Savi, p. 986-987) e quindi non potevano essere successive ai colpi delle armi lunghe che determinarono la morte istantanea dei carabinieri.Si aggiunga che tutti i testi riferiscono che nella fase finale dell’eccidio gli assassini, scesi dalla Uno bianca, impugnavano armi lunghe, così confermando che il revolver sparò nella fase iniziale.
    Inoltre, anche la ragione per cui il revolver era impugnato da una persona ferma in mezzo alla strada e non da una persona a bordo di una macchina è semplice: il foro d’entrata dei proiettili nella fiancata dell’auto dei carabinieri era collocato a poca distanza da terra e aveva un andamento dal basso verso l’alto. L’arma, quindi, non era impugnata da una persona in macchina, né avrebbe potuto esserlo, ma da una ferma sulla strada acquattata o inginocchiata.
    Per questo, tutte le perizie che hanno ricostruito l’evento hanno affermato che il conflitto a fuoco fu iniziato da una persona ferma a piedi in mezzo alla strada armata di revolver e non da macchine in corsa che passano sparando sotto gli occhi di pompieri sordi e ciechi, mentre in mezzo circolano macchine di ragazzi che non si accorgono di nulla.
    La storia della tragica serata del 4 gennaio 91 al quartiere Pilastro di Bologna è, dunque, molto diversa da quella raccontata dai fratelli Savi: i carabinieri Moneta, Mitilini e Stefanini, durante un normale turno di controllo al quartiere Pilastro, poco dopo essere passati sotto gli occhi del pompiere fermo a bordo del suo camion, vedono un gruppo di persone, fra cui un collega infingardo (Roberto Savi): gli incolpevoli militari andavano uccisi. È quello che hanno spiegato gli unici giudici che, avendo sentito le panzane dei fratelli Savi dalla loro viva voce, hanno deciso che mentivano.
    Ma le bugie sull’eccidio del Pilastro non sono finite. C’è anche un quarto personaggio a San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, dove i banditi vanno per fare il “cambio macchina”. I Savi non hanno mai detto chi fosse. E, ancora, la Uno usata per l’eccidio viene bruciata. Fabio e Roberto Savi dicono entrambi di averla incendiata con un colpo di arma da fuoco al serbatoio. Mentono. Non vi sono fori all’altezza del serbatoio, mentre sono state trovate tracce di cherosene.
    Né meno sconcertanti sono i racconti sull’eccidio dell’armeria, altro evento su cui interloquirà la Falange Armata. La mattina del 2 maggio 1991, mentre un uomo resta sull’uscio dell’armeria di via Volturno, nel centro di Bologna, un altro entra e chiede alla proprietaria, Licia Ansaloni, una pistola Beretta 98f. La scarrella. S’intrattiene a lungo. Una coppia di ragazzi che aveva marinato la scuola, passa, chiede alcune informazioni e va via. Entra anche un frequentatore abituale dell’armeria; sente uno scambio di battute; poi si allontana a sua volta. Arriva Pietro Capolungo, che lavora nell’armeria.
    Il cliente aveva portato con sé un caricatore. Lo inserisce nell’arma. Spara e uccide entrambi. Insomma, un’esecuzione in piena regola. L’assassino si limita a portare via due pistole Beretta 98f per un valore commerciale di circa 700 mila lire ciascuna.
    Mentre un blackout elettrico isola la zona, il cliente abituale rientra da una porticina laterale e trova i cadaveri. Tratteggia un dettagliato identikit della persona che scarrellava l’arma. Un passante descrive la persona ferma sulla porta. Roberto e Fabio Savi hanno confessato l’omicidio. Il primo era rimasto fuori e il suo identikit lo rappresenta puntualmente. Il secondo era all’interno, ma in questo caso l’identikit consegna un’immagine totalmente diversa. Il teste ascolta anche la voce di Fabio Savi. Lo slang romagnolo lo sconcerta, ma quello che con ancora più evidenza smentisce i Savi è il movente, le due pistole. È falso: chiunque fosse all’interno dell’armeria, attese l’arrivo di Pietro Campolungo per assassinarlo.
    Fermiamoci qui sulle menzogne dei Savi, anche perché i primi a non credere a quello che dicevano erano proprio loro, che, infatti, nei confronti con Gugliotta e Occhipinti, avevano anticipato il cambio di versione al dibattimento, come puntualmente avvenuto.
    D’altra parte, nella terza fase, quella delle rapine alle banche, le menzogne sono più sfumate. Non è un caso che, in questo periodo, i Savi, che, si ricorda, nascono come modesti rapinatori di caselli autostradali, sembrano essere gli effettivi attori protagonisti delle azioni criminose.
  • 6. I confronti di Roberto Savi con Marino Occhipinti e Pietro Gugliotta.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le nuove dichiarazioni dei fratelli Savi” , pag. 147 della 1° edizione – giugno 2018).
    Ne confronti con Occhipinti e Gugliotta, Roberto Savi consegna frasi di assoluta ambiguità: «Mi è stato detto che eravamo in tre […], è più facile che io dica qualche bugia se non è la verità […], una prima dichiarazione […], magari quando siamo in aula». Si potrebbe pensare a un modo per tranquillizzare gli interlocutori, centrando l’effetto voluto. Ma il 21 giugno 1994, arrivato in aula, Roberto Savi cambia versione, esattamente come aveva anticipato nei confronti con Occhipinti e Gugliotta.
    Per il contenuto integrale dei confronti con Pietro Gugliotta del 20 febbraio 1995 e con Marino Occhipinti del 31 marzo 1995 si rinvia a “L’Italia della Uno bianca”, Chiarelettere, 1° edizione marzo 2012 pp 125 e segg.
  • 7. L’equiparazione delle condotte di chi preme il grilletto e di chi fornisce le armi.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le nuove dichiarazioni dei fratelli Savi”, pag. 147 della 1° edizione – giugno 2018).
    A proposito della equiparazione della condotta di chi esegue le rapine e di chi fornisce le auto e le armi per eseguirle, la Corte d’Assise di Rimini scrive (cfr pag. 98): “A ben vedere, …, lo studio dei luoghi, la fornitura di armi, il furto di auto in vista di delitti predeterminati, seppur attuati da altri soggetti nella loro fase decisiva, implica la partecipazione ai delitti stessi mediante un rilevante apporto casuale, e gli odierni imputati (i fratelli Savi – n.d.a.) non potrebbero sfuggire alla pena per quei fatti, salvo la necessità di cercare i complici” (APPUNTO!). Analogamente il Tribunale di Pesaro (cfr. pag. 29 sent. 22 giugno 1995): “Orbene, se anche così fosse, ritiene il Collegio che tale singolare – appalto – di una parte (preparatoria o esecutiva) dell’attività criminale di altre persone, … non lo (riferito a Roberto Savi – n.d.a.) esonera affatto dalla sua responsabilità penale”.
  • 8. Il Jolly Alberto Savi.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le nuove dichiarazioni dei fratelli Savi”, pag. 149 della 1° edizione – giugno 2018).
    Alberto Savi, parlando coi compagni di cella, precisa che, per quanto riguarda la sua specifica posizione, non avevano pianificato fino in fondo le sue deposizioni (Dich. Carrozzo del 7 luglio 1995), cosa che spiega l’ambiguità con cui i fratelli parlano della sua partecipazione ai delitti (il Jolly) nelle dichiarazioni rese fino al maggio 1995.
  • 9. La lettera dell’avvocato Bezicheri all’on. Andreotti.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “La Uno bianca e i catanesi dell’autoparco di Via Oreste Salomone”, pag. 151 della 1° edizione – giugno 2018).
    Il processo in cui furono condannati in primo grado e in appello i rapinatori catanesi è passato agli annali delle cronache come il processo alla banda delle Coop. L’avvocato Marcantonio Bezicheri è stato uno storico difensore degli esponenti della estrema destra. Lui stesso fu accusato in concorso con Mario Tuti, Fabrizio Zani e Jeanne Cogolli e poi assolto dall’omicidio di Mauro Mennucci, l’estremista nero che che nell’estate del 1975 aveva rivelato alla polizia il nascondiglio in Francia dello stesso Tuti e che l’8 luglio del 1982 venne freddato da un commando di terroristi (Cfr. Corte d’Assise Bologna, sentenza di 1° grado Strage del 2 agosto, paragrafo 1.2, capitolo IX ). Bezicheri, nel processo alla banda delle Coop, difendeva vari imputati.
    Una lettera a sua firma dà la misura della tensione che aleggiava. Segnalava a Giulio Andreotti, con una missiva a lui diretta, un presunto tentativo del Pm di coinvolgerlo nelle vicende del processo. Una lettera che, per le modalità di scrittura e il linguaggio, pare fare coppia con quella indirizzata da Paolo Steriti all’ambasciata iraniana per proporsi quale difensore dell’Islam. D’altra parte, secondo la Digos di Bologna, Bezicheri sarebbe stato «collaboratore e, si suppone, materiale estensore o ispiratore dei memoriali di Steriti» (Nota DIGOS Bologna, 15 marzo 1995, Cat. A4/95/DIGOS/Sez. 3° Antiterrorismo p.7).
  • 10. I personaggi del processo alla c.d. banda delle COOP.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “La Uno bianca e i catanesi dell’autoparco di Via Oreste Salomone”, pag. 151 della 1° edizione – giugno 2018).
    Al centro del processo della banda delle COOP c’erano varie squadre di pregiudicati catanesi che avrebbero compiuto, secondo le dichiarazioni di Anna Maria Fontana, diverse rapine nel nord Italia. Nel processo Amato venne sentita per molte giornate d’udienza e questo è il giudizio della Corte d’Assise: “La misura e la genuinità del suo (il riferimento è a Annamaria Fontana – n.d.a.) racconto è offerta, in prima battuta, dal suo stesso porgersi (vivo ed immediato anche negli atteggiamenti, nei toni e nella gestualità), fermamente impresso nella memoria di chi giudica, e – per forza di cose – non perfettamente immortalato nelle trascrizioni delle registrazioni fonografiche, la cui lettura, tuttavia, offre un termometro sufficientemente preciso della naturalezza e schiettezza della dichiarante e dell‟autenticità del racconto” cfr. p. 291 Sentenza Corte d’Assise Bologna processo Amato Antonino + altri. La Corte d’Assise del processo Savi ha dato un giudizio opposto, probabilmente condizionata da un equivoco.
    L’accusatrice era una prostituta che arrotondava i guadagni aiutando i banditi che venivano da Catania. Il marito, catanese anche lui con rilevanti precedenti penali, era il suo certificato di affidabilità. Inizialmente la donna si limitava a dare informazioni confidenziali e non aveva intenzione né interesse a collaborare con la giustizia. Ma quando parlò della rapina alla Coop di via Gorki e fece riferimenti ad altri colpi nei supermercati, rese dichiarazioni troppo importanti per mantenerle nel limbo delle confidenze e a quel punto divenne una pentita seppur mai gestita dai vertici degli apparati investigativi. Se ne occupò l’unico funzionario della questura di Bologna che non ha avuto a che fare (a parte la vicenda Fontana) con le indagini sulla Uno bianca.
    L’equivoco di cui si è detto consiste nella registrazione di un colloquio fra la Polizia Giudiziaria e la Fontana, riportata da pag. 251 a pag. 273 della sentenza. La conversazione faceva seguito a altri colloqui non registrati e aveva lo scopo d’indurre la Fontana a collaborare. La Polizia Giudiziaria contesta alla Fontana brani con circostanze che la potenziale collaboratrice non aveva ancora detto in quello specifico incontro. Sono informazioni che appartengono, infatti, ai precedenti colloqui confidenziali. La sentenza della Corte d’Assise del Processo Savi desume dal contenuto della trascrizione del colloquio che fosse la Polizia a fornire involontariamente informazioni alla Fontana e non viceversa. In realtà, una puntuale ricostruzione della dinamica della collaborazione della Fontana, come ha fatto la sentenza del processo Amato Antonino + altri, avrebbe potuto condurre a diverse conclusioni. Con ciò, ovviamente, non s’intende censurare la Corte d’Assise che ha celebrato il processo Savi, ma solo evidenziare l’importanza del contraddittorio che, nel caso di specie, in ordine alla posizione della Fontana non poteva esserci per l’ovvia ragione che non era un processo a riscontro delle sue dichiarazioni.
    Sono rapine ben strane quelle commesse dalle persone indicate da Anna Maria Fontana. Ad esempio il gruppo di rapinatori capitanato da Emilio Platania, secondo la donna, nel febbraio 1989 avrebbe rapinato un rappresentante di gioielli, Fava Favalini, che affermerà un fatto curioso: i banditi dissero che non ce l’avevano con lui, ma con lo Stato (Corte d’Assise Bologna, processo Amato, p. 519). La Corte d’Assise di primo grado ritenne di trovare riscontri schiaccianti, compreso un principio di confessione per la rapina Fava Favalini (Ivi, p. 503; il principio di confessione viene attribuito a tale Umberto Fazio, zio di Emilio Platania) in cui sarebbe stata impiegata la stessa macchina utilizzata alla Coop di via Gorki (pagg 731-732). Ma il procuratore generale non è contento: vuole pene più severe. E la Corte d’Assise d’Appello gli dà ragione.
    Poi arrivano i Savi: «Abbiamo fatto tutto noi e tutto da soli». Tutti assolti anche dalle rapine che i Savi non hanno mai confessato e su cui, viceversa, c’erano parziali ammissioni da parte di uno dei clienti catanesi di Anna Maria Fontana. Tutti assolti anche se, delle armi dei Savi usate in Via Gorki, Fontana sapeva solo che erano state procurate da un altro catanese, Gaetano Magro, che aveva trovato anche l’auto utilizzata per la rapina Fava Favalini (pag. 550).
    Il compito delle sentenze è quello di risolvere, nelle regole e con le regole, il rapporto fra la pretesa punitiva dello Stato e il diritto dell’individuo a difendere il proprio certificato penale. I rapinatori catanesi e gli altri sono stati assolti e, pertanto, come tali vanno ritenuti e rispettati. Le sentenze, tuttavia, non hanno il compito di scrivere la storia perché ci sono dei fatti che prescindono dalla decisione dei giudici ed esistono in quanto tali. Per esempio Anna Maria Fontana porta gli inquirenti in un locale dell’entroterra riminese, Parco Covignano, dove, oltre a Emilio Platania, troviamo personaggi di ogni genere, compresi quelli che l’avvocato Bezicheri aveva segnalato alle ire di Andreotti. È successo infatti che il locale è stato sottoposto a intercettazione da parte dellla procura di Ravenna, che ha archiviato gli atti. Le bobine vengono fortunosamente recuperate e il processo alla banda delle Coop, che nel recinto conoscitivo di Anna Maria Fontana riguardava solo alcune squadre di rapinatori, assume colori completamente diversi. Vediamo chi sono i personaggi che frequentano Parco Covignano.
    Francesco Sgrò è un bidello romano che era stato condannato per aver depistato le indagini sulla strage dell’Italicus, avvenuta il 4 agosto 1974 a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna. L’accusa nei suoi confronti era quella di aver procurato dei documenti ad alcuni latitanti. Personaggio che si incontra in varie vicende, Sgrò aveva millantato anche la sua appartenenza nella segreteria di Giulio Andreotti. Oltre a lui, troviamo Giuseppe Giannerini che sosteneva di far parte della segreteria dell’onorevole Stelio De Carolis del Pri. Proprio nel periodo in cui erano attive le intercettazioni, viene arrestato perché nella sua macchina, assieme a pregiudicati calabresi, tessere e paramenti massonici, viene trovata una pistola (pag. 1017 e segg. Corte d’Assise processo Amato)
    Scorrendo ancora i personaggi che frequentavano Parco Covignano, Nicola Marcucci è un ex magistrato radiato dalla magistratura. Costui, assieme a Giannerini, racconta di una cena svoltasi proprio a Parco Covignano in cui si parlava dell’organizzazione di rapine in Emilia Romagna con degli alibi di ferro (pagg. 1131 e segg). A tale cena avrebbero partecipato anche Luigi Marletta, detto Zu Ginu, e i figli, appartenenti, secondo la sentenza di primo grado (confermata in appello e annullata dalla Cassazione), a una «potente famiglia che si colloca dietro i pendolari catanesi della rapina» (pag. 1410). La Corte d’Assise ha sentito personalmente le intercettazioni telefoniche in camera di consiglio ed è impietosa nel descrivere l’anomalo atteggiamento di “umiltà e insicurezza” con cui Platania telefona da Parco Covignano a Marletta per chiedere l’autorizzazione a fare delle rapine.
    Inoltre vi sono dei rapinatori calabresi con cui Platania, secondo la Corte d’Assise, doveva fare una serie di colpi. Ma questi non si sente tranquillo e chiede a Marletta di mandargli «una persona fidata che gli guardi le spalle» (pag. 1032). E infatti gli viene mandato un catanese, tale Caruana. Vi sono poi latitanti come il calabrese Vincenzo Lombardo (pag. 1154) cui Sgrò avrebbe procurato, secondo la sentenza di primo grado, i documenti. Vi è un «anonimo agente della polizia stradale» che si prende la briga di dare in anteprima la “brutta notizia” dell’arresto del fratello a un uomo dell’entourage del gestore del locale (pag. 1018). Che si chiama Renato Napolitano. Anna Maria Fontana lo aveva indicato come presente, assieme a due rapinatori, a un sopralluogo che avevano fatto insieme all’interno del supermercato alcune ore prima della rapina alla coop di via Gorkj. Un teste lo riconosce e un altro teste, da lui stesso citato a deporre, spiega di averlo incontrato la sera della rapina alle 21.30 e di aver saputo da lui che veniva da Bologna (pag. 697).
    Prima di assumere la gestione del locale a Parco Covignano, Napolitano aveva vissuto dal 1974 in Belgio, a Charleroi precisamente, dove gestiva una pizzeria dal nome evocativo, “La camorra” (pag. 1158 Corte d’Assise processo Amato). Delforge, un poliziotto di quella città, sentito il 26 dicembre 1991 per rogatoria, lo indicava come interessato alle rapine (pag. 1148) e amico di vari banditi belgi (pag. 1032). Inoltre, secondo la Corte d’Assise, nelle pertinenze di una abitazione nella sua disponibilità a Lido di Savio (Ravenna), era stata trovata una pistola mitragliatrice priva di matricola. Secondo Delforge, somigliava a un’altra arma che un uomo dell’entourage di Napolitano gli aveva mostrato nella pizzeria belga (pag. 1151). Era poi legato da profonda amicizia con Zu Ginu Marletta che gli era grato per aver aiutato il figlio arrestato a Binche, nella circoscrizione giudiziaria di di Charleroi, il 4 dicembre 1982, dopo una rapina a un gioielliere e un conseguente conflitto a fuoco. Napolitano si attivò presso il foro locale e, «se sia stato questo l’unico aiuto fornito da Napolitano, non è dato sapere», commentano i giudici della Corte d’Assise, evidentemente colpiti da sì profonda amicizia (pag. 1159).
    La rapina alla Coop di Via Gorki (26 giugno 1989) fu l’ultima ai supermercati. L’assalto all’ufficio postale bolognese di via Emilia Levante (15 gennaio 1990) sembrerebbe evocare, per il numero dei rapinatori (almeno 6 secondo un teste, cfr. contestazioni fatte a Fabio Savi nell’interrogatorio del 17 gennaio 1995) e per il fuoco reiterato e diffuso contro le finestre e i balconi, l’assalto del 26 giugno precedente.
    Quella fu l’ultima volta in cui i banditi della Uno bianca ostentarono una prova di forza, per così dire, muscolare (certamente è un caso, ma il 3 marzo 1990 – Corte d’Assise Bologna, processo Amato pp. 47 e 48 – venivano arrestati i catanesi poi imputati nel processo Amato). Invero, a prescindere dalle modalità operative, i banditi, nell’assalto all’ufficio postale di Via Emilia Levante, si mossero in un’ottica obiettivamente stragista che provocò oltre cinquanta feriti, alcuni dei quali davvero gravi (La Corte d’Assise di Bologna del processo Savi ha escluso il delitto di strage, ovviamente incompatibile con la logica proposta inizialmente dai fratelli Savi che riferivano di agire solo per motivi di lucro). Sembra pertanto corretto catalogare tale delitto fra i prodromi della seconda fase, quella apertamente terroristica in cui la Uno bianca fu sponsorizzata dalla Falange Armata.
    Occorre precisare che l’esistenza di una fase apertamente terroristica della Uno bianca non vuol dire che la prima fase non lo fosse. Le sparatorie furibonde e indiscriminate contro donne e bambini in fuga, il surplus inutile di violenza, gli omicidi a sangue freddo, la scelta di obiettivi ripetitivi e simbolici (le Coop) sono i fattori evidenti di una strategia terroristica rispetto alla quale la seconda fase ha buttato via la maschera. Nelle 165 udienze del processo alla banda delle Coop, i difensori degli imputati hanno sistematicamente contrapposto le rapine “normali” a quelle «ispirate da un disegno travalicante il conseguimento del lucro patrimoniale» (Cfr. pp. 519 e 737 sent. Amato Antonino + altri). In particolare la rapina Fava – Favalini e la rapina di Via Gorki rientrerebbero nelle rapine atipiche, per essere, la prima, caratterizzata dal fatto che i rapinatori ce l’hanno con lo Stato e, la seconda, per la particolare e gratuita violenza. I giudici evidenziano come “la prospettazione … prescinde completamente dalle ammissioni, più volte ricordate di quel Umberto Fazio, che del gruppo di rapinatori catanesi fa parte” (pag. 519). Da un lato, dunque, gli “onesti rapinatori” inquisiti in quel processo e dall’altro, “torbidi assassini e depistatori”, all’epoca ancora sconosciuti.
    Con una argomentazione da manuale, la Corte d’Assise ha liquidato l’argomento, la cui suggestione è stata rilanciata dal successivo arresto dei fratelli Savi. I giudici condividono il rilievo nella parte in cui si pone l’accento su rapine intrise da una tracimante componente sanguinaria, ma non «le interferenze che se ne vogliono trarre». Scrivono infatti: «Si dovrebbe individuare una sorta di incompatibilità criminologica fra chi perpetra le rapine – normali – e chi non rifugge da scelte necessariamente (e non solo eventualmente) sanguinarie come quelle sottese all’impresa di via Gorki» (pag. 519).
    Senonché, proprio la storia della banda delle Coop dovrebbe essere istruttiva sui rischi di una compartimentazione genetica fra “onesti rapinatori” e “rapinatori terroristi” o, più complessivamente, fra mafia, terrorismo, eversione e apparati deviati. Si pensi agli “onesti” banditi che rapinano Fava Favalini e ce l’hanno con lo Stato. Si pensi ai frequentatori di Parco Covignano e al suo gestore.
    Se c’è un modello di terrorismo cui la storia della Uno bianca sembra ispirarsi, almeno a livello di suggestione, è infatti quello della banda belga del Brabante Vallone. E lui, Renato Napolitano, a sentire l’ispettore Dalforge, era, con le sue armi, i suoi amici rapinatori e la sua pizzeria “La camorra” proprio nei luoghi e negli anni in cui la banda impazzava.
  • 11. La Banda delle Coop nell’autoparco di Via Oreste Salomone.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “La Uno bianca e i catanesi dell’autoparco di Via Oreste Salomone”, pag. 152 della 1° edizione – giugno 2018).
    Anna Maria Fontana avrebbe accompagnato a Milano dei rapinatori della squadra capitanata da Emilio Platania nell’autoparco di Via Oreste Salomone allo scopo di prendere delle armi da un catanese che abitava lì vicino (pag. 207-208). Poi ha aiutato anche la Polizia nell’identificazione del personaggio in questione. Costui viene identificato, abitava in via Oreste Salomone nei pressi dell’autoparco e le successive intercettazioni documentano i suoi rapporti con Platania (pag. 905) e confermano le dichiarazioni della Fontana).
    Le date mettono al riparo dal sospetto di strumentalizzazioni del clamore suscitato dall’indagine sull’autoparco, di cui si parla in un altro capitolo. Le indagini sulle dichiarazioni di Anna Maria Fontana risalgono al 1990 e la sentenza di primo grado viene depositata l’11 maggio 1992 mentre il blitz sull’autoparco scattò il 17 ottobre successivo.
  • 12. La Banda del Brabante Vallone.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “La Uno bianca e i catanesi dell’autoparco di Via Oreste Salomone” , pag. 152 della 1° edizione – giugno 2018).
    La storia della banda del Brabante Vallone racconta di ventotto morti, un bottino che oscilla tra i 6 e i 7 milioni di franchi belgi, cioè tra i 150.000 e 175.000 euro, secondo la commissione parlamentare che nel 1997 venne incaricata dal parlamento belga di indagare sui fatti del Brabante Vallone. Certo, cifre che vanno rapportate al costo della vita di allora, ma che non sono sufficienti a giustificare la morte di Rebecca Van Den Steen, 14 anni, uccisa con suo padre e con sua madre il 9 novembre 1985 ad Alost, nel corso dell’assalto al supermercato Delhaize. E poi ci sono Marie Jean, George, Jan, Dirk, e Annice, 10 anni. Abbattuti alla vigilia di una festa, com’era quel 9 novembre 1985. Il giorno dopo sarebbe stato San Martino e la gente si era assiepata dentro il centro commerciale. Mancavano pochi minuti alle 19 e occorreva completare gli ultimi acquisti in vista dei pranzi e degli ultimi regali per il giorno successivo. Malgrado i controlli delle forze dell’ordine fossero ormai elevatissimi, nel parcheggio arrivò una Golf Gti da cui scese un commando che sparò sulla gente assiepata alle casse e fece una strage. L’ultima. Da allora sparirono nel nulla, senza che mai si sia arrivati ad alcuna risposta definitiva su quella che viene definita la storia del delitti del Brabante Vallone.
    Il Belgio, come l’Italia, è stato un paese di scandali. Alcuni dei quali hanno evidenziato gravi disfunzioni all’interno della giustizia e della gendarmeria, ultimo dei quali il caso di Marc Dutroux, il mostro di Marcinelle. Ma prima ci fu il dossier Agusta, che coinvolse ministri corrotti, industriali francesi, politici italiani. E ancora prima, tra gli scandali belgi, vanno annoverati i delitti del Brabante, un commando di persone che sono stati chiamati anche i “tueurs fous”, gli assassini folli, sui quali grava la responsabilità di quei ventotto morti, falciati in ventiquattro attacchi messi a segno tra il 1982 e il 1985. Come una storia che si ripeterà in Italia con la vicenda della banda della Uno Bianca, si tratta di persone assassinate in modo spietato, la maggior parte dentro e fuori alcuni supermercati e senza una ragione apparente. Apparente perché questi massacri hanno lasciato spazio a considerazioni di natura politica che chiamano in causa apparati dello Stato. E a questo proposito può venire in aiuto ricordare qualche fatto.
    Il 30 settembre 1982 alcuni uomini assaltano un’armeria di Wavre, una cittadina del Brabante Vallone. Qui si fa un ferito e spariscono alcune armi. Armi che non si possono acquistare ovunque, sono – si potrebbe definirle – “prodotti d’artigiano” realizzati su commissione, con tanto di silenziatori. Un poliziotto che prova a intervenire viene ucciso a sangue freddo. Una domanda su tutte è rimasta senza risposta: i rapinatori come potevano sapere che qui si fabbricavano armi così particolari? La risposta cade nel vuoto. Nelle settimane che seguono, un commando fa irruzione in un albergo di Beersel e se ne va dopo aver “rapinato” qualche pacchetto di sigarette, di caffè e un po’ champagne. Un bottino che avrà una contropartita: l’uomo presente viene freddato con sei colpi sparati alla testa. Trascorre ancora un po’ di tempo e un tassista di Mons, cittadina poco lontana da Bruxelles, dove ha sede anche il comando Nato, è trovato morto all’interno della sua auto: quattro proiettili nel cranio. Perché? Anche qui non è dato saperlo. Ma per gli investigatori esisterebbe un legame tra questi casi e questo legame passa per le armi utilizzate, sempre le stesse.
    Torniamo però indietro di qualche anno. Torniamo al 1981, alla notte dal 31 dicembre, quando un commando penetra in una caserma della gendarmeria, sede di un’unità d’élite, la squadra speciale d’intervento. Il commando si dirige con sicurezza verso l’armeria, dove era stato appena depositato un lotto di un nuovo tipo di mitragliette, armi ad alta precisione di fabbricazione tedesca e a disposizione solo delle unità antiterrorismo. A essere portate via sono solo queste armi, più qualche “riotgun”, fucili a canna corta usati dalle squadre antisommossa. Chi segue le indagini non può ignorare che il commando sapeva della fornitura appena giunta. E nemmeno si può ignorare che conoscesse alla perfezione il luogo: gli uomini che hanno assaltato la caserma si sono mossi con sicurezza per puntare verso l’armeria. Sul loro cammino hanno incontrato un solo gendarme, bersagliato da colpi d’arma da fuoco e che se la cava per un pelo. Ma non è ancora finita. È solo l’inizio, anzi, è solo un prodromo, perché qualche mese dopo viene presa d’assalto una piccola fabbrica tessile. Ancora una volta gli assalitori sono ben informati perché qui si sta mettendo a punto un nuovo modello di giubbotto antiproiettile. Due morti – un portinaio e un impiegato – per rubarli.
    Passa un mese e a essere attaccato è il primo supermercato. A questo punto si inizia a parlare degli assassini folli del Brabante Vallone. I cittadini belgi sono sotto choc a causa di questa storia e lo saranno sempre di più, con il trascorrere il tempo e il moltiplicarsi degli assalti. La gente inizia a disertare i grandi magazzini a partire dal 1983 per timore di trovarsi di fronte ai fucili a pompa del commando omicida. E quando nel mirino finisce un punto vendita della catena Delhaize, ecco che si aggiunge un nuovo elemento: gli assalitori si presentarono con i volti travisati da maschere di carnevale. Si impossessano dalle casse di una piccola somma di denaro e fuggendo bersagliano con una raffica di colpi un’automobile che li infastidisce.
    Gli attacchi ai supermercati si infittiscono e sono sempre più violenti e sanguinosi. Aumentano i morti. A Nivelles vengono uccisi due passanti per rubare loro delle caramelle e dell’alcol. In un altro caso, invece di darsi alla fuga, gli assassini attendono l’arrivo dei gendarmi. Un comportamento decisamente bizzarro per dei rapinatori il cui unico scopo dovrebbe essere quello di arraffare il più possibile e tagliare la corda. È evidente ormai che il commando non solo è ben armato, ma che le sa usare bene le armi che impiega. Intanto viene ucciso un gendarme e si fa un altro ferito. E ancora un veicolo delle forze dell’ordine viene preso di mira da un gruppo che si muove con modalità militari. I criminali indossano lunghi cappotti di stoffa spessa, come quelli usati da gente dell’esercito o da qualche organizzazione paramilitare, e guidano sempre auto dello stesso tipo, delle Volkswagen Golf.
    Ecco dunque che il Belgio precipita in un periodo molto travagliato. A questo quadro si può aggiungere un’altra organizzazione, le Ccc, le cellule comuniste combattenti, che moltiplicano gli attentati nel paese e qualcuno inizia a fare un collegamento con gli assassini folli del Brabante, per quanto gli attacchi ai supermercati non rientrino affatto nell’operatività del terrorismo di estrema sinistra. Ma in qualche caso c’è comunanza di armi. Infiltrazioni? Permeabilità?
    Dunque chi sono i criminali? Poi, nel 1984, silenzio, il commando non colpisce più, le armi si zittiscono. È finito l’incubo? Se qualcuno inizia a pensarlo, dovrà abbandonare questa convinzione nel settembre 1985 quando – di nuovo – una Golf Gti si ferma improvvisamente nel parcheggio del supermercato di Braine-l’Alleud, regione del Brabante. Uno degli occupanti è particolarmente imponente, tanto che viene chiamato “il gigante”. In totale il commando è composto da tre uomini, che scendono dall’auto. Anche stavolta portano maschere di carnevale e dei cappotti di foggia militare. E come già accaduto in passato, iniziano subito a sparare contro qualsiasi cosa si muova. Uccidono chiunque trovino davanti e in pochi passi conquistano l’interno del supermercato seminando il panico. A questo primo colpo del 25 settembre 1985 ne segue a ruota subito un altro, lo stesso giorno, sempre in un supermarket della stessa catena, che fa cinque vittime, assassinate senza alcuna ragione. Il bilancio finale di quella giornata è di otto morti.
    Si è di nuovo da capo: l’incubo degli assassini folli del Brabante è tornato. Qualche giorno dopo, ad Alost, provocano un altro massacro che non frutta praticamente denaro. È il 27 settembre 1985, un venerdì, e a quel punto è chiaro che questi criminali non sono rapinatori, ma giustizieri che cercano – riuscendoci – di seminare il terrore. Come altro giustificare l’omicidio prima di una bambina e poi di una famiglia intera? Alla fine il bilancio sarà ancora di cinque morti. E quando i banditi se ne vanno, il gigante si sporge dalla Golf e continua a sparare con un riotgun, il solito fucile antisommossa. La polizia interviene rapidamente questa volta, una volante si mette all’inseguimento, ma senza risultati. Il commando riesce a darsi alla fuga. E a quel punto, i supermercati si svuotano ancora di più, soprattutto nei fine settimana.
    La sera dell’ultima strage ad Alost, il 9 novembre 1985, quando viene uccisa a 12 anni Rebecca, il commando se ne va gettando un sacco in un canale di Charleroi. C’è chi vede questa operazione e viene ordinato di dragare il corso d’acqua, senza che si trovi niente. L’inchiesta, dunque, registra un altro buco: dispersa in molti rivoli, senza un coordinamento, con pezzi essenziali dell’indagine che vengono smarriti o dimenticati. Tornando a quel sacco, un anno più tardi, con il cambio del procuratore, si ordinano nuove ricerche e a questo punto emerge quello che qualcuno ha definito un “vero tesoro”: dal fondo del canale saltano fuori armi, munizioni, giubbotti antiproiettile rubati, più alcuni oggetti presi ad Alost, compresa una somma limitata di denaro. Mancano però le armi usate negli assalti, fatto che viene letto come una minaccia futura.
    Analizzando dunque la storia degli assassini folli del Brabante, è chiaro che non si sta parlando di criminali ordinari. Questi – stabiliranno indagini lunghissime e costellate di difficoltà – sono professionisti della sovversione, rintracciabili negli ambienti dell’estrema destra belga. E per iniziare a riannodare i fili di questi “professionisti della sovversione” occorre partire dal cosiddetto affaire Pinon. Una storia legata a un medico, André Pinon, e a sua moglie. Quest’ultima, sospettata di infedeltà dal marito, era stata fatta seguire da un investigatore privato il quale era andato ben oltre la conferma di un semplice tradimento: la donna avrebbe infatti partecipato a una serie di “balletti rosa” con alte personalità della politica belga. In questi festini – in questi partouze, come si chiamano in francese – si sarebbe abusato anche di minori e ne sarebbe stato tratto materiale per ricatti proprio a quelle personalità. Il legame con l’estrema destra viene inizialmente individuato nel 1980, quando il direttore di un giornale che si interessa a questa vicenda farà condurre a un suo cronista un’inchiesta in cui si scoprirà che nell’entourage dei frequentatori dei partouze, trasformati in abili e insidiosi ricatti a danno di personalità pubbliche, c’erano anche estremisti del Front de la Jeunesse. O meglio – essendo stato il Front de la Jeunesse sciolto per le sue tendenze nazistoidi – dell’organizzazione che ne aveva preso il posto, la Westland New Post. Una specie di porto di mare per neonazisti, uomini dei servizi, gendarmi in odor di eversione e criminali di varia taglia.
    Nel 1984, Paul Latinus, uno dei suoi dirigenti che doveva giocare su un doppio fronte (da un lato gli estremisti e dall’altro la gendarmeria), afferma di essere minacciato di morte a causa dell’affaire Pinon. Ormai emarginato, tossicodipendente e braccato, verrà ritrovato impiccato a casa della sua fidanzata, appeso a un calorifero con il corpo che tocca il pavimento. Un po’ di tempo dopo il direttore di un carcere risulta invischiato in una faccenda di titoli rubati. Su di lui grava anche il sospetto di essere stato prossimo agli assassini folli e di bazzicare un poligono di tiro frequentato dagli estremisti. E c’è poi un magistrato con una doppia vita analoga. Inoltre all’inizio degli anni Ottanta si viene a sapere che alcuni gendarmi usavano tecniche un po’ particolari per lottare contro il narcotraffico non esitando a trasformarsi essi stessi in narcotrafficanti, un po’ come fanno i sudamericani, proprio coloro che hanno addestrato i gendarmi belgi. E qui si aggancia un’altra faccenda.
    Nel 1986, viene assassinato il direttore di un’industria di fabbricazione delle armi, la Fn di Herstal, specializzata nell’esportazione verso l’America Latina. È uno straniero indicato come vicino alla Cia. Si chiama Juan Mendez, è un amico del direttore del carcere già citato, ha legami con l’estrema destra e frequenta gli stessi poligoni in cui si ritrovano molti militanti dell’estrema destra. Ma frugando un po’ nella sua vita, si scopre anche che l’esportatore d’armi collaborava con gli Stati Uniti in alcuni frangenti “sensibili”: si tratta di alcune forniture d’armi clandestine legate all’affaire Irangate e destinate anche a contrastare i movimenti rivoluzionari in Nicaragua (il cosiddetto affare Iran-Contras). Molte partite d’armi arrivano dal Belgio, dove i controlli doganali sono più laschi che altrove. E una conclusione a cui gli investigatori sono giunti è che la Cia abbia, attraverso questo trafficante, finanziato indirettamente i colpi degli assassini folli.
    Nell’inchiesta sull’omicidio dell’esportatore, i gendarmi inciampano anche in un loro ex collega, Madani Bolouche, militante di estrema destra. In suo possesso viene trovata un’arma usata in uno degli attacchi degli assassini folli del Brabante. Ma vengono trovati anche maschere di carnevale e documenti, oltre alla mappa di una serie di nascondigli a Bruxelles. Poi ci sono alcune delle armi rubate alla caserma dell’unità speciale della gendarmeria. A questo punto il legame con i delitti del Brabante è inconfutabile. Ma la soluzione, che sembra a portata di mano, è ancora lontana. Così lontana che ancora oggi le indagini sono aperte, a trent’anni dall’ultimo colpo. Ed è bene dire che in parlamento c’è stata una furibonda battaglia per spostare la prescrizione di un reato come l’assalto della sera di San Martino perché, se ciò non fosse accaduto, il reato si sarebbe cancellato nel novembre 2015. Ma c’è ancora un sacco di lavoro da fare per gettare luce sui sabotaggi dell’inchiesta, sulle compromissioni tra guardie e delinquenti.
    Esiste, dunque, una risposta alla domanda sull’identità degli assassini folli del Brabante? Degli esecutori non sappiamo niente, se si esclude una ventina di identikit realizzati nel corso degli anni. Sappiamo però che vennero coperti da alcuni gendarmi, finiti in carcere e alcuni dei quali scarcerati qualche anno fa per fine pena. E sappiamo che altrettanto fecero uomini degli apparati di intelligence, uomini che provenivano dagli ambienti del neofascismo e della rete Stay-Behind belga, alcuni dei quali finiti nelle maglie di scandali sessuali. Ma torniamo al perché: perché questo bagno di sangue? Innanzitutto per destabilizzare e così stabilizzare il Paese – ha detto Guy Coeme, ministro della difesa tra il 1988 e il 1991 -, suscitare la collera pubblica per arrivare a un rafforzamento dei poteri d’ordine. Lo schema più classico della strategia della tensione, orientata in Belgio non verso un ipotetico pericolo rosso, molto meno marcato che in altre nazioni europee, come l’Italia, la Francia e la Germania. Qui la tensione avrebbe avuto come obiettivo la stabilizzazione del mercato (anche o, forse, soprattutto nero) di risorse come l’uranio e i diamanti. E l’abbattimento dei movimenti pacifisti che a inizio anni Ottanta si opposero, con uno schieramento variegato e trasversale, all’installazione delle basi missilistiche di Cruise e Pershing puntati contro l’Europa orientale.
    A lungo però è stato difficile saperne di più. Il ministro della giustizia, Jean Gol, ha rifiutato la creazione di una commissione d’inchiesta. Sei giudici istruttori, un centinaio di investigatori e due commissioni d’inchiesta si sono succeduti. E quando finalmente questa inchiesta, anzi le inchieste (perché saranno due) si faranno, il procuratore del re di Bruxelle dirà: “Credo che siamo stati traditi. Non vedo altre giustificazioni a quello che rimane il più grande mistero della mia carriera”.
    Dopo il tempo trascorso dall’attacco di Alost del 9 novembre 1985, c’è ancora l’intenzione di rispondere alla domanda: quali sono i nomi degli assassini? E soprattutto quali sono i nomi di chi ha voluto questo? Per gli investigatori belgi particolare importanza ce l’avrebbero le ultime trenta ore di azione della banda e, per ricostruirle, la cellula investigativa ancora attiva (e rinforzata negli ultimi anni) sta lavorando alacremente ascoltando testimoni, incrociando perizie, rintracciando chi mai finora è stato sentito. Al termine di quelle ultime trenta ore, nel Bois de la Houssière e nei canali limitrofi questa vicenda sembra, infatti, finire. Sembra finire con il corpo di un bandito ferito che viene abbandonato. Al momento ci sono bossoli di munizioni 9 millimetri che possono provenire da uno dei primi attacchi della banda, un’arma rubata durante la prima ondata di crimini, un giubbotto antiproiettile e uno degli spessi cappotti indossati dagli autori. Belgi, di certo, ma gli elementi raccolti fanno pensare anche a connessioni francesi, almeno nel primo periodo (e in questo periodo le targhe di alcune delle auto erano francesi).
    E l’Italia che c’entra in tutto questo? Il Belgio fu terra di accoglienza per alcuni personaggi come Gaetano Orlando (uomo del Movimento Azione Rivoluzionaria, i Mar di Carlo Fumagalli) ed Elio Ciolini, vicino ai servizi stranieri, in particolare francesi, e ad ambienti piduisti, abituale depistatore di indagini del calibro della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e della sparizione dei giornalisti Graziella de Palo e Italo Toni, scomparsi da Beirut il 2 settembre 1980, oltre a incredibile veggente che predice le stragi del 1992. Anche in questi casi si parla di traffici d’armi, terrorismo e coperture. Ma questo è un pezzo di storia la cui conclusione, come per la banda del Brabante, è ancora da scrivere. Negli ultimi due anni, dal punto di vista investigativo, qualche passo avanti è stato fatto con l’arresto di un militare della marina già condannato per un omicidio a sfondo xenofobo. E di certo aiuterà lo spostamento della prescrizione. Ma sono ancora tanti, troppi i dettagli che mancano.
  • 13. L’omicidio Dazzi.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “La Falange Armata scende dalla Uno bianca”, pag. 159 della 1° edizione – giugno 2018).
    Il Corriere della Sera del 30 novembre 1994 intravede l’ombra della Uno bianca dietro l’omicidio dell’ingegner Alberto Dazzi, ucciso a Carrara il 15 maggio 1991, per via della rivendicazione falangista all’Ansa di Torino con la solita voce tedesca. Anche qui la rivendicazione viene bollata come inattendibile. Eppure, anche in questo caso, ragioni per una riflessione più attenta ce ne sarebbero state quasi sempre. Ad esempio, nel sopracitato caso dell’omicidio dell’ingegner Dazzi, a leggere le notizie giornalistiche più recenti, si scopre che attorno a tale vicenda girerebbero personaggi (‘ndranghetisti, catanesi, camorristi appartenenti al clan Nuvoletta) che non sono lontani dagli ambienti coinvolti nei delitti tematici delle rivendicazioni falangiste.
  • 14. I progetti dell’avv. Fabrizi.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “La stravagante rivendicazione dell’omicidio Fabrizi”, pag. 162 della 1° edizione – giugno 2018).
    L’avvocato Fabrizi era giunto al punto di fondare un giornale, “Progetto 2000”, che dava spazio alle lamentele del personale, tanto da pubblicare una vignetta con un carabiniere, la cui benda sugli occhi veniva tagliata da una forbice (in tal senso in un articolo di giuseppe Giampaglione, a proposito del nuovo COCER, si usa la parola “traditori”).
  • 15. Le informazioni della Falange Armata sull’omicidio Fabrizi.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “La stravagante rivendicazione dell’omicidio Fabrizi”, pag. 163 della 1° edizione – giugno 2018).
    Per ciò che riguarda il momento in cui i giornali parlarono dell’attentato alla convivente di Fabrizi, cfr. pag. 30 sent. Corte d’Assise Chieti del 18 maggio 1994. I comunicati ANSA che il 6 ottobre si occuparono dell’omicidio furono 4, ma nessuno conteneva la notizia dell’agguato alla convivente del Fabrizi avvenuto il 26 settembre, che invece compare in un’ANSA del 7 ottobre.
  • 16. La dimensione extraregionale di Alessandro Pinti.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “La stravagante rivendicazione dell’omicidio Fabrizi”, pag. 165 della 1° edizione – giugno 2018).
    Pinti era stato uno degli esecutori materiali dei un omicidio avvenuto il 24 marzo 1987. La vittima era il presidente della Usl di Saluzzo, Amedeo Damiano, un fatto rimasto avvolto nel mistero nonostante la scoperta degli esecutori materiali. Inoltre l’importanza della storia criminale di Pinti è documentata dal prestigio dei suoi complici (I tre condannati continuano ancor oggi a protestare la loro innocenza). Pancrazio Chiruzzi è uno dei grandi nomi della malavita torinese e italiana. Marco Sartorelli lo troviamo invece in affari con Attilio Chiti, il cui fratello, Cesare, era stato condannato per un duplice omicidio commesso nel carcere di Badu’e Carros assieme a Pasquale Barra, detto o’ animale, e Marco Medda.
  • 17. Le dichiarazioni dei pentiti.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “La Falange Armata verso le stragi di mafia”, pag. 167 della 1° edizione – giugno 2018).
    I pentiti di ‘ndrangheta Filippo Barreca e Pasquale Nucera parlano d’incontri avvenuti fra l’agosto e il settembre 199152 e nella richiesta di archiviazione dell’indagine “Sistemi Criminali”, la procura di Palermo cita un interrogatorio del 1996: “la regia di tale disegno (il riferimento è al progetto separatista n.d.a.) era da ricercarsi a Milano dove era avvenuto un incontro tra i clan calabresi facenti capo a Papalia ed esponenti (si noti: esponenti e non l’organizzazione nel suo complesso n.d.a.) di Cosa Nostra”. Non può a questo punto sfuggire l’evidente e inconsapevole riferimento dell’autoparco di Via Oreste Salomone a Milano ove si verificò l’incontro fra pezzi di Cosa Nostra catanese e il clan Papalia cui è riconducibile l’omicidio Mormile.
    Un killer catanese del clan Santapaola, Maurizio Avola, in un interrogatorio del 12 settembre 1996 riferisce di aver «appreso che Cosa nostra fin dal ’90 aveva intenzione di eseguire attentati anche fuori della Sicilia celandosi dietro false rivendicazioni con la sigla Falange armata». Secondo Avola, dunque, pezzi di Cosa nostra sarebbero immersi, sin dal 1990, nel progetto terroristico targato Falange armata. Non è dato sapere se il progetto di cui parla Avola sia lo stesso immaginato dai pm palermitani, ma è difficile non sentire l’eco delle dichiarazioni di Barreca e quella dei delitti della Uno bianca.
    D’altra parte, parlando dell’omicidio Mormile abbiamo visto come il collaboratore di giustizia Fiume avesse detto come certi delitti erano tutti decisi da un consorzio criminale ed ecco, quindi, che la Falange Armata cessa sempre più di essere una sigla, ma diviene il nome di quel consorzio criminale che ha insanguinato il paese per tutta la prima parte degli anni ’90. La matrice prevalentemente catanese (In tal senso la richiesta di archiviazione nel processo “Sistemi criminali” – pag. 26 – Giuseppe Pulvirenti, Maurizio Avola, Filippo Malvagna e altri) dei pentiti che hanno parlato delle riunioni di Enna potrebbe, da un lato, indurre l’interprete a riflettere sulle dichiarazioni di Barreca sulle cosche di tale città, dall’altro, sui rapporti dei Savi con le cosche catanesi, per come si sono già visti. Furono, infatti, le cosche catanesi le prime a utilizzare la sigla Falange armata.
  • 18. Le rivendicazioni falangiste della strage di Via D’Amelio e l’errore sulla strada dell’attentato.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le drammatiche profezie di un progetto generale unitario”, pag. 169, pag. della 1° edizione – giugno 2018).
    Il primo comunicato di rivendicazione della strage arrivò alle 18.15 all’agenzia Ansa di Torino; voce maschile con un’inflessione tedesca: «Buona sera. Qui Falange Armata. Codice di riconoscimento 763321. Confermiamo il testo molto breve comunicato alla sede palermitana dell’Ansa riguardante l’azione di questo pomeriggio in Via Autonomia Siciliana ai danni del giudice Borsellino. Chiuso comunicato». Via Autonomia Siciliana, quindi. La strada perpendicolare a Via D’Amelio ma non esattamente il luogo della strage. E alle ore 20.00, in un secondo comunicato, all’Ansa di Roma, questa volta spoglio del codice identificativo, di nuovo l’imprecisione sulla via. Venti minuti dopo, un terzo comunicato senza codice identificativo, minacciò Leoluca Orlando. Il giorno successivo alle 10.15 il telefono dell’Adnkronos di Roma registrò una nuova rivendicazione, ancora senza codice identificativo, senza inflessione dialettale e con l’errore sulla via.
  • 19. Le rivendicazioni delle stragi del 93 e l’uso della Uno bianca.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le drammatiche profezie di un progetto generale unitario”, pag. 170, pag. della 1° edizione – giugno 2018).
    Le stragi del 93 furono rivendicate dalla Falange Armata. Sugli attentati della notte fra il 27 e il 28 luglio a Milano e Roma alcune rivendicazioni ai giornali vennero dagli stragisti di Cosa Nostra. Fu lo stesso Spatuzza, appena prima di partire per l’esecuzione dei delitti, a ricevere da Cristoforo Cannella cinque lettere da spedire per posta a organi di stampa milanesi e romani (uno probabilmente fu Il Messaggero), una volta compiuto il disegno di morte.
    Un altro aspetto lega le stragi del 93 alla Uno bianca. «La Fiat Uno è un timbro», spiegava Alberto Savi ai compagni di cella. E infatti venne utilizzata anche in via Fauro, in via Palestro, a San Giovanni e al Velabro. Il collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli racconta il furto di un’autovettura da utilizzare per una delle stragi mafiose e si viene a sapere che l’obiettivo non era una macchina qualsiasi, ma una Fiat Uno, tanto che Francesco Giuliano, incaricato del furto, per rubarla era finito sotto le luci della questura di Roma.
    Fra le stragi di mafia fece eccezione quella di via dei Georgofili, ove venne utilizzato un Fiorino, per l’ovvia ragione che, in quel caso, l’esplosivo usato pesava fra i 250 e i 288 chili, ovvero più del doppio di quello usato nelle altre occasioni (fra gli 80 e i 120 chili). Era, evidentemente, pericoloso caricarlo nel bagagliaio di una Fiat Uno.
  • 20. La rinuncia all’attentato del 24 ottobre 1993.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “L’importanza a prescindere del nome Scalone e l’unitarietà della traiettoria falangista”, pag. 171 della 1° edizione – giugno 2018).
    Sentenza Corte d’Assise Firenze 6 giugno 1998 Parte terza, “Valutazione della prova” Capitolo (La strage dell’Olimpico” paragrafo “Considerazioni conclusive sulla strage (mancata strage all’Olimpico”): “Grigoli, infatti, ha raccontato fatti verificatisi dopo il suo spostamento a Roma, in occasione, ha detto, del derby Roma-Lazio. Ma questa partita, come si è detto, fu effettuata in data 24-10-93, mentre Scarano parla di altri fatti, verificatisi dopo le feste natalizie del 1993. Che la periodizzazione sia esatta, rispetto alle dichiarazioni di Grigoli, lo dimostrano anche le molteplici testimonianze assunte in relazione alla mansarda nel quartiere Tuscolano, di proprietà di Quaranta Franco. Tutti (proprietario, inquilina, portiera), infatti, hanno detto che il passaggio dell’appartamento dalla De Luca a Bizzoni avvenne verso la fine di settembre-inizi di ottobre del 1993”.
  • 21. Una riflessione di uno storico importante, Aldo Giannuli, su Gladio.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “I falangisti parassiti del terrore?”, pag. 174 della 1° edizione – giugno 2018).
    L’ipotesi Fulci evoca un altro tema scottante nella storia dei servizi segreti italiani.
    L’esistenza di Gladio, una struttura irregolare creata nel 1956 e che faceva parte della rete atlantica Stay Behind, venne disvelata da Giulio Andreotti tre giorni prima del comunicato del 27 ottobre 1990 con cui la Falange armata esplicitava il suo programma eversivo e poco dopo la scoperta nel covo brigatista di Montenevoso a Milano di una copia integrale dei diari di Aldo Moro finora ad allora mai ritrovati (10 ottobre 1990). Forse per l’ipotesi dei funzionari falangisti del Sismi potrebbe essere opportuno ricordare il pensiero di Aldo Giannuli a proposito di Gladio.
    «Gladio non era utile alle strategie della tensione proprio perché era immediatamente riconducibile al servizio militare, sia per la sua natura amministrativa che per l’esistenza della base di Capo Marangiu, sia per la presenza istituzionale nel corpo di ufficiali in servizio effettivo per le sue stesse dotazioni. Quel che serviva per eseguire i lavori sporchi era un’organizzazione di fatto, priva di ogni regolarizzazione, senza la presenza istituzionale e documentabile di ufficiali in servizio, che forse poteva anche utilizzare occasionalmente la base di Capo Marangiu per addestrare i Nuclei di difesa dello Stato, ma senza che il rapporto risultasse documentabile”.
    “Però Gladio – continua Giannuli – aveva un’altra utilità: poteva benissimo fungere da controfigura all’autentico Sid [Servizio informazioni difesa, come si chiamava l’intelligence italiana prima della riforma del 1977 che la trasformò in Sismi, nda] parallelo, ovvero la polpetta offerta ai segugi giudiziari – o anche parlamentari e giornalisti – per distrarre l’attenzione da altre piste più proficue»”( Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro”, Marco Tropea Editore s.r.l. Prima edizione set. 2011, p.266).
    Giannuli conclude sostenendo che “il caso Gladio fu uno dei depistaggi più clamorosi (e riusciti – p. 384)”. Quello che allo storico è parso vero per Gladio, potrebbe sembrare ancora più vero per l’ipotesi formulata da Fulci. Infatti l’idea di una struttura organica e interna all’intelligence interamente votata all’eversione non pare coerente con la logica dei contatti informali fra elementi infedeli degli apparati ed elementi della criminalità e dell’eversione.
  • 22. Alberto Savi sull’eccidio del Pilastro.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Uno 007, un terrorista di Ordine Nuovo, Marco Medda e l’Anello”, pag. 180 della 1° edizione – giugno 2018).
    Alberto Savi accredita la tesi dell’agguato sostenendo che avrebbero «messo dei bidoni in mezzo alla strada» per «rallentare la marcia dei carabinieri»57 e favorire l’aggressione. Si tratta di una novità rispetto alle bugie raccontate dai fratelli sulla dinamica dell’eccidio ed è pacificamente una menzogna
    Nel punto in cui la macchina dei carabinieri impattò contro i bidoni della spazzatura c’erano otto ragazzi che videro distintamente il mezzo militare sbandare, salire sul marciapiede, impattare contro i bidoni allineati nella loro posizione ordinaria e spingerli a “mo’ di trenino” verso il centro della strada (Corte d’Assise Bologna, processo Medda, p. 8).
  • 23. Lo 007 Mario Fabbri.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Uno 007, un terrorista di Ordine Nuovo, Marco Medda e l’Anello”, pag. 180 della 1° edizione – giugno 2018).
    Il nome dello 007 Mario Fabbri emerge in molte pieghe della storia italiana del periodo. Il lettore, tuttavia, prima di dare dei giudizi, deve avere la consapevolezza che è quasi fisiologico in certi ruoli entrare in contatto con situazioni ambigue.
    Nell’estate del 1978, il Sismi piduista e Adalberto Titta, capo dell’Anello, diffondevano veline con cui si sosteneva che Aldo Moro, assassinato il 9 maggio 1978, sarebbe stato custodito in ambasciate dei Paesi dell’Est (Cfr. capitolo 2 sulla strage alla stazione di Bologna). L’individuazione “ufficiale” della prigione di Moro nella casa di via Montalcini fu successiva all’omicidio dello statista e all’abbandono del covo da parte dei brigatisti.
    Tuttavia, Ferdinando Imposimato, il magistrato che ha a lungo indagato sul sequestro, ha accertato che l’abitazione di via Montalcini era stata individuata dall’Ucigos nell’agosto del 1978, proprio mentre il Sismi e l’Anello distribuivano le loro veline. In quel momento il covo era ancora abitato dalla brigatista rossa Anna Laura Braghetti che lo occupò dal giugno 1977 al settembre 1978 e, secondo quanto riferisce lo stesso Imposimato, la magistratura fu informata tardivamente (“Doveva morire” di Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, ed. Chiarelettere 2011, capitolo. “Colpo di scena: l’ucigos sapeva tutto”).
    L’Ucigos era la struttura di coordinamento degli uffici territoriali della Digos e Fabbri, all’epoca, prestava servizio in quella romana. Il suo nome compare nel verbale di una coinquilina di Braghetti. La professoressa Stefania De Seta, che abitava nell’edificio dove c’era il covo delle Br, rivide la brigatista all’interno della facoltà di scienze politiche nel febbraio 1980. «Di questo incontro informai il dottor Fabbri» (In una nota del libro sopra citato, il dr Fabbri viene identificato in un funzionario di polizia poi passato al SISMI; in realtà, salvo casi si omonimia, si dovrebbe trattare del dr. Mario Fabbri che l’11 novembre 1978 – Cfr. Fabbri 9 gennaio 1996, p. 2 – era passato al SISDE). Il marito della professoressa, Manfredo Manfredi, aggiunge che due funzionari della Digos che avevano svolto le indagini nell’agosto 1978 gli avevano lasciato il numero di telefono (“La Repubblica delle stragi impunite” di Ferdinando Imposimato, editore Newton Compton 2012 cap. Il Calvario di Aldo Moro).
    Il 20 marzo 1979 fu assassinato il giornalista Mino Pecorelli. Molti anni dopo, nel 1995, Mario Fabbri venne arrestato per false informazioni ai pubblici ministeri che indagavano su quell’omicidio. L’accusa sosteneva che mentisse nel negare i contatti con esponenti della Banda della Magliana; Fabbri fu condannato in primo grado e assolto in appello.
    Il 6 luglio 1981 il brigatista Antonio Savasta, uccideva il generale Giuseppe Taliercio, rapito il 20 maggio 1981. Un falso volantino brigatista, fatto circolare il 10 e l’11 luglio 1981, esprimeva una serrata critica politica nei confronti dell’omicidio. Il volantino sarebbe stato confezionato da Mario Fabbri su indicazioni di Vincenzo Parisi, vice capo del Sisde. Sarebbe stato lo stesso Fabbri a riferirlo, nel 1995, ai magistrati di Perugia che lo interrogavano (Corriere della Sera 21 aprile 1995). Ovviamente l’iniziativa può essere interpretata come una strategia antibrigatista che Parisi, deceduto il 30 dicembre 1994, non poteva confermare. In questo quadro, tuttavia, non può sfuggire che, nel momento della diffusione del volantino, l’Anello di Adalberto Titta e il Sismi piduista (ancora loro) stavano producendo il massimo sforzo per la liberazione di Ciro Cirillo, l’assessore ai Lavori pubblici della Regione Campania sequestrato da un’altra colonna delle Brigate Rosse ed effettivamente liberato il 24 luglio 1981. La critica contro l’omicidio Taliercio contenuta nel falso volantino brigatista, potrebbe avere il sapore di un invito alla colonna partenopea che deteneva Cirillo, affinché lo rilasciasse.
    Risalgono invece alla fine del 1982 i fatti di cui parla Gaspare Mutolo in un’autobiografia dal titolo “La mafia non lascia scampo” (Rizzoli editore, 2013, Capitolo “L’uomo dei servizi”). Il pentito sostiene di aver conosciuto Fabbri a Roma per tramite di un corriere della droga, Francesco Gasperini. Costui, fermato all’aeroporto di Orly con tre chili di eroina, tirò in ballo Mutolo e Fabbri. Mutolo, dice, non si stupì più di tanto. Rimase, invece, molto sorpreso delle dichiarazioni di Fabbri. Il collaboratore di giustizia scrive, infatti, a proposito dello 007: «Gli avevo confessato di essere in contatto con dei terroristi neri e di aver ricevuto da loro queste benedette armi […]. Arrivò a dire che avevo a mia disposizione una scorta di fucili di fabbricazione russa, degli Ak 47 come quelli che erano stati usati per ammazzare il generale Dalla Chiesa e Ferlito». Fra le ipotesi che Mutolo formula c’è quella che Mario avesse «il compito di sviare le indagini sull’omicidio Dalla Chiesa», assassinato proprio con il kalashnikov il 3 settembre 1982.
  • 24. Medda, Vallanzasca e Ferrorelli.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Uno 007, un terrorista di Ordine Nuovo, Marco Medda e l’Anello”, pag. 181 della 1° edizione – giugno 2018).
    Medda assieme a Vallanzasca, capitanò una rivolta nel carcere di Spoleto finalizzata a una fuga.
    Ferrorelli fu oggetto di indagini della Procura di Milano perché ritenuto coinvolto con Antonino Miano, Giuseppe Flachi, Angelo Punzeddu nell’omicidio di due agenti della Digos avvenuto il 19 ottobre 1981. Nota della Unità Operativa Interforze “Uno bianca” del 29 nov. 1995.
    I rapporti di Medda con Coco Trovato sono stati di ricordati anche in un articolo dell’Espresso del 28 dicembre 2007.
  • 25. I legami dei Savi con la Camorra secondo la sentenza di primo grado del processo Medda.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Aldo Anghessa e le minacce velenose di Alberto Savi”, pag. 183 della 1° edizione – giugno 2018).
    Per dimostrare i rapporti dei Savi con la Camorra, la Corte d’Assise di Bologna parte da una Fiat Uno rubata presumibilmente dai Savi e rinvenuta a Marcianise (Caserta) nella disponibilità di tale Pacone detto “Bakonki”. Prosegue, quindi, con l’arresto di Pacone e tale Della Valle (un ex cutoliano), nonché con l’arresto di quest’ultimo con una ragazza austriaca che ebbe una relazione con Fabio Savi; rileva come Savi sapesse che la donna in questione fosse legata a un boss dei casalesi; la Corte d’Assise prosegue documentando i rapporti della ragazza austriaca con Mario Iovine, appartenente a una nota famiglia camorristica del casertano, e conclude con il pedinamento di due testi che avevano notato l’auto di Fabio Savi durante un furto; tale pedinamento venne fatto da parte di alcuni personaggi che viaggiavano a bordo di un’autovettura intestata al fratello di Mario Iovine.
    Sembrerebbe, insomma, che ce ne fosse abbastanza per documentare le relazioni fra i Savi e la camorra anche per una Corte d’Assise che non conosceva le altrettanto documentate confidenze di Alberto Savi sui loro rapporti con gli stessi ambienti di camorra.
  • 26. Aldo Anghessa.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Aldo Anghessa e le minacce velenose di Alberto Savi”, pag. 184 della 1° edizione – giugno 2018).
    Il nome di Anghessa, indicato fin dal 1987 dalla procura di Roma come un informatore del Sisde in base a una conferma dallo stesso servizio civile (Ansa, “Traffico armi: Anghessa è un informatore del Sisde”, 1 ottobre 1987), è tornato spesso agli onori delle cronache tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta. Nel 1994 lo cita anche l’ennesimo degli estremisti di destra incontrati in queste pagine, Marco Affatigato, che, in un’intervista al settimanale L’Europeo racconta la sua presunta vita di trafficante di materiale nucleare proveniente dall’Europa orientale sostenendo di aver avuto un ruolo nelle traversie di Anghessa quando questi, nel 1993, fu fermato in Florida. Verità o finzione? Difficile dirlo, dato che tutte queste storie sono sempre attraversate da contorni sfumati, mai netti.
    È certo, viceversa, che Aldo Anghessa contattò il pubblico ministero di Rimini, Roberto Sapio, il destinatario di un comunicato della Falange Armata, per raccontargli di supposti traffici di materiale radioattivo che avvenivano in zona (Ansa, “Uranio: riserbo in procura e questura a Rimini, operazione in corso”, 10 giugno 2005). Nel 1995 rilasciò dichiarazioni anche al sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri e al capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave nella storia delle navi dei veleni morto poco dopo in circostanze ritenute non chiare, a proposito di traffici internazionali. E Anghessa arrivò a collegare l’omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, a un commercio illegale di armi.
  • 27. Le acrobazie dei fratelli Savi per non essere assassinati.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le ultime magie della Uno bianca e della Falange Armata”, pag. 185 della 1° edizione – giugno 2018).
    Il timore di essere ammazzati è la chiave di lettura privilegiata da dare anche alle dichiarazioni dei fratelli Savi del giugno 1995. Un episodio illumina sul punto. Nelle prime ore del mattino del 21 novembre 1994 Fabio e Roberto Savi ebbero la certezza del loro fine corsa. Roberto si recò quel pomeriggio in questura, a Bologna, e fu arrestato. Anche l’altro poliziotto, Alberto, si vide mettere le manette ai polsi, “in condizioni di sicurezza”, nel commissariato di Rimini.
    Fabio non era un poliziotto e, quindi, aveva un problema: un arresto poteva essere l’occasione per causare un conflitto a fuoco e ammazzarlo. Così il nostro inscena, assieme alla sua compagna, Eva Mikula, una bionda ballerina romena, la più improbabile delle fughe. Con la propria macchina va da Sasso Marconi a Torriana e torna a Bologna, dorme nell’area di servizio Cantagallo e, quindi, prende la strada di Forlì. In taxi si dirige a Faenza. In treno va a Milano e, quindi, a Mestre e Pontebba. Poi, in autobus, sempre in compagnia di Eva Mikula, punta verso Tarvisio e, poi, ancora in autobus, di nuovo, a Pontebba. A quel punto, è finalmente sera, da un cancelletto girevole entra a piedi nell’ultima area di servizio prima della frontiera con l’Austria. Passa la seconda notte consecutiva seduto in un autogrill in compagnia della vistosa compagna. Questa volta, a tarda ora, passa finalmente un’assonnata pattuglia della polizia stradale. «Documenti, prego». Fabio Savi aveva nel borsello la pistola 9×21 che tanto lutto aveva seminato, ma non l’afferra, estrae i documenti e docilmente si lascia arrestare. Insomma, Fabio Savi ha scelto stanchi e sbalorditi poliziotti per farsi catturare eliminando il rischio di un conflitto a fuoco che per lui sarebbe stato sinonimo di condanna a morte.
    Preso il primo ergastolo, azzerati i precedenti processi e ricondotta la storia della Uno bianca ad assassini psicopatici in divisa mandanti di se stessi, i Savi presentano la loro polizza sulla vita. Non interloquiscono né con i giudici né con i compagni di detenzione. Con le dichiarazioni del giugno ’95 spiegano a chi può e deve capire che erano in tre, troppi da eliminare con qualche casuale incidente carcerario. Parlando in modo preventivamente concordato, consegnano da luoghi diversi e con tecniche comunicative diverse, una traccia alternativa alle panzane fino a allora raccontate. Piccole pillole di verità sufficienti per rendere credibile la minaccia. Le hanno mescolate a bugie conclamate e idonee a renderle inservibili. Minacce velate per dire che, in caso di morte strana di un fratello, gli altri avrebbero potuto parlare distinguendo il falso dal vero.
  • 28. Dimenticanze volute.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le ultime magie della Uno bianca e della Falange Armata”, pag. 186 della 1° edizione – giugno 2018).
    I Savi avevano provveduto loro stessi a consegnare la fotografia del Corto e del Lungo alle indagini. Nella prima rapina in banca59, Fabio e Roberto Savi dimenticano (?) di rimuovere la cassetta con il filmato che immortala l’azione. La Corte d’Assise di Rimini (p. 146 sentenza) ha pensato che la mancata rimozione delle cassetta con le immagini della rapina alla Banca Popolare di Cesena del 25 novembre 1991 fosse un errore da banditi inesperti che, per la prima volta, compivano un delitto del genere. Potrebbe non essere così perché Roberto Savi faceva il capo pattuglia delle volanti e, con i “colleghi poliziotti”, correva a sirene spiegate nelle banche appena visitate dai “colleghi rapinatori”. Sapeva perfettamente che la prima cosa da fare è mettere le mani sulla registrazione della rapina. Nell’eterna rivalità fra carabinieri e polizia, il possesso di quel prezioso reperto significa avere in mano le redini dell’indagine. Insomma, la video cassetta della rapina non può essere sfuggita alla programmazione della rapina da parte di Roberto Savi. Eppure viene dimenticata.
  • 29. Donne bionde in azione.
    (Nota con riferimento al capitolo 6 – “Il filo rosso delle stragi: la Uno bianca e la Falange Armata” – paragrafo “Le ultime magie della Uno bianca e della Falange Armata”, pag. 187 della 1° edizione – giugno 2018).
    L’unica parrucca bionda di cui, prima del viaggio in Ungheria (fine 1991) si ha traccia negli atti dei processi ai fratelli Savi è una parrucca da donna che Roberto Savi dice di aver indossato nel corso della rapina a Santa Maria delle Fabbrecce e la successiva sparatoria di Gradara (int. Roberto Savi 5 dic. 1994, p. 13). In un primo momento, infatti, prima delle strabilianti confessioni dei Savi, si era pensato che in quella rapina avesse agito anche una donna bionda.
    È interessante notare come di una misteriosa donna bionda si sia parlato anche a proposito della strage di Capaci, dell’attentato di Via Fauro e, soprattutto di quello di Via Palestro a Milano il 27 luglio 1993.