Capitolo 4. L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime – Note informatiche

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il fallito attentato all’Addaura: le premesse, il fatto e i processi’

Pag. 86 Nota 183“Dall’inspiegabile cattura in Sicilia del pentito Salvatore Contorno, mentre sarebbe stato in contatto telefonico con Gianni De Gennaro” (testimonianza di Gioacchino Genchi, processo Borsellino quater, 3 ottobre 2013).

TESTE GENCHI G. – E che bisogno c’era sennò di utilizzare Contorno, che veniva in Sicilia, veniva mandato in Sicilia per individuare gli uomini vicino a Cosa Nostra, Riina ed altri? Spero per poterli catturare, questo è…
P.M. Dott. GOZZO – Queste sono sue conoscenze o sue deduzioni sulla base delle sue conoscenze?
TESTE GENCHI G. – No, queste sono anche sulla base di alcune intercettazioni. C’è un’intercettazione, per esempio, me la ricordo perfettamente, penso di avere anche la copia, in cui Contorno parla con il dottor De Gennaro e gli dice: “Mi’, c’è l’acquazzina, niscinu come i babbaluci”. C’erano state delle giornate bellissime, non aveva piovuto, quindi “niscinu come i babbaluci”, i corna, i babbaluci, etc., e ovviamente si riferiva a quelli che lui vedeva uscire e vedeva notare, perché tra l’altro a San Nicola non ci sono lumache, non è un territorio boschivo o cose, quindi non… il riferimento non poteva essere né meteorologico, né alle lumache. E poi figuriamoci se Contorno si mette a parlare con De Gennaro e parlano della ricerca delle lumache, insomma, mi sembrava una cosa un po’ inverosimile. Quindi da quelle intercettazioni e da altre, da quello che poi i ragazzi mi dicevano, i poliziotti che seguivano in prima persona le indagini, io avevo dato l’input. Anche perché, ripeto, e noterà, io camminavo disarmato, eh? Mai utilizzato macchine blindate, mai portato la pistola, etc., io in quel periodo, in quel periodo, prelevo dall’armeria, c’è la nota, c’ho gli atti, c’ho la copia che mi sono preso anche per il procedimento disciplinare che si discuterà al TAR fra qualche settimana di impugnativa della mia destituzione, io in quel periodo prelevo dall’armeria della Questura due mitragliatrici, pistole mitragliatrici M12, due fucili Espace con il doppio caricatore legato con lo scotch e il mio personale camminava con due Espace e due M12 nella macchina quando io andavo e venivo da San Nicola e sapevo che avrei dovuto incontrare tutta una serie di persone che, a mio avviso, erano dei killer, tra cui D’Agati, che una volta mi si fermò la macchina e mi diede pure un passaggio con la macchina, quindi…
P.M. Dott. GOZZO – Diciamo, quindi lei tutte queste conoscenze le ricava da questi atti…
TESTE GENCHI G. – Certo.
P.M. Dott. GOZZO – …giudiziari che lei ha compiuto. Ma ha mai avuto interlocuzioni con La Barbera?
TESTE GENCHI G. – Certo.
P.M. Dott. GOZZO – Con De Gennaro? Perché mi pare che lei si riferisca a De Gennaro.
TESTE GENCHI G. – No, no, no. No, De Gennaro io poi non l’ho più… No, ma…
P.M. Dott. GOZZO – Su queste cose.
TESTE GENCHI G. – Ma guardi, io ritengo che lì lo Stato eseguisse un input preciso, che era quello di attuare un controllo ad alzo zero alla criminalità organizzata e a colpire il gruppo emergente, che era quello di Riina. Cioè io questi… queste dietrologie dello Stato che è complice, eh, non esiste, perché… hanno utilizzato un sistema spregiudicato, come tante volte capita quando si fa questo mestiere e si vuole fare carriera, dando probabilmente spazio a persone come Contorno, che probabilmente poi gli sono anche sfuggite di mano. Cioè…
P.M. Dott. GOZZO – Quindi lei dice: lo Stato tanto combatteva la mafia, che addirittura era anche spregiudicato nel combattere la mafia.
TESTE GENCHI G. – Cioè se poi lei vuole non dico la mia opinione, ma per quello che io conoscevo De Gennaro o anche Manganelli o gli altri, che nemmeno lontanamente oso ipotizzare che con la loro intelligenza potessero arrivare a concepire o percepire quello che poi probabilmente è anche accaduto. Questo è un falso storico, sarei un meschino, oltre che un idiota, se solo pensassi lontanamente una cosa del genere. Però, purtroppo…
P.M. Dott. GOZZO – Cioè? Lo vuole spiegare meglio? Perché sono un po’…
TESTE GENCHI G. – No, nel senso che loro hanno utilizzato tutte le risorse che avevano, probabilmente nel tentativo di massimizzare il risultato di contrasto alla criminalità organizzata.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il fallito attentato all’Addaura: le premesse, il fatto e i processi’

Pag. 86Gli ospiti elvetici.

Come detto, il 20 giugno 1989, il giorno in cui sarebbe dovuta esplodere la bomba se un interrogatorio finito più tardi del previsto non avesse fatto rimandare il piano di una nuotata (e se l’appostamento dei killer nei paraggi della villa di Falcone all’Addaura non fosse stato disturbato in modo imprevisto), erano presenti, assieme a Giovanni Falcone, Carla Dal Ponte e Claudio Lehman. I due magistrati svizzeri, però, non erano in Sicilia per vacanza ma per delineare la strategia investigativa che avrebbe, da lì a pochi mesi, concluso una delle inchieste sul narcotraffico internazionale più ampie – e fruttuose – di sempre.

Il fallimento dell’attentato all’Addaura, infatti, consentì il buon esito, nel 1990, dell’indagine denominata “Seaport”, in collaborazione con la DEA e l’FBI statunitensi e la Criminalpol italiana, coordinata da Giovanni Falcone. L’inchiesta svelò i nuovi accordi criminali che avevano stravolto il mercato di droga europeo alla fine degli anni Ottanta e il nuovo asse italo-americano-colombiano. Il traffico, all’inizio attuato solo tra il cartello colombiano di Medellin e il clan statunitense dei Galatolo, si era allargato all’Italia grazie all’iniziativa del clan dei Madonia [1], che avevano stipulato un patto con i narcotrafficanti colombiani per il tramite dei parenti americani dei Galatolo dell’Acquasanta di Palermo. Una parte importante nell’indagine la ebbe, oltre al neo-collaboratore Francesco Marino Mannoia, il pentito italo-americano Joe Cuffaro, che era stato coinvolto nei traffici oltreoceano e che era, soprattutto, un uomo d’onore della famiglia dei Caruana-Cuntrera, compartecipe dell’affare.

Cuffaro era stato arrestato nel 1988 in Germania, assieme a Pasquale Caruana, poco prima di arrivare alla loro destinazione finale, la Svizzera, paese che la famiglia italo-americana dei Caruana-Cuntrera aveva scelto come base per la transazione di grosse operazioni finanziarie con le banche elvetiche, nelle quali veniva versato il denaro proveniente dal traffico internazionale di cocaina ed eroina che partiva dalla Colombia. Da più di un anno, infatti, l’Interpol (e i magistrati nazionali competenti, tra cui, per l’Italia, c’era Falcone), a seguito delle segnalazioni dell’FBI, stava seguendo da vicino le comunicazioni telefoniche delle famiglie mafiose italo-americane.

Di questo i due magistrati svizzeri, ospiti nella casa di Giovanni Falcone quel 20 giugno 1989, erano andati a parlare con il collega palermitano.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il fallito attentato all’Addaura: le premesse, il fatto e i processi’

Pag 87 Nota 184Sentenza n. 22/98 RGCA, 27 ottobre 2000, Corte d’Assise di Caltanissetta.

Venendo, ora, ad analizzare le dichiarazioni rese dall’Onorato con riferimento specifico all’episodio delittuoso che ci occupa va rilevato che innanzitutto lo stesso ha parlato di una riunione preparatoria diretta ad organizzare l’esecuzione dell’attentato alla vita del giudice Falcone. Al riguardo il collaboratore ha riferito che, circa una settimana prima dell’attentato, aveva avuto occasione di assistere ad un incontro presso l’abitazione di Mariano Tullio Troia, vicino all’ospedale Cervello, cui avevano preso parte Salvatore Biondino, Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo, all’epoca rappresentante della famiglia dell’Acquasanta, precisando che egli era rimasto in disparte e che al termine il Biondino, cui era legato da stretti rapporti anche di frequentazione familiare, lo aveva riservatamente incaricato di eseguire dei sopralluoghi, anche di sera, nel territorio dell’Addaura, nella zona in cui si trovava la villa presa in affitto dal dott. Falcone, per accertare se vi fossero movimenti di organi di polizia, confidandogli che si doveva far “saltare Falcone in aria” ed esortandolo ad assicurarsi che i suoi familiari non transitassero nella zona del programmato attentato per recarsi allo stabilimento balneare “La Marsa”.
Per una più approfondita analisi delle indicazioni fornite al riguardo dall’Onorato appare opportuno in questa sede riportare i brani più significativi dell’esame dibattimentale reso dal collaboratore all’udienza del 16-3-1999:

P.M. dott. TESCAROLI: – Sì. Signor Onorato, lei sa dire quando l’organizzazione a cui lei apparteneva abbia deciso per la prima volta di eliminare Giovanni Falcone?
ONORATO FRANCESCO: – Ma io la prima volta che ho sentito di… che si doveva eliminare Giovanni Falcone è stato intorno l’84 – ’83, ’83 – ’84, che all’epoca, dopo la scomparsa di Rosario Riccobono, sono stati nominati reggenti della famiglia di Partanna Mondello Giuseppe Civiletti e Nino… e Antonino Porcelli, e unitamente a loro Giuseppe Giacomo Gambino, che aveva… era capomandamento. Ci aveva convocato dicendoci che si doveva fare saltare in aria, si doveva uccidere Giovanni Falcone nel nostro territorio di Partanna Mondello perché lui era frequentemente… frequentava quella zona, aveva parenti, amici; insomma, era… volevano sfruttare quel territorio per… per uccidere Giovanni Falcone.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì.
ONORATO FRANCESCO: – Siamo stati in giro un paio di giorni per vedere le… le abitudini. Giovanni Falcone è stato visto sia nel… in via Cristoforo Colombo, di fronte La Marsa; è stato visto in quel territorio. Poi a me mi hanno arrestato e non si è fatto più in quel territorio. Poi non so i motivi, perché mi hanno arrestato e sono stato in carcere nell’agosto dell’84 per un traffico di sostanze stupefacenti (vedi pagg. 11 – 12, trasc. ud. del 16 marzo 1999).

… dopo questa volta dell’83 – ’84 siamo ritornati a sentire il discorso di Falcone, che Salvatore Biondino… Io mi trovavo da Mariano Troia, Tullio Troia, in… in casa sua, dove che lui aveva una tenuta vicino l’ospedale Cervello, dov’è che ci fu un incontro tra me, Biondino e lì incontrai anche Nino Madonia e Ang… e Vincenzo Galatolo, rappresentante della famiglia dell’Acquasanta, dov’è che si… Io ero messo a parte, dov’è che loro parlavano poi mi chiamò Salvatore Biondino dicendomi di… mi ha dato la confidenza e di vedere di fare dei sopralluoghi nel territorio dov’è che Falcone abitava, all’Addaura, che io ero pratico, e mi ha dato questo incarico di fare dei sopralluoghi lì al Roosevelt, La Marsa, se c’erano dei movimenti di Finanza, movimenti di traffico di sigarette, di… di droga, perché era un luogo dov’è che anche ai tempi di Rosario Riccobono si trafficava in questo genere. Perciò lui voleva essere sicuro che non c’erano dei movimenti in questa zona, che il territorio del… del Roosvelt, dell’Addaura fosse tranquillo.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì.
ONORATO FRANCESCO: – E mi ha detto pure che si doveva fare, chiaramente, saltare Falcone in aria, che… nella villa e di… Siccome lui sapeva che anche Enzo Galatolo sapevano che i miei familiari passavano da quella via tre – quattro volte, cinque volte al giorno, che andavano e venivano da La Marsa, lo stabilimento La Marsa dov’è che c’erano le cabine, andavano a mare, e allora per evitare mi ha detto di non farli passare da lì, ma…
P.M. dott. TESCAROLI: – E questo chi gliel’ha detto?
ONORATO FRANCESCO: – … farci fare il giro della Favorita.
P.M. dott. TESCAROLI: – Questo chi gliel’ha…?
ONORATO FRANCESCO: – Salvatore Biondino.
P.M. dott. TESCAROLI: – Salvatore Biondino.
ONORATO FRANCESCO: – Salvatore Biondino.
P.M. dott. TESCAROLI: – Glielo disse sempre nel corso di quella riunione presso l’abitazione di Mariano Tullio Troia?
ONORATO FRANCESCO: – Sì, sì, mi ha detto questo e mi ha detto anche di fare dei sopralluoghi in questa costa (vedi pagg. 13 – 15, trascr. ud. 16 marzo 1999).

P.M. dott. TESCAROLI: – Sì. Senta, vediamo ora di andare un po’ più nel dettaglio nel racconto che lei ora ha fatto. Senta, con riferimento alla riunione presso l’abitazione del Troia lei ha detto che vi erano presenti Salvatore Biondino, Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo. Le chiedo: era presente il Troia?
ONORATO FRANCESCO: – Sì, Troia era… era pure lì presente, era… è stato fatto nella casa di Troia questo incontro.
P.M. dott. TESCAROLI: – Ecco, quanto tempo prima rispetto all’attentato dell’Addaura avvenne questa riunione?
ONORATO FRANCESCO: – Mah, avvenne qualche settimana prima, sei giorni, cinque giorni prima.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì. Ecco, dove vi trovavate, dove si trovava lei in particolare quando Biondino l’avvisò affinché i suoi familiari non percorressero per recarsi allo stabilimento La Marsa la strada che passa dall’Addaura?
ONORATO FRANCESCO: – Mah, il Biondino noi eravamo ogni giorno insieme, non è che c’era..
P.M. dott. TESCAROLI: – No, no, mi scusi, mi scusi.
ONORATO FRANCESCO: – … un giorno che non ci vedevamo.
P.M. dott. TESCAROLI: – All’interno dell’abitazione…
ONORATO FRANCESCO: – Sì, sì, ma…
P.M. dott. TESCAROLI: – All’interno dell’abitazione…
ONORATO FRANCESCO: – Cioè, stavo dicendo questo: con Biondino eravamo tutti i giorni insieme, però quel giorno quando mi ha dato questa confidenza no, eravamo fuori che… dov’è che si parlava era fuori dell’abitazione di Troia. Lì sotto c’è un… una saracinesca.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì.
ONORATO FRANCESCO: – Sotto l’abitazione c’è tipo un garage, no? con una saracinesca e noi eravamo messi fuori, dove c’era il giardino. Mi ricordo che c’erano dei tulipani, dei fiori piantati. Comunque, io avevo la chiave dov’è che c’era il portone, in via Fonda Chiusa mi sembra che si chiama, non mi ricordo… Fonda Chiusa, Fondo… comunque, un nome tipo così. E noi tutti uomini d’onore avevamo la chiave, non è che noi arrivavamo e suona… e suonava il… suonavo il citofono o il campanello. Chi arrivava aveva la chiave, apriva ed entrava. Cioè, per non perdere tempo fuori.
P.M. dott. TESCAROLI: – Ecco, senta, lei si trovò in quella occasione, diciamo, nella proprietà di Troia occasionalmente oppure previamente convocato da qualcuno?
ONORATO FRANCESCO: – No, come… come le dico, con Salvatore Biondino ci vedevamo ogni giorno, ma il punto di riferimento in quel periodo era proprio l’abitazione di Troia. Lì ci andavo di pomeriggio, ci andavo di mattina, ci… mangiavamo lì certe volte, dieci, quindici, venti persone; cioè, anche ai tempi di… prima ancora di essere arrestato e… con Pippo Gambino, con Nino Madonia, con i Galatolo. Venivano e là era sempre un punto di riferimento.
P.M. dott. TESCAROLI: – Senta, esattamente quali furono le parole che Biondino utilizzò nei suoi confronti?
ONORATO FRANCESCO: – E mi chiamò e mi disse che si doveva di… che voleva sapere se c’erano dei movimenti al Roosevelt, La Marsa, in questa costa dov’è che… dov’è che… all’Addaura. Di fare dei sopralluoghi anche la sera per vedere se c’erano dei movimenti di Finanza, di… di persone. Voleva sapere se era… il posto era tranquillo oppure c’erano dei movimenti. Perché certe… certe volte si sa, ci sono magari persone che scaricano sigarette, ci possono essere persone che scaricano droga, ci può essere movimento di Finanza e quindi volevano essere tranquilli che tutto era tranquillo.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì. E…
ONORATO FRANCESCO: – Ho detto solo a Biondino… ho detto solo a Biondino che c’erano delle coppiette in questo Roosevelt…
P.M. dott. TESCAROLI: – No, aspetti, aspetti, rimaniamo… rimaniamo nel momento in cui c’è questo primo contatto con il Biondino. Ecco, lei di fronte a questa richiesta del Biondino come reagì? Che cosa gli disse?
ONORATO FRANCESCO: – Niente, al primo impatto quando mi disse questo io mi sono messo subito a disposizione e ho… e sono andato poi diverse volte a vedere… a fare il sopralluogo, come ho detto.
P.M. dott. TESCAROLI: – Ecco, ma, diciamo, vorrei che lei chiarisse bene questo punto. Biondino fece proprio riferimento già in quella sede al fatto che quell’attività era organizzata ad attentare alla vita del dottore Falcone?
ONORATO FRANCESCO: – Sì, a me me l’ha de… me l’ha detto subito, a me me l’aveva detto chiaro.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì.
ONORATO FRANCESCO: – Mi ha detto subito che si doveva fare saltare in aria Falcone.
P.M. dott. TESCAROLI: – Senta, questo colloquio con il Biondino quanto tempo durò? Quanto si protrasse?
ONORATO FRANCESCO: – Mah, è stato la matti… cioè, quando ci siamo visti, il tempo che poi entrò Galatolo, se ne sono andati con Nino Madonia, che erano assieme in macchina; poi io sono rimasto con Salvatore Biondino lì a parlare. C’era Troia pure.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì. Ecco, nel momento in cui Biondino le dice questo, qualchedun altro dei presenti, se c’era qualcun altro, ebbe modo di ascoltare?
ONORATO FRANCESCO: – No, no, mi chiamò da solo Biondino, mi ha dato la confidenza da solo.
P.M. dott. TESCAROLI: – Senta, in che momento della giornata vi trovavate? Mattina, pomeriggio, sera?
ONORATO FRANCESCO: – Ma era di giorno, però, dottore, non mi ricordo se era di pomeriggio oppure di mattina. Comunque era giorno.
P.M. dott. TESCAROLI: – Senta, rispetto a quando lei è arrivato, quanto tempo è trascorso da quando le è stata fatta la confidenza? Cioè, dal momento dell’arrivo a quando Biondino le dà questo incarico quanto tempo passa?
ONORATO FRANCESCO: – Mah, io sono stato lì qualche ora, un paio… non è che… sono stato lì a… a guardare i fiori, a passeggiare, perché loro parlavano. Io per educazione non mi intromettevo nel parlare, perché quando si vede che stanno parlando delle persone uno non si deve mai intromettere; se non è chiamato non si deve mai intromettere. Ma è passato qualche… un’ora, così.
P.M. dott. TESCAROLI: – Ecco, lei ha avuto modo di comprendere e di capire di cosa parlavano il Biondino…
ONORATO FRANCESCO: – No, no, non…
P.M. dott. TESCAROLI: – … con gli altri? No.
ONORATO FRANCESCO: – No, no, io non sono stato nel discorso che loro parlavano. Come gli dico, dopo Biondino mi chiamò e mi… mi disse di fare il sopralluogo e che si doveva fare saltare Falcone in aria.
P.M. dott. TESCAROLI: – Senta, lei arrivò da solo o con altri alla riunione, alla casa del Troia?
ONORATO FRANCESCO: – No, no, io da solo, solo.
P.M. dott. TESCAROLI: – Con che mezzo giunse?
ONORATO FRANCESCO: – Io avevo all’epoca una Uno bianca e la Tipo. Non mi ricordo se avevo la Tipo o la Uno bianca; avevo anche la Tipo.
P.M. dott. TESCAROLI: – Quando lei arrivò gli altri soggetti che ha menzionato erano già tutti presenti?
ONORATO FRANCESCO: – Sì, sì (vedi pagg. 16 – 22, trascr. ud. 16 marzo 1999).

P.M. dott. TESCAROLI: – Ecco, siamo sempre nella vicenda relativa a quella riunione a cui già ha fatto cenno. Vuole riferire chi furono i primi ad andarsene da quel luogo?
ONORATO FRANCESCO: – Sì. Come le ho detto, quando sono arrivato, dopo che sono stato un’ora, poi il Biondino mi chiamò, loro, Nino Madonia ed Enzo Galatolo, se ne sono andati per prima.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì. Loro con che mezzo se ne sono andati?
ONORATO FRANCESCO: – Ma non mi ricordo se avevano una Lancia Thema.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì.
ONORATO FRANCESCO: – E questa… aveva Enzo Galatolo una Lancia, però non mi ricordo se era Lancia The… una HF, là, era una Lancia di quelle che… di quelle che corre forte.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì. Ricorda il colore?
ONORATO FRANCESCO: – No, no.
P.M. dott. TESCAROLI: – Senta, dopo che costoro se ne andarono, lei parlò ancora con il Biondino di questo progetto di attentato?
ONORATO FRANCESCO: – Sì, dopo che loro se ne sono andati…
P.M. dott. TESCAROLI: – Senta, scusi…
ONORATO FRANCESCO: – … mi ha detto del fatto di non fare passare i familiari dall’Addaura, di farli prendere dalla Favorita e di… di vedere, di guardare la zona, di fare i sopralluoghi. Questo discorso.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì. E quindi è stato ripreso il discorso, in pratica.
ONORATO FRANCESCO: – Sì, sì, ma poi me ne sono andato pure io.
P.M. dott. TESCAROLI: – Sì.
ONORATO FRANCESCO: – Ci siamo salutati e me ne sono andato (vedi pagg. 22 – 24, trascr. ud. del 16 marzo 1999).

Con riferimento alle attività di sopralluogo svolte nella zona dell’attentato l’Onorato ha, poi, riferito di aver incontrato durante i suoi giri di controllo diversi uomini d’onore, come Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo, Angelo Galatolo, figlio di “Pino”, lo stesso Salvatore Biondino e, una volta soltanto, anche Giovan Battista Ferrante, precisando che Angelo Galatolo con la sua vettura Y10 di colore scuro si recava con una certa frequenza allo stabilimento “La Marsa” (vedi pag. 32-35, trascr. ud. del 16 marzo 1999).
In esito alla attività di perlustrazione svolta l’Onorato ha ricordato di avere riferito al Biondino che tutto appariva tranquillo, che non aveva rilevato né movimenti di forze di polizia, né traffici illeciti che potessero richiamare l’attenzione delle forze dell’ordine e neppure coppiette appartate in auto nei pressi di una spiaggetta poco distante dalla villa del dott. Falcone (vedi pagg. 25-28, trascr. ud. del 16 marzo 1999).
L’Onorato ha, poi, ricordato di avere suggerito al Biondino la opportunità di utilizzare, come luogo di appostamento per gli attentatori la zona del “Belvedere” sita sul vicino Monte Pellegrino, che, essendo in posizione sopraelevata e ad una distanza in linea d’aria di circa cinquecento metri dalla villa del dott. Falcone, avrebbe consentito una ottima visuale sul tratto di costa dell’Addaura teatro dell’attentato. A fronte di tali indicazioni il Biondino gli aveva sostanzialmente risposto che del problema si stavano interessando altri e che lui doveva limitarsi ai compiti di perlustrazione e di controllo del territorio affidatigli, confermandogli che qualcuno doveva appostarsi proprio nel punto che egli aveva suggerito (vedi pagg. 27-33, trascr. ud. 16 marzo 1999).

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il contributo dei collaboratori di giustizia’.

Pag 90 Nota 192«La trattativa», di Maurizio Torrealta, Ed. Bur Rizzoli, 2010, pp. 375-376.

E infine, prima di chiudere questo capitolo sulla strage di Capaci, che meriterebbe ben altro spazio ma che è già stata eccellentemente tratta nel libro Perché fu ucciso Giovanni Falcone scritto dal magistrato Luca Tescaroli, riportiamo alcuni brani dell’interrogatorio del membro di Cosa Nostra Francesco Di Carlo, che racconta che, mentre si trovava in carcere in Inghilterra, fu visitato per due volte da membri dei Servizi segreti. Francesco Di Carlo aveva fatto conoscenza nel carcere con un siriano, Nizar Hindawi, accusato di aver fatto esplodere un aereo e aver provocato la morte di circa trecento persone. Secondo Di Carlo l’incontro con gli uomini dei Servizi sarebbe stato organizzato dal siriano.

PM TESCAROLI: L’incontro propiziato da questo Nizar con quei soggetti da Roma quando sarebbe avvenuto?
DI CARLO: […] questo è avvenuto nel 1990.
PM TESCAROLI: […] quindi dopo il fallito attentato all’Addaura che è del giugno del 1989.
DI CARLO: Sì dopo.
PM TESCAROLI: E per quali motivi è avvenuto questo incontro?
DI CARLO: […] mi hanno detto che già in Italia si pensava c’era chi lavorava per togliere Falcone […] volevano un appoggio, dove appoggiare e io c’ho indicato mio cugino Nino Gioè e poi so che si sono incontrati perché volevano fatti i favori dei detenuti e messi fuori i carcerati […]
PM TESCAROLI: Sì, senta, ma chi erano questa persone di Roma?
DI CARLO: […] c’era uno che sembrava italiano che parlava proprio. Ma c’erano altri che non erano italiani.

Di Carlo racconta che dopo quattro o cinque mesi ha ricevuto un’altra visita fuori orario da un gruppo di persone che erano informate della prima visita. Di Carlo racconta di essersi spaventato e di aver deciso di non aprire bocca davanti a loro.

Mi ero preoccupato e ho scritto una lettera sia a mio fratello Giulio e a Nino Gioè che era il rappresentante della famiglia di Altofonte, indirizzata di farla leggere allo zio – sarebbe Totò Riina – e ho avuto una risposta per telefono: «stai tranquillo, qua e là, lo so quello che stai passando». Questa è la storia, più avanti non vorrei andare, però vorrei dire una cosa, visto le cose come camminano. Poi è morto mio cugino Gioè. Ma è sicuro che si è impiccato. Io dico una cosa, sicuramente, se mi succede qualche cosa non morirò per mano di Cosa Nostra, visto le cose come camminano.
[…] mio cugino Gioè si è incontrato, poi mi ha detto […] «Hanno mezza Italia nelle mani, possiamo fare tante cose» (…) poi lo hanno arrestato e poi si è fatto la fine che ha fatto.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il contributo dei collaboratori di giustizia’.

Pag. 90 Nota 193Sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Caltanissetta il 27 ottobre 2000 nel processo sul fallito attentato all’Addaura, pp. 299-300.

In particolare il Di Carlo ha riferito che verso il 1990, dopo il fallito attentato dell’Addaura, mentre era ancora detenuto in Inghilterra, aveva avuto due incontri, tramite tale Nezzar Hindawi, terrorista palestinese coinvolto nell’attentato all’aereo Pan Am precipitato in Scozia, con persone appartenenti ai servizi segreti. Nel primo incontro quattro persone, di cui una sola forse italiana e le altre di varia nazionalità, gli avevano chiesto un appoggio per un progetto di eliminazione fisica del giudice Falcone al quale si stava lavorando in Italia e lui aveva fatto il nome di suo cugino Antonino Gioè, che successivamente a tale incontro gli aveva confermato di essere stato contattato. Nel secondo incontro altre persone che parlavano con accento americano o inglese lo avevano esortato a collaborare con la giustizia chiedendogli notizie sulla morte del banchiere Calvi e minacciandolo di morte. Ha precisato inoltre di avere informato di ciò, tramite il proprio fratello Giulio ed Antonino Gioè, Salvatore Riina, il quale lo aveva rassicurato promettendogli che si sarebbe occupato della vicenda (vedi pagg. 193 – 198, trasc. ud. del 4 ottobre 1999).

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il contributo dei collaboratori di giustizia’.
Pag. 90 Nota 194
«Sbirri e padreterni. Storie di morti e fantasmi, di patti e ricatti, di trame e misteri. Con Franco Di Carlo ex boss dei corleonesi», di Enrico Bellavia, Laterza, 2016, Capitolo 2: “Chi è mister X”.

A questo punto del racconto è necessario dare un nome al terzo uomo che va con Giovanni e Nigel, a metà dell’88, a chiedere una mano a Franco Di Carlo per trovare un contatto con i Corleonesi.
Sappiamo che è italiano, che si è presentato distrattamente e che ha assistito in silenzio annuendo di tanto in tanto all’articolata proposta che Giovanni ha fatto a Franco Di Carlo. Non si è esposto e non ha interloquito ma ha dato tutta l’aria di fare lo stesso lavoro di Giovanni, l’amico di Mario e del generale Giuseppe Santovito.
A Franco Di Carlo il volto di quell’uomo è rimasto ben impresso, ma non sa chi sia fino al giorno in cui, aprendo un giornale italiano, non se lo ritrova davanti in fotografia.
Quell’uomo, il terzo uomo, sostiene Di Carlo, è Arnaldo La Barbera, il capo della squadra mobile di Palermo.
“Su quel giornale era ritratto La Barbera perché era stato protagonista dell’uccisione di un rapinatore che, insieme con un complice, aveva assaltato il centro estetico dove il poliziotto andava a tagliarsi i capelli, abbattendone uno con tre proiettili e ferendo gravemente l’altro”.
Dunque, il 4 gennaio del 1992 o nei giorni immediatamente successivi, nel carcere inglese, Franco Di Carlo scopre che ad incontrarlo insieme con Giovanni e Nigel non era andato un misterioso quanto taciturno uomo dei servizi segreti ma il capo della squadra mobile di Palermo.
E questa non è l’unica sorpresa. Perché La Barbera, appura Franco Di Carlo, non è solo il terzo misterioso personaggio che è andato a trovarlo in carcere. La Barbera è anche quel mister X, l’investigatore italiano che accompagnava i giudici volati in Inghilterra per interrogarlo e che si era tenuto a distanza.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il contributo dei collaboratori di giustizia’.

Pag. 90 Nota 195«Perché fu ucciso Giovanni Falcone», di Luca Tescaroli, Rubbettino Editore, 2001, p. 68.

E con riferimento a tale fallito attentato, v’è da rilevare che Francesco Onorato ha evidenziato di aver appreso da Salvatore Biondino che Cosa Nostra, nell’eseguire tale delitto, “aveva le spalle coperte”, con ciò lasciando intendere il coinvolgimento nel fatto di altri soggetti esterni all’organizzazione.
In proposito, ha così riferito:
PM dott. Tescaroli: – Lei ha avuto modo di discutere con Salvatore Biondino dell’impatto che l’attentato avrebbe avuto nel Paese?
Onorato Francesco: – Sì, si parlo che io le dissi: “Ma Salvatore, facendo una cosa del genere capisci quello che succede? Succede un macello. Lo Stato…”. Perché Giovanni Falcone già era… aveva avuto successo per il maxiprocesso fatto a “Cosa Nostra”. E lui mi disse che non c’erano problemi perché avevano le spalle coperte.
PM dott. Tescaroli: – Ecco, ma le spalle coperte cosa intendeva dire il Biondino? Cosa capì dalle parole di Biondino?
Onorato Francesco: – Le spalle coperte sempre a livello politico, perché lui parlava che avevano delle persone nella politica abbastanza intimi con “Cosa Nostra”.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il contributo dei collaboratori di giustizia’.

Pag. 92 Nota 199Verbale di interrogatorio di Angelo Fontana, DDA di Caltanissetta, 26 febbraio 2009.

Dei sopralluoghi per l’attentato dell’Addaura ci occupammo io, Antonio e Salvuccio Madonia, Nicola Di Trapani, mio zio Vincenzo Galatolo, Pino e Raffaele Galatolo e mio cugino Angelo Galatolo, figlio di Pino. Tali sopralluoghi vennero operati circa 10/20 giorni prima dell’attentato. Il giorno in cui venne posizionato l’esplosivo, partimmo tutti dal vicolo Pipitone; l’esplosivo venne trasportato da Nicola Di Trapani e da Salvuccio Madonia, a bordo di un Vespone 125 o 150, di colore bianco, credo rubato. La fase organizzativa era tutta diretta da Nino Madonia. Il giorno in cui si trasportò l’esplosivo, io precedevo il vespone a bordo di una A112, unitamente a mio zio Vincenzo Galatolo; la 112 era di proprietà di Pino Galatolo e forse intestata alla di lui moglie Angela Scaldina. Il vespone era seguito da altra autovettura guidata da Nino Madonia, in compagnia di Angelo Galatolo, figlio di Pino; si trattava di una vettura con carrozzeria in plastica, aperta, che noi, per ridere, chiamavamo “giardiniera”; del commando faceva anche parte mio zio Raffaele Galatolo, a bordo di un altro vespone di sua proprietà; in vicolo Pipitone rimasero Pino Galatolo e Angelo Galatolo, figlio di Gaetano (quest’ultimo nominativo è stato aggiunto in sede di redazione del verbale riassuntivo). Mentre io e Vincenzo Galatolo proseguimmo oltre la villa del Dr. Falcone, per verificare che non vi fossero forze dell’ordine, gli altri si fermarono; in particolare, Nino Madonia fece scendere dall’autovettura Angelo Galatolo, figlio di Pino, che aveva il telecomando; Nicola Di Trapani e Salvuccio Madonia trasportarono l’esplosivo contenuto in un borsone da sub, che venne posizionato sugli scogli, sul lato destro della villa, guardando il mare, in una sorta di piattaforma, dove stavano anche altri bagnanti; gli stessi rimasero nei pressi per circa un paio d’ore; il borsone era bene in vista; Angelo Galatolo, con il telecomando, si era posizionato dietro uno scoglio, a circa 50 metri, in un incavo tracciato dal mare, sempre vicino la piattaforma dov’era stato riposto il borsone. Nino Madonia aveva, invece, preso posizione all’altezza di un villino che era collocato più in alto, al livello della strada, rispetto alla villa del Dr. Falcone; tale villino aveva una sorta di torretta con un prospetto in pietra. Restammo in zona per circa un paio d’ore; preciso che io, sempre con la A112, perlustravo la strada insieme a mio zio Vincenzo, a volte facendo rientro anche in vicolo Pipitone; lo stesso Nino Madonia fece anche un rientro in vicolo Pipitone. Ricordo che, in uno dei momenti in cui ci trovavamo in perlustrazione all’Addaura, Nino Madonia fece segnale a tutti di rientrare perché, come apprendemmo poi in vicolo Pipitone, era stata notata la presenza della Polizia proprio sugli scogli, nei pressi del borsone. Rientrando in vicolo Pipitone, mancava all’appello mio cugino Angelo Galatolo, di Pino; tutti ci preoccupammo e ritornammo indietro per cercare di capire dove fosse finito; lo individuò, nei pressi del quartiere “Vergine Maria”, mio cugino Angelo, figlio di Gaetano Galatolo, mentre rientrava in costume e maglietta. Ritrovandoci tutti in vicolo Pipitone, apprendemmo quello che era accaduto, e cioè che Angelo Galatolo, di Pino, notando la presenza della Polizia nei pressi del borsone e temendo di poter essere scoperto, si era gettato in mare con addosso il telecomando, che perse in acqua. Nino Madonia andò su tutte le furie per la perdita del telecomando e voleva recuperare il borsone, nonostante Angelo dicesse che la Polizia l’aveva appositamente lasciato sul posto per individuare chi, eventualmente, l’avesse recuperato. Nino Madonia, aveva infatti capito che la Polizia, pur notando il borsone, non si era insospettita della presenza dello stesso, anche perché era stato riempito con attrezzatura da sub, tipo pinne ed altro (circostanza aggiunta in sede di redazione del verbale riassuntivo).

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il contributo dei collaboratori di giustizia’.

Pag. 93 Nota 200«Attentato all’Addaura, il pentito Fontana ritratta ma l’inchiesta non si smonta», di Aaron Pettinari, AntimafiaDuemila, 14 febbraio 2014.

È tutt’altro che smontata la nuova inchiesta sul fallito attentato all’Addaura contro il giudice Giovanni Falcone agli inizi dell’estate del 1989. È dei giorni scorsi la notizia della ritrattazione del collaboratore di giustizia Angelo Fontana in merito alla sua partecipazione nelle fasi di esecuzione. L’ex boss dell’Acquasanta, che aveva accusato il cugino Angelo Galatolo di aver partecipato al fallito attentato, era a quel tempo in America. 
A scoprirlo è stato Giuseppe Di Peri, il legale di un altro cugino omonimo di Angelo Galatolo, imputato in un altro processo, il quale ha trovato un foglio che dimostra l’obbligo di firma a New York che aveva Fontana proprio nel periodo del fallito attentato.
Dopo che le carte sono state trasmesse da Palermo a Caltanissetta per competenza territoriale, il collaboratore di giustizia, detto “l’americano” proprio per la sua lunga permanenza negli States, è stato nuovamente interrogato dal pubblico ministero nisseno Gabriele Paci ed ha riconosciuto il proprio errore tuttavia ribadendo che le cose raccontate sull’Addaura sono vere in quanto le avrebbe sapute da altri. Dopo l’ammissione di colpa la Procura nissena, diretta da Sergio Lari, non ha potuto fare a meno di aprire un fascicolo per calunnia e autocalunnia.
A prescindere dalla propria presenza o meno non si può ignorare il riscontro della polizia scientifica che incastra proprio Angelo Galatolo, che era stato già condannato nel primo processo per la bomba piazzata da Cosa nostra davanti alla villa del giudice Giovanni Falcone, nel giugno 1989.
È sua infatti la macchia di sudore rinvenuta ventuno anni dopo su una maglietta che era stata abbandonata accanto alla borsa carica di esplosivo. Da alcune “cellule epiteliali di sfaldamento nella zona a contatto con le ascelle” era stato estratto un profilo genetico che si è scoperto appartenere al boss. 
È così che trova conferma la ricostruzione offerta dal pentito Angelo Fontana, condannato all’ergastolo per l’uccisione dello spacciatore dell’Acquasanta Francesco Paolo Gaeta, che ha svelato i retroscena del fallito attentato durante gli interrogatori con il pm Nicolò Marino, l’aggiunto Domenico Gozzo e il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari. “Galatolo aveva il telecomando in mano – aveva raccontato il collaboratore – era dietro uno scoglio, a circa 50 metri, in un incavo tracciato dal mare. Poi, l’attentato non si fece perché Nino Madonia fece segnale a tutti di rientrare dopo aver notato la presenza della polizia sugli scogli”. Secondo il racconto del pentito Angelo Galatolo, che aveva in mano il telecomando, si gettò in mare (e il telecomando si perse). Quindi l’unico aspetto incongruente è solo nella sua partecipazione al commando di uomini dell’Acquasanta e di Resuttana.
Fontana ha anche raccontato che ai preparativi dell’attentato aveva assistito proprio Gaeta. “Faceva il bagno e riconobbe sugli scogli Angelo Galatolo che si dava alla fuga perché individuato dagli uomini della scorta di Falcone”. Gaeta, tossicomane, era ritenuto un personaggio inaffidabile. “Per questo motivo – ha rivelato il pentito – Vito Galatolo, padre di Angelo, appariva preoccupato: se a questo lo pigliano, diceva, ci consuma a tutti”. 
sempre secondo quanto riferisce Fontana, Vito Galatolo, all’inizio cercò di tenere sotto controllo Gaeta, ma poi decise di eliminarlo. Per questo motivo si rivolse a Fontana che per quell’omicidio ha avuto l’ergastolo.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il contributo dei collaboratori di giustizia’.

Pag. 93 Nota 201 – La collaborazione con la giustizia di Vito Lo Forte, avviata nel 1993, è stata caratterizzata da vicende controverse.

«Pentito killer per una dose di eroina», di Ambra Somaschini, la Repubblica, 29 maggio 1999.

È stato assassinato da un pentito della mafia e collaboratore di giustizia, ieri alle sei del pomeriggio, in via Sisto IV, quartiere Boccea. Mohamed Hallal, 47 anni, algerino, è stato ucciso con un colpo al cuore. Vito Lo Forte, tre anni più anziano della vittima, subito dopo avergli sparato ha chiamato il servizio di protezione: “Ho ucciso un uomo, sono stato io. Venitemi a prendere”. Dietro al delitto, probabilmente una partita di droga non pagata, ma c’è anche l’ipotesi di una vendetta maturata in seguito ad una storia di spartizione di denaro, legata a una rapina. Secondo gli investigatori, Lo Forte da un po’ di tempo aveva rapporti con la malavita romana. Sequestrate nella sua casa, subito dopo l’omicidio, due pistole, una calibro 38 e una 357, con le matricola abrase. Una delle quali è servita per uccidere. Sono le cinque e tre quarti di ieri. Nella palazzina verde di via Sisto IV 145 c’è poca gente. Nessuno sentirà sparare. Proprio di fronte c’è una grande villa bianca, che qualche anno fa aveva arredato il cantautore Franco Califano. Il pentito abita al secondo piano, sul piccolo balcone ci sono otto vasi di gerani fioriti e qualche oggetto sparso. Il collaboratore di giustizia vive qui da sei mesi. Arrivato a Roma per motivi legati al suo ruolo di pentito di mafia, sotto la tutela del Servizio di Protezione. Un appartamento di quattro stanze, il suo: cucina, bagno, soggiorno, dove poi gli investigatori troveranno un paio di vestiti dell’algerino: pantaloni, golf, magliette. Segno che da un po’ di tempo anche lui abita nella stessa casa. I due uomini hanno un appuntamento. Devono prendere una decisione insieme, devono parlare di una partita di droga, di una vecchia rapina oppure, chi lo sa, di un nuovo affare, di dettagli da regolare. L’extracomunitario posteggia la sua automobile poco prima delle cinque e mezzo, proprio di fronte al cancello dell’edificio di via Sisto IV. La sistema alla meglio, senza posteggiarla bene. Intorno alle sei meno un quarto, suona al citofono di Vito Lo Forte, al secondo piano. Entra e subito scatta la discussione, il litigio violento. Il pentito afferra la pistola e spara. Un colpo solo. L’immigrato cade a terra, morto sul colpo. È il killer a chiamare un funzionario del Servizio Centrale di Protezione: “Sono a casa, ho ucciso un uomo. Mi sono voluto difendere”. S’è voluto difendere da che cosa? Dunque l’algerino ha incontrato il pentito per vendicarsi? Che cosa ha voluto chiedere? Cosa pretende? Tutte domande nel dossier degli investigatori, nell’inchiesta del colonnello Vittorio Tomasone, del colonnello Paolo La Forgia, del sostituto procuratore Maria Cordova, che si occupa dell’indagine giudiziaria. Dice un inquirente: “Stiamo analizzando uno ad uno tutti i contatti avuti da Vito Lo Forte negli ultimi mesi. Anche quelli degli ultimi anni, soprattutto i rapporti allacciati con la malavita a Roma. Dato lo spessore criminale del collaboratore di giustizia, visti i suoi precedenti penali, i reati legati allo spaccio di stupefacenti e tutto il resto, non escludiamo che l’omicidio sia legato a un giro di droga. Oppure a una sequenza di rapine messe a segno una dopo l’altra nella capitale”.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Il contributo dei collaboratori di giustizia’.

Pag. 93 Nota 202Sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello l’8 marzo 2003 nel secondo grado del processo a carico di Salvatore Riina e altri sul fallito attentato all’Addaura.

Io incontrandomi con Salvatore Riina mi dice sì. Gli chiedo cosa era questo fatto di Cosa Nostra, che avevamo fatto noi, nel senso l’avevamo fatto Cosa Nostra e in particolar modo Antonino Madonia, e mi ha detto pure: ‘Peccato che… che non è successo, perché era il momento buono’, in quanto il dott. Giovanni Falcone era in quanto discusso, delegittimato, quindi momento storico era favorevole per Cosa Nostra, però peccato che non è successo l’attentato, perché poteva essere favorevole a Cosa Nostra.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le menti raffinatissime e l’isolamento di Giovanni Falcone’.

Pag. 94 Nota 205Interrogatorio di Vito Lo Forte, Procura della Repubblica di Palermo, 17 febbraio 2010.

Quando mi trovavo agli arresti domiciliari nel dicembre 1989 presso l’abitazione di mia sorella in via Orsa Minore in zona Oreto mi venne a trovare Pietro Scotto, esponente della famiglia mafiosa dell’Arenella. (…) Il mio rapporto con Pietro Scotto era molto intimo e per tale ragione mi confidò che l’omicidio del poliziotto Agostino e della moglie era stato realizzato da Gaetano Scotto e Madonia Antonino. La ragione dell’omicidio nasceva perché, in occasione della preparazione dell’attentato all’Addaura ai danni del dott. Falcone, mentre Angelo Galatolo stava posizionando la borsa contente l’esplosivo fu notato da due sub e per tale motivo si preoccupò. La famiglia mafiosa dell’Arenella intraprese delle ricerche per identificare i due sub e ciò avvenne probabilmente tramite Gaetano Scotto che in quel periodo intratteneva rapporti con diversi soggetti delle Forze dell’ordine. Dopo poco Scotto scoprì che i due sub erano due poliziotti, Agostino e Piazza che peraltro cercavano anche dei latitanti. (…) In merito all’omicidio di Agostino ricordo che Pietro Scotto mi riferì che il delitto era stato consumato utilizzando una motocicletta alla guida della quale vi era Scotto mentre Madonia Antonino quale esecutore materiale.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le menti raffinatissime e l’isolamento di Giovanni Falcone’.

Pag. 95 Nota 206Sentenza della Corte di cassazione sul fallito attentato all’Addaura del 6 maggio 2004, estensore il dr. Antonio Esposito, p. 29.

Resta, comunque, il dato sconcertante costituito dalla circostanza che autorevoli personaggi pubblici, investiti di alte cariche e di elevate responsabilità, si siano lasciati andare, in una vicenda che, per la sua eccezionale gravità, imponeva la massima cautela, a così imprudenti dichiarazioni le quali hanno finito per contribuire, sia pure indirettamente, a fornire – unitamente alla ridda di ipotesi anche fantasiose, più o meno artatamente divulgate – lo spunto ai molteplici nemici e detrattori del Giudice di “inventare” la tesi, delegittimante, del “falso” o “simulato” attentato, avendo i vertici di “Cosa Nostra” addirittura impartito l’ordine agli uomini dell’organizzazione di divulgare la falsa e calunniosa notizia che l’attentato “se l’era fatto lui stesso”.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le menti raffinatissime e l’isolamento di Giovanni Falcone’.

Pag. 95 Nota 207Interrogatorio di Francesco Onorato, Procura della Repubblica di Caltanissetta, 12 novembre 2013.

Dopo il fallito attentato all’Addaura Biondino mi disse che si doveva indebolire la figura del dr. Falcone gettando discredito su di lui, così volevano i politici che noi avevamo nelle mani, non mi fece i nomi, i quali ci avrebbero aiutato veicolando la campagna denigratoria nei confronti del magistrato. In pratica dovevamo far trapelare la notizia che Cosa Nostra non era coinvolta nella vicenda dell’Addaura e che dunque il dr. Falcone aveva organizzato l’attentato per “fare carriera”.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le menti raffinatissime e l’isolamento di Giovanni Falcone’.

Pag. 95 Nota 208Sentenza della Corte di cassazione sul fallito attentato all’Addaura del 6 maggio 2004, estensore il dr. Antonio Esposito, pp. 53 e ss.

Non vi è dubbio che Giovanni Falcone fu sottoposto ad un infame linciaggio – prolungato nel tempo, proveniente da più parti, gravemente oltraggioso nei termini, nei modi e nelle forme – diretto a stroncare per sempre, con vili e spregevoli accuse, la reputazione e il decoro professionale del valoroso magistrato […] Non vi è, invero, alcun dubbio che Giovanni Falcone – certamente il più capace magistrato italiano […] – fu oggetto di “torbidi giochi di potere”, di strumentalizzazioni ad opera della partitocrazia, di “meschini sentimenti di invidia e di gelosia”, (anche all’interno delle stesse istituzioni), tendenti ad impedirgli che egli assumesse quei prestigiosi incarichi i quali dovevano, invece, a lui essere conferiti sia per essere egli il più meritevole sia perché il superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse contrastato da chi si era indiscutibilmente dimostrato il più bravo e il più preparato e che offriva le maggiori garanzie – anche di assoluta indipendenza e di coraggio – nel contrastare, con efficienza ed in profondità, l’associazione criminale […] Vanno, in proposito, ricordate […] il mancato conferimento dell’incarico di “Consigliere-istruttore del Tribunale di Palermo”, la mancata designazione alla carica di “Alto Commissario per il coordinamento di lotta alla mafia” e, dopo l’attentato, la mancata nomina a “Procuratore Nazionale antimafia”, e la mancata elezione al C.S.M. […] Ma oltre a tali attacchi subìti, nell’arco della sua vita professionale, dal dott. Falcone in ambiti, per così dire, istituzionali, una grave ed oltraggiosa delegittimazione venne operata, proprio a ridosso dell’attentato in questione, attraverso le c.d. “lettere del Corvo” e, cioè, attraverso missive anonime scritte a macchina – (provenienti sicuramente da un ambito istituzionale, non però identificato, come confermato dalle pronunce giudiziarie che si interessarono del caso) – che contenevano gravissime e calunniose accuse nei confronti del Giudice Giovanni Falcone e di altri magistrati ed appartenenti alla Polizia, accusati di aver ordito un diabolico piano per contrastare la fazione corleonese di “Cosa Nostra”, attraverso il ritorno in Sicilia di Salvatore Contorno per favorire la cattura o la eliminazione fisica dei capi corleonesi Salvatore Riina e Bernardo Provenzano e per guidare la vendetta delle cosche perdenti attraverso una serie di omicidi, mettendo in diretta correlazione il rientro del Contorno con gli omicidi che effettivamente si erano registrati nel territorio di Bagheria, tra il marzo ed il maggio 1989, ai danni di persone legate alle cosche mafiose vincenti dei corleonesi.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Cui prodest?’.

Pag. 97 Nota 210Interrogatorio di Vito Lo Forte, Procura della Repubblica di Palermo, 17 febbraio 2010.

Gaetano Scotto ha sempre mantenuto rapporti con le forze dell’ordine. Ho avuto conferma di tale conoscenza e frequentazione in diverse circostanze. Nel 1986 quando mi occupavo della gestione del calcio scommesse per conto dei Galatolo nel quartiere di Vergine Maria una domenica vidi Scotto in compagna di un soggetto in borghese. Scotto, dopo averlo salutato, venne verso di me riferendomi che tale soggetto era un commissario di P.S. con il quale aveva rapporti per scambio di favori. Ricordo, ancora, di avere notato il predetto commissario in compagnia di Scotto nell’estate del 1987. In occasione di un pranzo presso un ristorante in piazza Tonnara all’Arenella alla presenza di numerosi soggetti di Cosa Nostra, alcuni dei quali latitanti come Bonanno Armando accompagnato da Marco Favaloro, Scotto si incontrò all’esterno con il commissario con i baffi neri. Nel 1991 ricordo di avere visto in diverse circostanze in un arco temporale molto breve Scotto in compagnia di una persona robusta con un bastone, di un altro soggetto giovane e di altra persona con la faccia bruciata. Rimasi sorpreso in quanto gli incontri avvenivano in un ristorante di Vergine Maria diverso da quello gestito da Scotto Gaetano. In tali circostanze non riconobbi i presenti e Scotto mi disse che la persona con il bastone era il commissario del quale avevamo più volte parlato. Il predetto commissario, passato nel frattempo all’Alto Commissariato come riferitomi da Gaetano Scotto, era ingrassato ma aveva ancora i baffi neri. Scotto mi disse che aveva raggiunto un accordo con il Commissario per effetto del quale Scotto realizzava delle intercettazioni abusive tramite il fratello Pietro, Brusca Vincenzo ed altri ed il commissario forniva informazioni sui confidenti che ricercavano i latitanti.

Deposizione di Vito Galatolo innanzi al GIP di Palermo nel procedimento n. 7671/07 RGNR a carico di Gaetano Scotto e Antonino Madonia, 19 gennaio 2016.

P. M. DI MATTEO : – Senta le volevo fare intanto una domanda su un argomento generale e poi specificherò con varie altre domande, io le volevo chiedere, soprattutto con riferimento agli anni ottanta – novanta, per cui c’è un interesse maggiore in questo processo, se lei è a conoscenza di rapporti diretti o indiretti della sua famiglia mafiosa e del suo mandamento mafioso, con esponenti delle forze dell’ordine o dei servizi di sicurezza, cioè i servizi segreti. Se lei intanto mi dica se ne è a conoscenza, se è a conoscenza diretta anche per essere stato testimone di alcuni incontri e poi le farò ulteriori domande.
DICH. GALATOLO : – Testimone di alcuni incontri sì e confidenze che qualche parente mio mi dava sì, e cosa che so su qualche altra persona imputata di cui stiamo parlando, mi riferisco a Gaetano Scotto sì che aveva contatto con degli esponenti dei servizi segreti, ubicati all’Utveggio Monte Pellegrino, in cui mi è stato detto anche di mio zio e queste amicizie le aveva anche un certo Pierino Magrì, che poi è anche una persona vicina in cosa nostra, coimputato oggi mio in un processo, che era quello che gestiva la latitanza a Tanino Scotto in tutti i sensi, sia economicamente sia… era lui quello che lo gestiva ed anche da latitante lo sentiva per telefono e ci poteva parlare da un telefono che avevano solo loro, non capisco di chi era questo telefono, una cosa strana e delle confidenze che mi dicevano i miei zii e delle persone estranee in cosa nostra, a parte i carabinieri, che venivano a fare dei colloqui in Fondo Pipitone assieme quando c’era Tanino Scotto, quando c’era Nino Madonia, mio padre, altre persone etc. etc..
[…] DICH. GALATOLO : – Assolutamente sì, il dottor Contrada era l’unico di loro di queste forze dell’ordine a livello così importante che veniva a parlare personalmente in Fondo Pipitone con Nino Madonia, con Galatolo Vincenzo, con altri esponenti, tra cui c’era anche Gaetano Scotto e veniva al Pipitone accompagnato da altre persone, non so se posso fare il nome e cognome…
P. M. DI MATTEO : – Quindi intanto segua le mie domande e risponda alle mie domande, se è in grado di rispondere. Intanto questa situazione di Contrada, del dottore Contrada che viene a Fondo Pipitone e nello stesso momento in cui c’erano le persone che ha nominato, lei l’ha constatata una sola volta o più volte?
DICH. GALATOLO : – No più volte, veniva spesso anzi lui, più volte lui veniva, noi avevamo… noi avevamo un maresciallo dei carabinieri Salzano, che era il maresciallo delle Falde cioè dell’Acquasanta, che era una persona corrotta nel mandamento della famiglia dell’Acquasanta, personalmente miei padri e i miei zii gli davano lo stipendio, a parte di quello che lui prendesse nelle forze dell’ordine, e in cui era corrotto e lui ci avvisava quando dovevano venire altri personaggi, li accompagnava, faceva posto di blocco davanti al Fondo Pipitone all’entrata, in via Simone Gulì e dove già erano… quelli che stanno nella riunione dentro erano coperti nel senso… cioè coperti nel senso questa volta non coperti… cioè che potevano stare tranquilli, parlare tranquillamente che c’era lui al posto di blocco e ci pensava lui a non fare entrare persone al di fuori di quelli che già c’erano dentro. Ma questo succedeva sempre. Poi c’era un’altra persona che veniva, che si è incontrata con il dottor Contrada dentro il Fondo Pipitone…
[…] DI MATTEO : – E il dottor Contrada, quando lei l’ha visto entrare in vicolo Pipitone, l’ha visto entrare da solo o in compagnia di altre persone?
GALATOLO : – Io l’ho visto con altre persone, che lo accompagnassero e suonava… questa persona suonava e faceva scendere mio padre e là c’era Nino Madonia, scendeva Nino Madonia, Nino Madonia si salutava con una persona con il bacio, invece con il dottor Contrada si davano solamente la mano buonasera come sta, così […].
DI MATTEO : – […] lei ha mai visto il dottor Contrada venire a queste riunioni insieme a soggetti che lei non conosceva come mafiosi, come uomini d’onore? Ci sono altri soggetti che lei ha visto partecipare a riunioni con uomini d’onore insieme al dottor Contrada? Mi riferisco sempre al tipo di…
DICH. GALATOLO : – Sì, sì.
P. M. DI MATTEO : – Al tipo di domanda iniziale che le avevo fatto che riguardano rapporti…
DICH. GALATOLO : – Sì, sì.
P. M. DI MATTEO : – Con esponenti dei servizi di sicurezza o delle forze dell’ordine.
DICH. GALATOLO : – Posso rispondere?
G / T : – Risponda, sì risponda.
DICH. GALATOLO : – […] Entrava una persona che io ho riconosciuto in foto che veniva, e voglio precisare che… ho detto lato sinistro quando… con una faccia tagliata dal lato sinistro, però lato sinistro quello voglio precisare, lato sinistro mio, la mano mia, perché se io lo vedo… se lei mi vede la mano signor Giudice signor Pubblico Ministero, se io vedo entrare così che sta venendo per venire a casa mia io lo vedo… il taglio della faccia glielo vedo nel lato sinistro mio, ma significherebbe lato destro della faccia del personaggio, del braccio, lato destro della faccia del personaggio. L’ho spiegato in diversi interrogatori questa situazione, lo voglio specificare anche su questo. La persona che veniva là, che poi quando ho detto chi era, che conoscevo questa persona, mi è stato… ho detto il nome come si chiamava pure perciò… prima l’ho riconosciuto in foto che era la persona che venisse… che veniva spesso… un tre – quattro volte è venuto in Fondo Pipitone e poi quando hanno detto… mi informavano chi era la persona un certo Aiello.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le prime indagini sull’omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio’.

Pag. 98 Nota 212«La verità su Agostino: era uno 007 antimafia», di Salvo Palazzolo, la Repubblica, 2 luglio 2008.

Adesso c’è la prova, Nino Agostino non era un semplice agente della sezione Volanti del commissariato San Lorenzo. L’inchiesta condotta dai pm Domenico Gozzo e Nino Di Matteo ha trovato traccia dell’attività antimafia del poliziotto negli archivi della squadra mobile di Palermo. Per diciannove anni quelle tracce sono rimaste sommerse da un cumulo di carte inutili che cercavano di accreditare un inverosimile movente passionale. Per diciannove anni i documenti che potevano svelare il giallo sono stati occultati ad arte, non è ancora chiaro da chi. Adesso, la squadra mobile ha ritrovato quelle tracce e le ha subito consegnate alla Procura. Nulla si sa sul loro contenuto, che resta coperto da un rigido segreto istruttorio. I magistrati sembrano aver imboccato una pista ben precisa per tentare di smascherare alcuni degli esecutori del depistaggio. Un’intercettazione ambientale ha portato nel registro degli indagati l’ex agente della squadra mobile Guido Paolilli, con l’accusa di favoreggiamento aggravato, per aver favorito Cosa nostra. Da mesi, la Dia di Palermo teneva sotto controllo il poliziotto, che è ormai in pensione: nella sua casa di Montesilvano, provincia Pescara, erano state sistemate delle microspie. Che hanno captato delle parole ben precise il giorno di marzo che il televisore era sintonizzato su Rai 1, mentre il padre di Agostino, Vincenzo, raccontava del biglietto trovato nel portafogli di Nino – “Se mi succede qualcosa andate a cercare nell’armadio di casa” – e della delusione per non aver scoperto nulla di importante. Quel giorno, durante la trasmissione Tv, il figlio di Paolilli chiese: «Cosa c’era in quell’armadio?». Il padre rispose: «Una freca di carte che ho distrutto». Questa frase ha impresso un’improvvisa accelerazione alle indagini sull’omicidio di Nino Agostino e della moglie Ida. Era di Paolilli la relazione di servizio che subito dopo il delitto indirizzò i vertici della squadra mobile verso il movente passionale, per una vecchia storia che Nino aveva avuto con una ragazza risultata imparentata con pregiudicati. Paolilli era andato via da Palermo nel 1985, ma tornava spesso in Sicilia, «aggregato» alla squadra mobile, non è ancora chiaro con quali compiti. Lui, interrogato dai pm, ha detto che era addetto alle scorte. Ma le testimonianze di diversi colleghi lo smentiscono: «Svolgeva attività antimafia». Quale? Nell’89, dopo il delitto del suo amico Nino Agostino, Paolilli tornò ancora una volta «aggregato» alla Mobile palermitana. Poi, dopo qualche tempo, fu ingaggiato dall’alto commissariato antimafia. Era già persona fidata di Bruno Contrada, tanto che al processo per l’ex funzionario del Sisde Paolilli è stato chiamato come teste a difesa, uno dei pochi sottufficiali in un elenco lunghissimo di funzionari e dirigenti. Chi è davvero Paolilli? Durante l’interrogatorio in Procura, si è limitato a dire che nel periodo dell’alto commissariato si occupò anche delle ricerche di Totò Riina, ma si è chiuso in un silenzio profondo quando gli è stato chiesto delle sue fonti. È Paolilli «l’amico» di cui Agostino parlò con un compagno di pattuglia poco prima di morire? «Sto collaborando con un amico per la cattura di latitanti», così disse. L’indagine va avanti a ritmo serrato. Un’altra traccia, ritrovata anche questa dopo 19 anni, potrebbe portare lontano: una parente acquisita degli Agostino è risultata in rapporti con uno dei Brusca di San Giuseppe Jato, i mafiosi che custodivano Riina, uno dei latitanti che il poliziotto di San Lorenzo cercava. È solo una coincidenza? Sembra ormai sempre più evidente che nel 1989 un gruppo di giovani, come Nino Agostino, Emanuele Piazza, Gaetano Genova (tutti uccisi) collaborava in gran segreto con un settore della polizia (o dei Servizi?) per la ricerca di latitanti. Chi sapeva di questa squadra riservata? Chi volle fermarla?

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le prime indagini sull’omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio’.

Pag. 100 Nota 214«I parenti dell’agente Agostino ‘Scotto pedinava la nostra famiglia’», di Salvo Palazzolo, la Repubblica, 1 marzo 2007.

C’è una svolta inaspettata nella travagliata storia attorno all’omicidio dell’agente Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio, trucidati il 5 agosto 1989. La madre del poliziotto ha riconosciuto nella foto di un giornale l’uomo che in quella terribile estate avrebbe seguito il figlio e altri familiari, all’aeroporto di Catania, prima della partenza per il viaggio di nozze della coppia. Quell’uomo è Gaetano Scotto, un mafioso che era già stato indagato per l’omicidio Agostino, sulla base del racconto di un pentito, Oreste Pagano, che sosteneva di aver incontrato Scotto durante una cerimonia nuziale, in Canada: «In quell’occasione, al cospetto di altri mafiosi – ha spiegato il collaboratore – Scotto si vantò di aver ucciso il poliziotto e sua moglie». Le indagini della Procura hanno cercato a lungo riscontri a quelle dichiarazioni, hanno anche cercato l’album di nozze di quel matrimonio, fra i rampolli di due famiglie di mafia. Ma senza molta fortuna. Così, l’indagine su Scotto è stata archiviata. Nei giorni scorsi, al mafioso, già condannato per la strage Borsellino, sono stati sequestrati dalla Dia beni per un milione e mezzo di euro. Proprio in occasione di quell’articolo, la mamma di Agostino avrebbe visto una foto di Scotto. Adesso, il caso è rimesso alla Procura. Intanto, il gip Marina Pino si è riservata di decidere sulla richiesta di riapertura del caso, presentata dalla Procura nelle scorse settimane. Secondo il pm Domenico Gozzo, l’inchiesta potrebbe essere arricchita da nuovi accertamenti.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le prime indagini sull’omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio’.

Pag. 101 Nota 216Relazione di servizio dell’agente scelto di PS Domenico La Monica, 6 agosto 1989.

Il sottoscritto La Monica Domenico, Agente Scelto della Polizia di Stato in servizio presso il Commissariato di P.S. San Lorenzo ritiene opportuno informare le SS.VV. di quanto segue. Nel mese di giugno c.a. avendo espletato servizi di pattuglia antirapina con l’agente Agostino Antonino e l’Agente Arcieri Sebastiano, veniva a conoscenza dallo stesso Agostino che in collaborazione con un agente di polizia suo amico, liberi dal servizio indagavano sui noti latitanti Reina e Provenzano. Lo scrivente, credendo che il collega stesse scherzando non fece peso alle sue dichiarazioni, permettendosi di scherzare su quanto detto. L’Agostino, ribadiva ancora una volta le sue dichiarazioni, precisando ancora che nel mese di agosto c.a. attendeva l’arrivo dell’agente anzidetto che già aveva prestato servizio alla Squadra Mobile di Palermo e che era stato trasferito in altra sede a seguito del Caso Marino. Quest’ultimo, sempre a dire dell’Agostino doveva venire a Palermo per fruire un periodo di ferie. Di quanto scritto lo scrivente ha già riferito verbalmente al Dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Dr. La Barbera. Tanto sopra si riferisce per doverosa notizia.

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«Omicidio Agostino, fu fatto contro Falcone e il commissario di San Lorenzo», di Miriam Cuccu, Antimafia Duemila, 10 giugno 2015.
Dei rapporti tra i servizi segreti e Nino Agostino, che in realtà si occupava della ricerca di latitanti del calibro di Riina e Provenzano, Montalbano lo seppe solo qualche anno dopo l’assassinio, poi clamorosamente depistato. “Tra la fine del ’92 e l’inizio del ’93 – racconta il teste – l’ispettore La Monica ebbe a dirmi che nel corso di uno dei turni di pattuglia, Agostino gli avrebbe detto che in qualche modo aveva rapporti con i servizi segreti. Io gli consigliai vivamente di fare una relazione di servizio, che abbiamo trasmesso all’autorità competente”. Come mai La Monica si confidò con Montalbano dopo più di tre anni dalla morte dell’agente? “Mi disse che sul momento non aveva dato granché peso e che gli sembrò probabilmente una specie di vanteria, un’esagerazione”.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le dichiarazioni dei collaboratori’.

Pag. 103 Nota 221Verbale di interrogatorio di Giovan Battista Ferrante alla Procura di Palermo, 20 ottobre 2001.

PM: Allora, scusi, il verbale del 18 luglio 1996, ore 15 e 40: “omicidio di un giovane agente di polizia e di sua moglie avvenuta a Villagrazia di Carini, […] l’incarico di fare penetranti indagini venne dato da Riina Salvatore a Biondino Salvatore, allora sostituto di Gambino Giacomo Giuseppe che non era libero e il risultato delle indagini fu che i due coniugi erano stati uccisi da alcuni colleghi del giovane poliziotto […]”. Le do lettura ora delle dichiarazioni su questo argomento del 30 luglio 1996 ore 13.50. “Ad integrazione di quanto già accennato in un precedente interrogatorio preciso che poco tempo dopo quell’omicidio partecipai ad una riunione presso il baglio Biondo, in una pausa della quale il Riina incaricò il Biondino Salvatore anche in presenza mia e dei due cugini Biondo Salvatore di accertare chi avesse commesso il duplice omicidio di un agente di polizia e della moglie, avvenuta a Villagrazia di Carini in territorio di pertinenza del nostro mandamento. […] dopo qualche tempo appresi personalmente dal Biondino in presenza di Biondo Salvatore “u curtu” che a commettere il duplice omicidio erano stati alcuni colleghi del poliziotto, non so da quale fonte il Biondino apprese tale notizia ma sono sicuro però che egli lo affermò con certezza.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le dichiarazioni dei collaboratori’.

Pag. 103 Nota 222Verbale di interrogatorio di Giovanni Brusca alla Procura di Palermo, 22 febbraio 2000.

Preciso che Riina mi parlò di tale fatto qualche giorno dopo la consumazione del duplice omicidio, una settimana dopo, al massimo quindici giorni dopo. Fui io a chiedere a Riina se era a conoscenza delle persone che avevano commesso quel duplice omicidio. Al riguardo io avevo un duplice interesse personale a chiedere notizie. In primo luogo perché la moglie dell’agente Agostino era parente di Santo Sottile, persona a me vicina tant’è che poi mi favorì durante la mia latitanza ed è stato tratto in arresto per tale fatto. In secondo luogo perché l’agente Agostino abitava ad Altofonte. I giornali parlavano moltissimo di questo duplice omicidio ed io per i motivi sopra indicati avevo un personale interesse ad acquisire notizie in proposito. Alla mia domanda Riina rispose con un mezzo sorriso che anche Salvatore Biondino si era interessato per acquisire informazioni in quanto il duplice omicidio era stato commesso a Villagrazia di Carini, territorio rientrante nel mandamento di San Lorenzo. Riina disse che certamente nel duplice omicidio dovevano essere coinvolti i fratelli Madonia. Riina usò l’espressione mio compare ed i picciotti, termini con i quali indicava rispettivamente suo compare Ciccio Madonia e i fratelli Nino e Salvo Madonia. Preciso che Riina non affermò categoricamente che l’omicidio era stato consumato dai due Madonia ma formulò un’ipotesi che dava per certo al 90%. Riina era tranquillo, non manifestò alcuna preoccupazione e alcun interesse a sapere qualcosa di più. La mia impressione fu che lui sapeva quanto c’era da sapere. I Madonia avevano il potere di eseguire omicidi e di compiere azioni delittuose in modo riservato. Al riguardo ricordo che dopo l’esecuzione della strage di Capaci, Salvatore Biondino ricordava ancora con disappunto che i Madonia, ed in particolare Nino Madonia, avevano posto in essere l’attentato all’Addaura nel 1989, ai danni del Dr. Falcone, senza preventivamente comunicare agli altri, e a lui in particolare, che stavano per eseguire quel fatto eclatante. Nel 1989, i Madonia per compiere omicidi si avvalevano anche dei Galatolo e degli uomini della famiglia dell’Acquasanta, stante il loro stretto rapporto con i Galatolo. I Madonia avevano notizie che dovevano restare segrete da parte di persone della Questura di Palermo, persone di cui io ignoro l’identità. Ad esempio, erano a conoscenza dei nominativi di persone che svolgevano l’incarico di ricercare e catturare latitanti […] Prendo atto che il collaboratore Ferrante ha dichiarato in pubblico dibattimento che Riina diede incarico a Salvatore Biondino di accertare chi erano stati gli autori dell’omicidio e che, in esito a tali indagini, Biondino ebbe a dire a Ferrante che a commettere il duplice omicidio erano stati alcuni colleghi del poliziotto. È possibile che al Ferrante sia stata fornita questa informazione, diversa da quella che Riina fornì a me, perché doveva essere mantenuto il segreto anche all’interno di Cosa Nostra sui reali autori del duplice omicidio.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le dichiarazioni dei collaboratori’.

Pag. 104 Nota 223Verbale di interrogatorio di Oreste Pagano, 5 gennaio 2000.

In merito a tale omicidio ricordo, come ho già riferito alla Procura di Torino, che nel 1995 mi trovavo unitamente ad Alfonso Caruana al matrimonio del figlio di Vito Rizzuto in Canada. Lì Alfonso Caruana mi indicò una persona con la barba, i capelli ricci, gli occhiali scuri, che mi venne detto essere ricercato non ricordo esattamente per cosa, ma mi accennò ad un duplice omicidio di un poliziotto e della moglie incinta unitamente a tale Salvatore Madonia, o comunque un Madonia, non sono certissimo del nome. Questa persona mi venne indicata come Gaetano Scuotto o Scotto, non so essere preciso […] Ricordo con certezza che quando Vito Rizzuto mi presentò questa persona Scotto o Scuotto, lo chiamava “Ninuzzo”, e me lo presentò dicendomi che era un suo carissimo amico e che era “come se fosse lui stesso”. Seppi poi dall’Alfonso Caruana come si chiamava in realtà. Escludo comunque che abbia alloggiato in albergo. Penso che fosse ospite del Rizzuto nella sua villa a Montreal. Capii da ciò che si trattava di un personaggio di rilievo. Questo mi fu confermato poi dall’Alfonso Caruana che mi disse che apparteneva al giro dei Bono e dei Fidanzati […] L’omicidio era stato determinato dal fatto che questo Poliziotto voleva rivelare i legami della mafia con alcuni componenti la Questura di Palermo … notando l’accoglienza ossequiosa che il Gaetano Scotto, detto Ninuzzo, che peraltro non circolava con il suo vero nome ma con un nome diverso che non so, avevo chiesto al Caruana Alfonso chi fosse ed il Caruana mi aveva riferito che si trattava di personaggio di rilievo che era ricercato perché aveva commesso diversi episodi di reato. Il Caruana mi aveva riferito in particolare che aveva ucciso il poliziotto e la moglie incinta ed alla mia domanda di sapere come mai anche la donna fosse stata uccisa, il Caruana mi aveva riferito che anche la donna era a conoscenza delle rivelazioni che il poliziotto poteva fare e per questo lo Scotto aveva dovuto eliminarla.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le dichiarazioni dei collaboratori’.

Pag. 104 Nota 224Deposizione di Vito Lo Forte innanzi al GIP di Palermo nel procedimento n. 7671/07 RGNR a carico di Gaetano Scotto e Antonino Madonia, 25 novembre 2015.

Quando sono uscito mi sono incontrato con Gaetano Vegna, che io avevo un buon rapporto che parlavo sempre con questa persona e mi disse, tornando a questo fatto, che ad uccidere il poliziotto Agostino erano stati Gaetano Scotto e Antonino Madonia. Mi ha detto, no ha sparato Nino Madonia, lui [Scotto, nda] guidava la motocicletta. … ma mi disse che l’Aiello il suo ruolo è stato che li… dopo l’omicidio li aspettava con una macchina pulita, li ha ripresi però prima da andare via gli ha dato una mano a bruciare la motocicletta. … Gaetano Vegna mi disse in merito all’omicidio che l’hanno ucciso all’agente Agostino per fare un favore a degli inquirenti importanti, a funzionari di Polizia importanti.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le dichiarazioni dei collaboratori’.

Pag. 105 Note 226 e 227Esame di Vito Galatolo innanzi al GIP di Palermo nell’incidente probatorio del procedimento per il duplice omicidio Agostino-Castelluccio a carico di Nino Madonia, Gaetano Scotto e Giovanni Aiello, 19 gennaio 2016.

P.M. DI MATTEO : – Voglio che lei termini tutto quello che stava dicendo. Io le chiedo tutto quello che ha saputo su eventuali cause, ma anche su eventuali autori e mandanti naturalmente, se ha saputo qualcosa.
DICH. GALATOLO : – No la cosa era puntata che riguardo mio cugino Stefano Fontana per dire… mi sto ricordando adesso questo specifico… non so se lo posso dire, perché non mi ricordo di averlo detto precedentemente, ma quando si sentiva parlare di queste eh… la cosa ci dava fastidio perché c’era… avevano ucciso anche la moglie che era incinta a questo poliziotto e questo poliziotto era quello che Galatolo Angelo aveva visto all’Addaura, che veniva spesso a fare dei controlli in cerca di latitanti dentro il vicolo Pipitone. E questa… ne ha parlato mio cugino Stefano che se ne parlava, e quando si parlava come è stata questa situazione individuava Nino Madonia come… che lui era sapitore di questa situazione.
P. M. DI MATTEO : – Allora ci ripeta meglio ordinatamente quello che ha detto…
DICH. GALATOLO : – Quando si sentiva parlare e poi si prendevano… guardi in carcere si prendono solamente discorsi di cosa nostra, di ‘ndrangheta di camorra, si parla di queste cose, non si parla di mangiare bene, difficilmente si parla di mangiare bene, tranne se non c’è qualche affiliazione… e si parlava… quando si parlava di questo omicidio Agostino con la moglie, non mi ricordo come si chiama il cognome, si parlava che dava tipo la colpa a Nino Madonia di questa situazione, che era sapitore di questa situazione.
P. M. DI MATTEO : – chi gliele parlava mi scusi?
DICH. GALATOLO : – Stefano Fontana… ne parlavano sì, tra di noi cugini e Stefano Fontana. Si lamentava perché diceva dove c’è Nino Madonia c’è sempre dannu va, diciamo faceva… portava tutto a compimento Nino Madonia.
DI MATTEO : – Ma ha appreso circostanze più specifiche come l’hanno ucciso, chi ha partecipato proprio materialmente, chi ha eseguito materialmente l’omicidio, il duplice omicidio?
GALATOLO : – Chi parlava era tipo che dava la colpa a Nino Madonia.
P. M. DI MATTEO : – E vuole ripetere chi è che le ha detto che questo poliziotto era quello che suo cugino Angelo aveva visto all’Addaura in occasione del fallito attentato al dottor Falcone?
DICH. GALATOLO : – Si parlava… questo me ne parlava mio zio Pino.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Le dichiarazioni dei collaboratori’.

Pag. 105 Nota 227Interrogatorio di Vito Galatolo, Procura di Palermo, 26 novembre 2014.

GALATOLO: C’era la voce sempre che girava che era Tanino Scotto, ma però sempre fra di noi non che posso dire con certezza che Tanino Scotto ha commesso… ha comme… girava la voce di Tanino che forse avevano riconosciuto a Tanino, ma era una cosa così non posso dire con certezza… sì c’era Tanino.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Faccia da mostro’.

Pag. 106 Nota 230Interrogatorio di Vito Lo Forte, Procura di Catania, 27 giugno 2013.

ADR. Ho conosciuto Giovanni Aiello per avermelo presentato Gaetano Scotto, con il quale ero molto amico […]. Mi disse da subito che l’Aiello faceva parte dei servizi segreti e che gli forniva informazioni molto utili, quali indicazioni sui confidenti e sulle operazioni di polizia.
ADR. Ricordo che nel 1987 facemmo un pranzo presso un ristorante a Piazza Tonnara all’Arenella, ove erano presenti diversi uomini d’onore […]. Ad un certo punto, mi venne chiesto di uscire e dire allo Scotto di portare lo champagne, io uscii e lo vidi fuori dal locale insieme ad Aiello Giovanni che io già conoscevo, avendolo incontrato la prima volta nel 1985/86 ed insieme ad un altro soggetto; (…) Il soggetto che era insieme ad Aiello era una persona di cui già nel 1984 sapevo che era un commissario di polizia.
ADR. Successivamente, nell’estate del 1991 ebbi poi modo di incontrare casualmente lo Scotto presso un ristorante nel quartiere Vergine Maria, mentre parlava con due soggetti, uno dei quali era quello da me visto con l’Aiello nell’occasione che ho sopra specificato; era un soggetto piuttosto robusto, che in quella occasione vidi camminare aiutandosi con un bastone e che lo Scotto mi disse essere appartenente all’Alto Commissariato. Nel 1984 sapevo invece che era un commissario di polizia […] preciso che a quell’epoca non zoppicava e nemmeno nel 1987.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Faccia da mostro’.

Pag. 107 Nota 231Interrogatorio di Vito Lo Forte, Procura di Catania, 27 giugno 2013.

Lo Scotto mi disse che Aiello era “un terrorista”, poiché aveva messo bombe nelle stazioni, aveva fatto rapine di tipo “miliardarie” ed era insomma un tipo valido, “sanguinario” poiché non aveva paura di uccidere […] Voglio aggiungere che l’Aiello partecipò all’omicidio di Ninni Cassarà, per come mi riferì Gaetano Vegna, uomo d’onore della famiglia dell’Arenella. Il Vegna me lo disse allorché mi raccontò che alcuni uomini d’onore dell’Arenella dopo l’omicidio del Cassarà si erano recati a brindare presso il ristorante di P. Tonnara di cui ho parlato prima; insieme a loro vi era l’Aiello, che aveva sparato pure al momento dell’omicidio, da un piano basso dell’edificio […] Ricordo anche che nel dicembre 1989, allorquando fui scarcerato, il Vegna mi disse che l’Aiello aveva avuto un ruolo nell’omicidio dell’agente di polizia Agostino e della moglie. In particolare, mi disse che Aiello era andato a prendere in auto gli autori del delitto, Gaetano Scotto e Antonino Madonia, subito dopo l’omicidio, li aveva aiutati a bruciare la moto utilizzata e li aveva portati via. Vegna, alla mia richiesta del motivo per cui era stata uccisa una donna incinta, rispose che il duplice omicidio era stato commesso per fare un favore a degli importanti funzionari di polizia e che sicuramente la moglie di Agostino era stata uccisa perché sapeva qualcosa.

Interrogatorio di Vito Lo Forte, Procura di Caltanissetta, 10 agosto 2009.

ADR. Riferisce del fallito attentato all’Addaura e del ruolo avuto da Gaetano Scotto, il “bruciato”, l’agente di polizia Agostino e tale Piazza, entrambi dei servizi, nonché Angelo Galatolo e Nino Madonia. Precisa che tali informazioni gli furono fornite da Vito Galatolo e da Pietro e Gaetano Scotto. […]
ADR. Riferisce del coinvolgimento di Gaetano Scotto e del “bruciato” nella strage di via D’Amelio, precisando di non aver riferito in precedenza la circostanza poiché intimorito anche in virtù di pregresse vicende; in particolare riferisce di aver appreso da Pietro Scotto dopo la strage che il “bruciato” aveva fornito il telecomando utilizzato nella strage.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Faccia da mostro’.

Pag. 107 Note 233-234«Bombe, omicidi e stragi in Sicilia, Ecco tutte le accuse a “faccia da mostro”», di Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo, la Repubblica, 9 luglio 2014.

Ci sono almeno quattro uomini e una donna che l’accusano di avere ucciso poliziotti come Ninni Cassarà e magistrati come Falcone e Borsellino, di avere fornito telecomandi per le stragi, di avere messo in giro per l’Italia bombe “su treni e dentro caserme”. Qualcuno dice che a Palermo ha assassinato pure un bambino. Su di lui ormai indagano tutti, l’Antimafia e l’Antiterrorismo.
Sospettano che sia un sicario per delitti su commissione, ordinati da Cosa Nostra e anche dallo Stato.
Lo chiamano “faccia da mostro” e ha addosso il fiato di un imponente apparato investigativo che vuole scoprire chi è e che cosa ha fatto, da chi ha preso ordini, se è stato trascinato in un colossale depistaggio o se è davvero un killer dei servizi segreti specializzato in “lavori sporchi”. Al suo fianco appare di tanto in tanto anche una misteriosa donna “militarmente addestrata”. Nessuno l’ha mai identificata. Forse nessuno l’ha mai nemmeno cercata con convinzione.
Vi raccontiamo per la prima volta tutta la storia di Giovanni Aiello, 67 anni, ufficialmente in servizio al ministero degli Interni fino al 1977 e oggi plurindagato dai magistrati di Caltanissetta e Palermo, Catania e Reggio Calabria. Vi riportiamo tutte le testimonianze che l’hanno imprigionato in una trama che parte dal tentativo di uccidere Giovanni Falcone all’Addaura fino all’esplosione di via Mariano D’Amelio, in mezzo ci sono segni che portano al delitto del commissario Cassarà e del suo amico Roberto Antiochia, all’esecuzione del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida, ai suoi rapporti con la mafia catanese e quella calabrese, con terroristi della destra eversiva come Pierluigi Concutelli. E con l’intelligence . Anche se, ufficialmente, “faccia da mostro” non è mai stato nei ranghi degli 007.
Negli atti del nuovo processo contro gli assassini di Capaci – quello che coinvolge i fedelissimi dei Graviano – che sono stati appena depositati, c’è la ricostruzione della vita e della carriera di un ex poliziotto dal passato oscuro.
La sua scheda biografica intanto: “Giovanni Pantaleone Aiello, nato a Montauro, provincia di Catanzaro, il 3 febbraio del 1946, arruolato in polizia il 28 dicembre 1964, congedato il 12 maggio 1977, residente presso la caserma Lungaro di Palermo fino al 28 settembre 1981, sposato e separato con l’ex giudice di pace.., la figlia insegna in un’università della California”. Reddito dichiarato: 22 mila euro l’anno (ma in una recente perquisizione gli hanno sequestrato titoli per un miliardo e 195 milioni di vecchie lire), ufficialmente pescatore. Sparisce per lunghi periodi e nessuno sa dove va, racconta a tutti che la cicatrice sulla guancia destra è “un ricordo di uno scontro a fuoco in Sardegna durante un sequestro di persona”, ma nel suo foglio matricolare è scritto che “è stata causata da un colpo partito accidentalmente dal suo fucile il 25 luglio 1967 a Nuoro”. Il suo dossier al ministero dell’Interno, allora: qualche encomio semplice per avere salvato due bagnanti, un paio di punizioni, per molti anni una valutazione professionale “inferiore alla media”, un certificato sanitario che lo giudicano “non idoneo al servizio per turbe nevrotiche post traumatiche”. 
Dopo il congedo è diventato un fantasma fino a quando, il 10 agosto del 2009, è stato iscritto nel registro degli indagati “in riferimento all’attentato dell’Addaura e alle stragi di Capaci e di via D’Amelio”. Il 23 novembre del 2012 tutte le accuse contro di lui sono state archiviate. Ma dopo qualche mese “faccia da mostro” è scivolato un’altra volta nel gorgo. È sotto inchiesta per una mezza dozzina di delitti eccellenti in Sicilia e per alcuni massacri, compresi attentati ai treni e postazioni militari. Le investigazioni – cominciate dalla procura nazionale antimafia di Pietro Grasso – ogni tanto prendono un’accelerazione e ogni tanto incomprensibilmente rallentano. Forse troppe prudenze, paura di toccare fili ad alta tensione.
Ma ecco chi sono tutti gli accusatori di Giovanni Aiello e che cosa hanno detto di lui.
Il primo è Vito Lo Forte, picciotto palermitano del clan Galatolo. La sintesi del suo interrogatorio: “Ho saputo che ci ha fatto avere il telecomando per l’Addaura, ho saputo che era coinvolto nell’omicidio di Nino Agostino e che era un terrorista di destra amico di Pierluigi Concutelli, che ha fatto attentati su treni e caserme, che ha fornito anche il telecomando per via D’Amelio”. Poi Lo Forte parla del clan Galatolo che progettava intercettazioni sui telefoni del consolato americano di Palermo, ricorda “un uomo con il bastone” amico di Aiello che è un pezzo grosso dei servizi, che ogni tanto a “faccia da mostro” regalavano un po’ di cocaina. Dice alla fine: “Era un sanguinario, non aveva paura di uccidere”. E racconta che Aiello, il 6 agosto 1985, partecipò anche all’omicidio di Ninni Cassarà e dell’agente Roberto Antiochia: “Me lo riferì Gaetano Vegna della famiglia dell’Arenella. Dopo, alcuni uomini d’onore erano andati a brindare al ristorante di piazza Tonnara. Insieme a loro c’era anche Aiello, che aveva pure sparato al momento dell’omicidio, da un piano basso dell’edificio”.
Il secondo accusatore si chiama Francesco Marullo, consulente finanziario che frequentava Lo Forte e il sottobosco mafioso dell’Acquasanta. Dichiara: “Ho incontrato un uomo con la cicatrice in volto nello studio di un avvocato palermitano legato a Concutelli… Un fanatico di estrema destra… dicevano che quello con la cicatrice fosse uomo di Contrada (il funzionario del Sisde condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr)”.
Il terzo che punta il dito contro Giovanni Aiello è Consolato Villani, ‘ndranghetista di rango della cosca di Antonino Lo Giudice, boss di Reggio Calabria: “Una volta lo vidi… Mi colpì per la particolare bruttezza, aveva una sorta di malformazione alla mandibola… Con lui c’era una donna, aveva capelli lunghi ed era vestita con una certa eleganza”. E poi: “Lo Giudice mi ha parlato di un uomo e una donna che facevano parte dei servizi deviati, vicini al clan catanese dei Laudani, gente pericolosa. In particolare, mi diceva che la donna era militarmente addestrata, anche più pericolosa dell’uomo”. E ancora: “Lo Giudice aggiunse pure che questi soggetti facevano parte del gruppo di fuoco riservato dei Laudani, e che avevano commesso anche degli omicidi eclatanti, tra cui quello di un bambino e di un poliziotto e che erano implicati nella strage di Capaci”.
Il quarto accusatore, Giuseppe Di Giacomo, ex esponente del clan catanese dei Laudani, di “faccia da mostro” ne ha sentito parlare ma non l’ha mai visto: “Il mio capo Gaetano Laudani aveva amicizie particolari… In particolare con un tale che lui indicava con l’appellativo di “vaddia” (guardia, in catanese, ndr).
Laudani intendeva coltivare il rapporto con “vaddia” in quanto appartenente alle istituzioni”. Per ultima è arrivata la figlia ribelle di un boss della Cupola, Angela Galatolo. Qualche settimana fa ha riconosciuto Aiello dietro uno specchio: “È lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino”.

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Pag. 108 Nota 235Interrogatorio di Nino Lo Giudice, Procura di Catanzaro, 29 settembre 2014.

Appresi da Pietro Scotto, imputato per la strage di via d’Amelio che lavorava per la società telefonica Sielte; appresi da Pietro Scotto che Aiello era coinvolto nella strage di Via D’Amelio; era stato mandato dai Servizi deviati per far “saltare” il Procuratore. […] Mi disse, il Pietro Scotto, che suo fratello Gaetano all’epoca era latitante. Mi pare, anzi sono sicuro che a dire del Pietro Scotto, anche Gaetano Scotto avesse avuto a che fare con la strage di Via D’Amelio. Mi raccontò, lo Scotto, anche di una donna, tale Antonella, che mi venne riferito essere un killer spietato tanto quanto Aiello che operava pure lei per i servizi deviati. Quando dico deviati significa che erano agenti vicini alla criminalità più che allo Stato. Scotto aveva partecipato alla strage; avrebbe partecipato con il fratello Gaetano ma il pulsante, a suo dire, venne premuto da Aiello. Non ho mai visto di persona Aiello ed Antonella. […] Allora vi dico la verità: nell’anno 2006 Aiello mi fu presentato dal Cap. Spataro Tracuzzi dopo la mia scarcerazione. […] Io quel giorno non parlai con Aiello. […] Io riconobbi Aiello per la faccia che era bruciata e lo ricollegai al racconto che anni prima mi aveva fatto Pietro Scotto. Incontrai una seconda volta Aiello […]; arrivò con una donna che mi venne presentata come Antonella. […] Poi lo incontrai più volte in profumeria (quella di Cortese) a Reggio Calabria. Non ci siamo mai sentiti per telefono. Agli incontri in profumeria parteciparono anche il Villani e naturalmente il Cortese.
ADR: Voglio dirvi tutta la verità su Aiello: taluni incontri presso la profumeria erano tesi a far sì che Aiello insegnasse a Cortese ad utilizzare dell’esplosivo del tipo C4.
ADR. […] Aiello mi confermò quanto io avevo appreso sul suo conto quando ero recluso all’Asinara, corrisponde al vero. Mi disse che a Palermo aveva fatto anche altre cose fra cui anche quella di aver ucciso l’agente Agostino.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Faccia da mostro’.

Pag. 108 Nota 236Esame di Vito Galatolo innanzi al GIP di Palermo nell’incidente probatorio del procedimento per il duplice omicidio Agostino-Castelluccio a carico di Nino Madonia, Gaetano Scotto e Giovanni Aiello, 19 gennaio 2016.

Loro quando venivano a casa mia, nella casuzza, queste riunioni si facevano nella casuzza, veniva un uomo con una faccia tipo… con una cicatrice in faccia, in cui era un po’ brutta la faccia, in cui mi ricordo che quando entrava questa persona si salutava con Nino Madonia, si salutava con il dottor Contrada, ma la cosa onesta devo dire che Marco Clementi non è entrato mai, era là, ma non è entrato mai ad assistere in queste riunioni. Entrava una persona che io ho riconosciuto in foto che veniva, e voglio precisare che… ho detto lato sinistro quando… con una faccia tagliata dal lato sinistro, però lato sinistro quello voglio precisare, lato sinistro mio, la mano mia, perché se io lo vedo… se lei mi vede la mano signor Giudice signor Pubblico Ministero, se io vedo entrare così che sta venendo per venire a casa mia io lo vedo… il taglio della faccia glielo vedo nel lato sinistro mio, ma significherebbe lato destro della faccia del personaggio, del braccio, lato destro della faccia del personaggio. L’ho spiegato in diversi interrogatori questa situazione, lo voglio specificare anche su questo. La persona che veniva là, che poi quando ho detto chi era, che conoscevo questa persona, mi è stato… ho detto il nome come si chiamava pure perciò… prima l’ho riconosciuto in foto che era la persona che venisse… che veniva spesso… un tre – quattro volte è venuto in Fondo Pipitone e poi quando hanno detto… mi informavano chi era la persona un certo Aiello.
[…]
G / T : – Se questa persona che lei ha individuato in fotografia, questo ha detto ora il cognome Aiello, arrivava in compagnia del Contrada oppure raggiungeva il Fondo Pipitone autonomamente per fatti suoi. Vorrei capire meglio questo.
DICH. GALATOLO : – Sì, glielo spiego subito subito. C’è stata una volta, una volta che il posto di blocco sempre davanti a via Simone Gulì che c’è ripeto davanti al Pipitone e qua si metteva il maresciallo Salzano. Una volta non so se è successo per…. come si vuol dire casualità o si erano messi d’accordo, uno entrava nel lato destro ed uno entrava nel lato sinistro, sto parlando del dottor Contrada e del dottor… e questo signor Aiello, sono entrati tutti e due ed uno camminava nel lato sinistro ed uno nel lato destro, che poi sono entrati assieme e sono andati a finire nella casuzza nostra, dove è che poi si sono uniti, è successo anche questo che sono entrati assieme.
DI MATTEO : – Quindi lei ha visto comunque a Fondo Pipitone, nella stessa occasione almeno una volta il dottore Contrada…
P. M. : –
DICH. GALATOLO : – No più di una volta.
[…]
DICH. GALATOLO : – Dottor Di Matteo il problema non era che mi devo ricordare o… il problema è uno che siccome io c’ho anche una sorella, che è grande di età, più grande di me e c’ho altri parenti, quando io facevo un pochettino… che mi comportavo un po’ male nel senso che qualche volta non andavo a scuola oppure mi ritiravo tardi nel mangiare, era diventato uno sfottò nei miei confronti che… siccome questa persona mi ha fatto un po’ impressione che era tagliato nella faccia che era un po’ di sfregiata la faccia, ripeto nel lato destro della faccia del signore e nel lato sinistro mio quando lo vedevo entrare, mi dicevano stai attento perché o mostro chiamo, perché… mi facevano tipo spaventare che veniva questa faccia da mostro. E questo mi è stato… è una cosa che mi è rimasta impressa siccome aveva la faccia un po’ arrappata noi la chiamiamo in siciliano, un po’ malconcia. E questo è un ricordo in cui io… questo impresso che mi è rimasto, e per farmi spaventare mi dicevano sempre queste cose. […]
DICH. GALATOLO: […] tramite mio zio Galatolo Giuseppe e poi più avanti anche il Fontana Stefano, mi diceva che poi questo qua è stato… che era uno dei servizi segreti, che era a disposizione di cosa nostra.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Faccia da mostro’.

Pag. 108 Nota 237Interrogatorio di Francesco Marullo, Procura di Caltanissetta, 11 agosto 2009.

Riferisce del fallito attentato all’Addaura ed in particolare delle confidenze ricevute, alcuni giorni prima, a cena da Vito Lo Forte, Giuseppe Fidanzati e Vito Lo Monaco di non frequentare per due o tre giorni la zona dell’Addaura. Successivamente di aver appreso da Vincenzo Puccio che l’attentato aveva come mandanti soggetti diversi da cosa nostra e cioè Bruno Contrada ed un suo stretto collaboratore che faceva “il doppio gioco”. Costoro in particolare avrebbero fornito agli appartenenti a cosa nostra le informazioni sugli appostamenti del dr. Falcone. Riferisce altresì di aver appreso dal Puccio che il gommone su cui vi erano due sub utilizzato all’Addaura sarebbe stato messo a disposizione da un soggetto con una rivendita di barche e moto sita in via Emerico Amari, soggetto che era anche l’autore di una rapina perpetrata al Club Med di Cefalù, utilizzando pur sempre un gommone. Sempre il Puccio gli riferì che l’attentato era stato pianificato dagli appartenenti a cosa nostra attraverso alcuni sopralluoghi effettuati sugli scogli limitrofi all’abitazione del dott. Falcone e che sul posto nel momento della sua realizzazione vi erano almeno tre persone, una delle quali verosimilmente appartenente ai servizi. Riferisce delle due circostanze in cui nel quartiere Arenella ha avuto modo di vedere l’uomo di fiducia di Contrada, del quale fornisce la descrizione, indicando in particolare una cicatrice sul lato sinistro del volto. In particolare riferisce che, nella prima occasione, lo stesso era in compagnia di Vito Lo Forte, Gaetano Fidanzati ed Andreini … Nella seconda occasione era in compagnia di Vito Lo Forte e di altro soggetto, denominato “codino”. Riferisce degli altri appartenenti alle Istituzioni gravitanti nell’orbita dei Fidanzati, in particolare Natale Mondo e “codino”, quest’ultimo carabiniere in servizio all’epoca a Piazza Verdi di Palermo.

Francesco Marullo è un delinquente dalla storia molto peculiare. Così venne descritto dagli investigatori della D.i.a. di Caltanissetta: «Marullo Francesco inizia la sua carriera criminale annoverando, fin da giovane, nel suo curriculum numerosi precedenti e condanne penali per reati contro il patrimonio mediante frodi, commessi in varie località del territorio nazionale ed estero (emissione di assegni a vuoto, bancarotta fraudolenta, truffa, ricettazione e detenzione di monete falsificate) … Tuttavia man mano che passavano gli anni il Marullo da truffatore diveniva, anche per sua stessa ammissione, riciclatore di denaro di provenienza illecita per conto della famiglia mafiosa dei Madonia di Palermo … Una importante e significativa conferma del ruolo svolto dal Marullo per conto delle organizzazioni criminali, trovava pieno riscontro nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Palermo il 16 marzo 1992. Invero si accertava che il Marullo faceva parte di una vasta organizzazione criminale dedita prevalentemente ad attività finanziarie illecite in collusione con gruppi mafiosi palermitani, catanesi e trapanesi … Nella medesima indagine risultavano coinvolti, fra gli altri, Lo Cascio Giovanni, classe 1937, massone, trafficante di sostanze stupefacenti, asseritamente vicino al noto Licio Gelli; Feroce Leonardo, classe 1954, personaggio vicino alle famiglie mafiose di San Giuseppe Jato e San Cipirrello; Dragna Paolo, classe 1954, fratello del defunto Dragna Gioacchino, quest’ultimo consuocero di Biondino Salvatore (tratto in arresto unitamente a Riina Salvatore il 15.1.1993). L’indagine consentiva di accertare inoltre che il Marullo era in combutta con l’ingegnere tedesco Bahl Ulrich, residente in Italia, cointeressati nei primi mesi del 1991 a portare a termine, per conto delle famiglie mafiose palermitane e catanesi, l’acquisto di un ingente quantitativo di armi provenienti dall’ex Jugoslavia».

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Faccia da mostro’.

Pag. 109 Nota 241«Ho riconosciuto Faccia da mostro, quell’agente era il sicario dei boss», di Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo, la Repubblica, 9 giugno 2014.

La figlia ribelle di un boss della Cupola ha incastrato l’uomo misterioso che chiamano “faccia da mostro”. L’ha indicato come “un sicario” al servizio delle cosche più potenti di Palermo. È un ex poliziotto, forse anche un agente dei servizi segreti. Ed è sospettato di avere fatto stragi e delitti eccellenti in Sicilia.
“Ne sono sicura, è lui”, ha confermato Giovanna Galatolo dietro un vetro blindato. Così le indagini sulla trattativa Stato-mafia, sulle uccisioni di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino – ma anche quelle sul fallito attentato all’Addaura e probabilmente sugli omicidi di tanti altri funzionari dello Stato avvenuti a Palermo – dopo più di vent’anni di depistaggi stanno decisamente virando verso un angolo oscuro degli apparati di sicurezza italiani e puntano su Giovanni Aiello. Ufficialmente è solo un ex graduato della sezione antirapine della squadra mobile palermitana, per i magistrati è un personaggio chiave “faccia da mostro” – il volto sfigurato da una fucilata, la pelle butterata – quello che ormai si ritrova al centro di tutti gli intrighi e di tutte le investigazioni sulle bombe del 1992.
“È lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino”, ha confessato Giovanna Galatolo, l’ultima pentita di Cosa Nostra, figlia di Vincenzo, mafioso del cerchio magico di Totò Riina, uno dei padrini più influenti di Palermo fra gli anni 80 e 90, padrone del territorio da dove partirono gli squadroni della morte per uccidere il consigliere Rocco Chinnici e il segretario regionale del partito comunista Pio La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il commissario Ninni Cassarà. “È lui”, ha ripetuto la donna indicando l’ex poliziotto dentro una caserma della Dia. Un confronto “all’americana”, segretissimo, appena qualche giorno fa. Da una parte lei, dall’altra Giovanni Aiello su una piattaforma di legno in mezzo a tre attori che si sono camuffati per somigliargli.
“È lui, non ci sono dubbi. Si incontrava sempre in vicolo Pipitone (il quartiere generale dei Galatolo, ndr) con mio padre, con mio cugino Angelo e con Francesco e Nino Madonia”, ha raccontato la donna davanti ai pubblici ministeri dell’inchiesta-bis sulla trattativa Stato-mafia Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. Un riconoscimento e poi qualche altro ricordo: “Tutti i miei parenti lo chiamavano ‘lo sfregiato’, sapevo che viaggiava sempre fra Palermo e Milano…”.
La figlia del capomafia – che otto mesi fa ha deciso di collaborare con la giustizia rinnegando tutta la sua famiglia – aveva con certezza identificato Giovanni Aiello come amico di Cosa Nostra anche in una fotografia vista in una stanza della procura di Caltanissetta, quella che indaga sulle uccisioni di Falcone e Borsellino. Dopo tante voci, dopo tanti sospetti, adesso c’è qualcuno che inchioda lo 007 dal passato impenetrabile, scivolato in un gorgo di inchieste con le ammissioni di qualche altro pentito e di alcuni testimoni. 
Sembra finito in una morsa, da almeno un anno Giovanni Aiello è indagato dai magistrati di quattro procure italiane – quella di Palermo e quella di Caltanissetta, quella di Catania e quella di Reggio Calabria – che tentano di ricostruire chi c’è, oltre ai boss di Cosa Nostra, dietro i massacri dell’estate siciliana del 1992. E anche dietro molti altri delitti importanti degli anni Ottanta. Ora, con le nuove rivelazioni di Giovanna Galatolo, la posizione dell’ex poliziotto è diventata sempre più complicata. Questa donna è la depositaria di tutti i segreti del suo clan, per ordine del padre faceva la serva ai mafiosi, cucinava, stirava, spesso lavava anche gli abiti sporchi di sangue, sentiva tutto quello che dicevano, vedeva entrare e uscire dalla sua casa i boss. E anche Giovanni Aiello.
Giovanna Galatolo parla pure del fallito attentato dell’Addaura, 56 candelotti di dinamite che il 21 giugno del 1989 dovevano far saltare in aria Giovanni Falcone sugli scogli davanti alla sua villa. Erano appostati lì gli uomini della sua famiglia, i Galatolo. C’era anche Giovanni Aiello? E “faccia da mostro” è coinvolto nell’uccisione di Nino Agostino, il poliziotto assassinato neanche due mesi dopo il fallito attentato dell’Addaura – il 5 agosto – insieme alla moglie Ida? Il padre di Nino Agostino ha sempre raccontato che “un uomo con la faccia da cavallo” aveva cercato suo figlio pochi giorni prima del delitto. Era ancora Giovanni Aiello? La sua presenza è stata segnalata sui luoghi di tanti altri omicidi palermitani. Tutti addebitati ai Galatolo e ai Madonia.
Lui, l’ex agente della sezione antirapine (quando il capo della Mobile era quel Bruno Contrada condannato per i suoi legami con la Cupola) ha sempre respinto naturalmente ogni accusa, affermando anche di non avere più messo piede in Sicilia dal 1976, anno nel quale si è congedato dalla polizia. Una dichiarazione che si è trasformata in un passo falso. Qualche mese fa la sua casa di Montauro in provincia di Catanzaro – dove Giovanni Aiello è ufficialmente residente – è stata perquisita e gli hanno trovato biglietti recenti del traghetto che da Villa San Giovanni porta a Messina, appunti in codice, lettere, titoli per 600 milioni di vecchie lire, articoli di quotidiani che riportavano notizie su boss come Bernardo Provenzano e su indagini del pool antimafia palermitano, assegni. Dopo quella perquisizione, gli hanno notificato a casa un ordine di comparizione per il confronto con la Galatolo, ha accettato presentandosi con il suo avvocato. 
Il riconoscimento di Giovanni Aiello segue di molti anni le confidenze di un mafioso al colonnello dei carabinieri Michele Riccio. Il confidente si chiamava Luigi Ilardo e disse: “Noi sapevamo che c’era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro”. Era il 1996. Poco dopo quelle rivelazioni Luigi Ilardo – tradito da qualcuno che era a conoscenza del suo rapporto con il colonnello dei carabinieri – fu ucciso. Anche lui parlava di Giovanni Aiello?
Le confessioni della Galatolo stanno aprendo una ferita dentro la Cosa Nostra palermitana. Non solo misteri di Stato e connivenze ma anche un terremoto all’interno di quel che rimane delle famiglie storiche della mafia siciliana. “Come donna e come persona non posso essere costretta a stare con uomini indegni, voglio essere libera e non appartenere più a quel mondo, per questo ho deciso di dire tutto quello che so”, così è cominciata la “liberazione” di Giovanna Galatolo che una mattina dell’autunno del 2013 si è presentata al piantone della questura di Palermo con una borsa in mano. Ha chiesto subito di incontrare un magistrato: “Ho 48 anni e la mia vita è solo mia, non me la possono organizzare loro”. Del suo passato, la donna ha portato con sé solo la figlia.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Faccia da mostro’.

Pag. 110 Nota 244Decreto di archiviazione emesso dal GIP di Caltanissetta David Salvucci, 23 novembre 2012.

Orbene, a prescindere dal grado di affidabilità della notizia in tal senso fornita dall’AISE […] e dalla completezza della documentazione che l’AISI ha messo a disposizione degli inquirenti per la consultazione, va evidenziato che molteplici altre circostanze inducono ad identificare il soggetto di cui hanno parlato i collaboratori Lo Forte e Marullo – i quali certamente si riferivano allo stesso individuo, cui il Lo Forte faceva recapitare cocaina su incarico di Gaetano Scotto e che il Marullo sapeva essere “cocainomane” – nella persona dell’odierno indagato: l’origine calabrese dell’Aiello; la disponibilità, in capo allo stesso, dei mezzi di locomozione in precedenza indicati; l’inestetismo al volto; l’individuazione fotografica positivamente operata dal Lo Forte; i tentennamenti del Marullo, in sede di individuazione fotografica, proprio all’atto di visionare l’effige dell’Aiello; l’ingente patrimonio immobiliare di quest’ultimo ed il fatto che sia stato costituito come tale in ristretto arco di tempo; la conversazione tra l’Aiello e tale Gianfranco intercettata in data 17.9.2010, nel corso della quale l’odierno indagato ha palesato al proprio interlocutore di aver fatto parte dei servizi segreti, di certo non millantando detta circostanza, atteso che all’epoca della conversazione la moglie era stata già escussa dal personale della DIA di Caltanissetta, […] ed era già stato pubblicato, in data 25.5.2010, l’articolo su L’Espresso “GLI 007 DELLE STRAGI”, sicché per Aiello Giovanni, consapevole delle indagini che si stavano svolgendo nei suoi confronti, sarebbe stato davvero sconsiderato millantare una circostanza di tal rilievo, che deve ritenersi, invece, distrattamente esternata nel corso del dialogo.
Le considerazioni innanzi espresse, tuttavia, pur inducendo ad identificare in Aiello Giovanni il soggetto indicato da Lo Forte Vito e Marullo Francesco, non valgono a superare le criticità del narrato dei predetti collaboranti sul ruolo che il medesimo avrebbe ricoperto nei gravissimi fatti che a lui si contestano nel presente procedimento.
Al riguardo, infatti, non può non evidenziarsi l’assoluta genericità delle dichiarazioni di Lo Forte Vito e di Marullo Francesco – dichiarazioni, peraltro, in entrambi i casi de relato, avendo Lo Forte Vito riferito circostanze apprese da Vito Galatolo in relazione all’attentato dellAddaura e da Pietro Scotto con riferimento alla strage di via D’Amelio e Marullo Francesco, dal suo canto, circostanze apprese da Vincenzo Puccio – e, soprattutto, la mancata acquisizione di elementi di riscontro sul predetto ruolo, nonostante lo sforzo investigativo in tal senso profuso dagli inquirenti, sicché, come evidenziato in premessa, non apparendo gli elementi raccolti sufficienti a sostenere in dibattimento l’accusa in ordine ai reati per cui si procede, comunque si impone l’archiviazione del procedimento.

Capitolo ‘L’estate dell’Addaura, del poliziotto assassinato e delle menti raffinatissime’, paragrafo ‘Deviazioni a destra’.

Pag. 114 Nota 250«Nuova pista su caso Agostino, l’agente scortava un supertestimone», di Aaron Pettinari, www.antimafiaduemila.com, 7 gennaio 2017.

C’è un nuovo filone di indagine sull’omicidio che portò alla morte il poliziotto Nino Agostino, sua moglie Ida Castelluccio (che era incinta), il 5 agosto 1989.
Una pista che scava proprio sulle attività che l’agente avrebbe svolto nei mesi precedenti. A parlarne è oggi il quotidiano La Repubblica nell’edizione di Palermo. A quanto pare l’agente del commissariato San Lorenzo sarebbe stato impegnato in un delicatissimo servizio di scorta nei confronti dell’ex estremista di destra, Alberto Volo, che tra il 28 marzo ed il 18 maggio, veniva interrogato in gran segreto in Procura dal giudice istruttore Giovanni Falcone. 
Interrogatori finiti all’interno degli atti processuali per i delitti Mattarella, Reina e La Torre e che sono stati ripresi in esame dai magistrati Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi. A Falcone il Volo confermava in particolare la pista dei killer neofascisti per l’omicidio del presidente della Regione e rivelò anche di aver fatto parte, dal ’67 all’80, di una organizzazione segreta che si chiamava Universal Legion ma che coincideva perfettamente con quanto successivamente è emerso su Gladio. Un dettaglio ritenuto importante proprio perché nel 1989 l’esistenza di Gladio non era ancora nota. Ma come era riuscito Falcone ad arrivare a Volo?
Ricostruendo e scavando, i pm hanno scoperto che l’ex estremista, quando aveva deciso di “vuotare il sacco”, si era rivolto ad un amico di infanzia, l’allora commissario di San Lorenzo, Elio Antinoro. È il commissario ad accompagnare in gran segreto Volo al Palazzo di Giustizia. E da quel momento alcuni poliziotti di San Lorenzo, tra cui Agostino, si sarebbero occupati di proteggere il neo dichiarante. 
È in questa direzione, dunque, che si svilupperebbe la nuova pista sul caso Agostino. 
Del resto i pm avevano scritto nella richiesta di archiviazione nei confronti di Nino Madonia, Gaetano Scotto e l’ex poliziotto Giovanni Aiello che “in ordine al tema delicatissimo del contesto e del possibile movente che può aver determinato l’omicidio di Nino Agostino deve sottolinearsi che questo ufficio ha tuttora in corso una complessa e articolata attività di indagine, in corso di svolgimento nell’ambito di un autonomo procedimento, pendente nella fase delle indagini preliminari”.
Tante sono le domande che restano aperte in questo mistero italiano. Perché la storia di Agostino si incrocia con l’attentato, fallito, all’Addaura nell’abitazione di Falcone. Può essere una coincidenza che dopo quell’episodio vennero interrotte le audizioni di Volo?
È possibile che Agostino, che appunto si occupava della sicurezza di Volo durante gli interrogatori, avesse appreso qualcosa di delicato?
Di fatto per anni vennero ignorate le dichiarazioni di un compagno di pattuglia di Agostino, che sin dalla sera del delitto aveva raccontato che Nino gli disse di essere impegnato nella ricerca di latitanti e “di essere a conoscenza del rapporto fra Antinoro e Volo”. Non solo: “In quell’occasione, aggiunse di fare parte dei servizi segreti”. 
Quel che è certo è che la famiglia Agostino aspetta di conoscere la verità su quell’omicidio da oltre ventisette anni. Una verità negata anche a causa di ignobili depistaggi perpetrati sin dal primo momento. Basta ricordare la prima pista che venne presa dagli investigatori, ovvero quella della vendetta dei familiari di un’ex fidanzata. E poi ancora c’è la misteriosa perquisizione in casa di Agostino, compiuta da agenti di polizia (e non solo?) con appunti dell’agente che scompaiono misteriosamente. Che vi sia stato un depistaggio è scritto nero su bianco anche nel decreto di archiviazione del Gip Maria Pino nei confronti di Guido Paolilli. In quel decreto veniva infatti dimostrato come “le risultanze istruttorie dimostrano come l’indagato (Guido Paolilli, ndr) abbia contribuito alla negativa alterazione del contesto nel quale erano in corso di svolgimento le investigazioni inerenti all’omicidio di Antonino Agostino e Ida Castelluccio”.
In un’intercettazione ambientale del 21 febbraio 2008 nella casa di Montesilvano (Pe) lo stesso Paolilli, mentre in televisione andava in onda un servizio della trasmissione “La Vita in diretta” durante la quale il padre di Nino, Vincenzo Agostino, parlava del biglietto trovato nel portafoglio del figlio – dove era scritto “se mi succede qualcosa guardate nell’armadio di casa” – fa una clamorosa ammissione.
Rispondendo ad una domanda del figlio su cosa vi fosse all’interno dell’armadio rispose senza tergiversare: “Una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato”. Cosa vi era scritto in quelle carte?
Le indagini proseguono, così come l’attesa dei familiari che attendono anche che il giudice si pronunci sulla richiesta di archiviazione dei mesi scorsi per i boss Madonia, Scotto, e per l’ex poliziotto Aiello. Archiviazione a cui il legale della famiglia, Fabio Repici, si è opposto anche chiedendo l’avocazione alla Procura generale.

NOTE

[1] Le sentenze per il processo sul fallito attentato all’Addaura videro condannati proprio gli appartenenti al clan dei Madonia e dei Galatolo, che controllavano d’altronde il mandamento di Resuttana, comprensivo anche della zona dell’Addaura.