Capitolo 3. La strage di Natale – Note informatiche

  • 1. I processi.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “I processi”, pag. 70 della 1° edizione – giugno 2018).
    La prima a indagare fu la procura di Bologna, ma la collocazione dell’ordigno a Firenze e la sua esplosione avvenuta, per pochi metri, nel territorio toscano determinarono la competenza del capoluogo toscano. Furono pronunciate le seguenti sentenze: Corte d’Assise di Firenze, sentenza del 25 febbraio 1989, Corte d’Assise d’Appello di Firenze, sentenza del 15 marzo 1990, 1° sezione della Corte di Cassazione, sentenza del 5 marzo 1991, Corte d’Assise d’Appello di Firenze, sentenza del 14 marzo 1992, 5° sezione della Corte di Cassazione, sentenza del 24 novembre 1992.
  • 2. Una precisazione su un nome.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “I processi”, pag. 70 della 1° edizione – giugno 2018).
    Negli atti giudiziari si legge indifferentemente Giuseppe Misso o, anche, Giuseppe Missi, che identifica il nome con cui la stessa persona fu erroneamente registrata all’anagrafe. Noi privilegeremo “Giuseppe Misso” che è l’appellativo con cui l’individuo di cui si parla è comunemente conosciuto.
  • 3. L’autorizzazione a procedere contro i membri del parlamento.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “I processi”, pag. 70 della 1° edizione – giugno 2018).
    La necessità di richiedere l’autorizzazione a procedere in sede giudiziaria contro i componenti del parlamento è stata abrogata con legge costituzionale del 23 novembre 1993.
  • 4. La pista camorristica.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “I processi, pag. 70 della 1° edizione – giugno 2018).
    La pista camorristica è stata lungamente inseguita negli anni. Vediamo qui cosa ne resta.
    Nel primo grado del processo fiorentino vennero condannati per la strage anche Giuseppe Misso, boss del rione Sanità, Giulio Pirozzi e Alfonso Galeota, Costituivano la pista napoletana che si sarebbe saldata con quella siculo-romana. Collaterale a queste posizioni, vi era quella del deputato del MSI, Massimo Abbatangelo.
    Secondo l’ipotesi d’accusa iniziale, i napoletani avrebbero fornito una parte dell’esplosivo (nitroglicerina e tritolo) utilizzato per confezionare la bomba. In ipotesi d’accusa si sosteneva che Massimo Abbatangelo avrebbe consegnato dell’esplosivo a Misso prima della strage. Tale esplosivo sarebbe stato utilizzato per confezionare l’ordigno collocato sul treno 904. Tale Carmine Lombardi, assassinato pochi mesi dopo l’esplosione, la mattina del 23 dicembre 1984, eseguendo un ordine del Misso, salì a Napoli sul rapido 904 in partenza per il suo infausto destino (così adombrandosi una compartecipazione del Lombardi nella diretta attività criminale). La condanna di primo grado aveva trovato un punto di forza nella descrizione dell’esplosivo fatta dal pentito Luongo (che poi ha ritrattato). Identificava, infatti, dei candelotti di dinamite. La circostanza sarebbe stata rilevante perché ricondurrebbe al tritolo e alla nitroglicerina, ovvero la tipologia di esplosivi trovata sul luogo della strage, ma non presente nel deposito di Poggio San Lorenzo (si rammenta che l’ordigno era composto da una miscela di Semtex H – pentrite+T4 -, esplosivo rinvenuto a Poggio San Lorenzo, oltre tritolo e nitroglicerina, sostanze non rinvenute a Poggio San Lorenzo). In tal modo, secondo quella sentenza, la compartecipazione alla strage del gruppo partenopeo avrebbe una coerenza probatoria complessiva con la vicenda processuale: l’esplosivo fornito, a base di tritolo e nitroglicerina, costituirebbe il complemento necessario e sufficiente per confezionare l’ordigno fatale. I giudici d’appello avevano riconosciuto la consegna della dinamite da Abbatangelo a Misso, ma avevano escluso la certezza che fosse funzionale alla strage (Pag. 81 Corte d’Assise d’Appello Firenze in sede di rinvio).
    Senonché, proprio le recenti indagini hanno scoperto nel deposito di San Giuseppe Jato una sostanza, denominata Brixia B5, anch’essa contenente nitroglicerina e tritolo. Quindi, gli esplosivi contenuti in tale deposito avrebbero potuto integrare il Simtex H detenuto a Poggio San Lorenzo, con una coerenza analoga a quella dei candelotti di dinamite riconducenti al gruppo partenopeo.
    Con ciò, le incertezze sul destino dell’esplosivo del Misso, già evidenziate dai giudici d’appello, potrebbero dilatarsi ulteriormente (Nel corpo dell’ordinanza di custodia cautelare si valorizza la circostanza che i candelotti trovati nel deposito di San Giuseppe Jato sarebbero simili a quelli descritti dal Luongo – pag. 295).
    Tuttavia non per questo sembrano vane le indagini iniziali e gli approfondimenti successivi sulla pista camorrista. Il dilatarsi dei riscontri sui rapporti fra il gruppo mafioso romano e il gruppo partenopeo che ruota intorno ai clan Nuvoletta e Misso è un fatto di evidente importanza per comprendere il panorama complessivo di quegli anni e degli sviluppi successivi. Analoga importanza ha la fluidità dei rapporti fra le varie organizzazioni camorristiche rivali, in un alternarsi di alleanze e guerre feroci (sul punto valgono in particolare le narrazioni dei fratelli Giuliano sull’alternanza dei loro rapporti con i Misso).
    L’accusa, naufragata in appello, avrebbe ricevuto nuova linfa in epoca recente dalle dichiarazioni di Salvatore Stolder e di Luigi, Salvatore e Guglielmo Giuliano. Questi contributi non sono, né presumibilmente saranno, soggetti a verifica dibattimentale; si riferiscono, infatti, al gruppo napoletano su cui sono calati in modo irrevocabile i motivi dell’assoluzione (In tal senso l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP di Napoli a carico di Salvatore Riina il 21 aprile 2011. Il GIP affronta il tema della colpevolezza del gruppo partenopeo nella consapevolezza che la sintesi di assolutoria è definitiva, e che, tuttavia, una presunta responsabilità sostanziale del gruppo partenopeo inciderebbe sulla competenza).
    Dal punto di vista dell’accusa, ci si muoveva dai rapporti fra il gruppo siculo-romano e quello partenopeo, solidificati, tra l’altro, da un comune sentire orientato verso ambienti ideologici di estrema destra. Fra gli elementi nuovi più significativi vi è il riconoscimento di Schaudinn effettuato da Stolder di cui si è già parlato. Inoltre, Luigi Giuliano ha riferito che Giuseppe Misso gli avrebbe confidato l’intenzione di organizzare un attentato particolarmente eclatante che, in un’ottica accusatoria, si sarebbe portati a identificare nella strage del 23 dicembre 1984 (Inter. Luigi Giuliano del 5 giugno 2009, di cui a pag. 14 ordinanza custodia cautelare).
    Vale, infine, la pena annotare due episodi di cronaca che hanno fatto da corollario alle vicende processuali.Il 14 marzo 1992 si era appena concluso il secondo processo d’appello. Galeota e Pirozzi, insieme alla moglie Rita Casolaro ed alla moglie di Giuseppe Misso, Assunta Sarno, stavano tornando da Firenze a Napoli. Durante il viaggio, un agguato di stampo camorristico: la loro auto fu speronata e mandata fuori strada all’altezza del casello di Afragola, alle porte di Napoli. Alfonso Galeota e la Sarno, quest’ultima finita con un colpo di pistola in bocca, furono assassinati. Pirozzi e la moglie si salvarono, anche grazie al sopraggiungere di un’auto della polizia stradale.Il 3 gennaio 2005, Guido Cercola, dopo oltre 16 anni di detenzione, si suicidò nel carcere di Sulmona, soffocandosi con i lacci delle scarpe. Rinvenuto agonizzante in cella, morì durante il trasporto in ospedale.
  • 5. Le indagini napoletane.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “I processi, pag. 70 della 1° edizione – giugno 2018).
    Il 16 maggio 2011 il tribunale del riesame partenopeo annullava la ordinanza di cattura richiesta dai PM di Napoli, ritenendo che la competenza fosse di Firenze, fissata definitivamente dalla Cassazione il 16 febbraio 2012. Quindi la procura del capoluogo toscano chiedeva il 10 maggio 2013 il rinvio a giudizio del boss mafioso.
  • 6. I congegni di Schaudinn.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Le indagini romane”, pag. 71 della 1° edizione – giugno 2018).
    L’esplosione avvenne in una galleria idonea a schermare il treno (e gli ordigni a bordo) da impulsi emessi da chi non fosse all’interno della galleria stessa. E infatti, dieci anni prima, il 4 agosto 1974, vicino all’Italicus, venne trovato un timer, cioè un congegno che aziona meccanicamente l’innesco della bomba in un orario prestabilito. La precarietà di una bomba radiocomandata su un treno in corsa induceva a pensare a una soluzione analoga anche nella strage di Natale. Senonché le due valige sequestrate in via Albricci, a casa di Fiorini, il 29 marzo 1985, dimostrarono i progressi tecnologici compiuti dallo stragismo in Italia. I periti e gli inquirenti faticarono a capire le finalità dei congegni elettrici contenuti nelle valige.
    “Ci vuole un po’ di fantasia”, disse in proposito il perito d’ufficio, il professor Radinghieri (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 81).
    Intanto bisognava passare in rassegna il materiale presente in quelle borse. In ciascuna c’erano un trasmettitore (A) in grado di emettere un segnale codificato, una scatola (B) contenente, a sua volta, un trasmettitore e un ricevitore, infine delle scatole (C), ognuna delle quali custodiva due ricevitori e un trasmettitore. Le scatole “C” erano cinque in una valigia e sei nell’altra (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 28). Le due serie di congegni si presentavano poi simili per concezione, realizzazione e possibili impieghi (Cambiavano le frequenze su cui trasmettevano gli apparecchi contenuti nelle due valige).
    Capire come questi materiali avrebbero dovuto funzionare in collegamento fra loro fu tutt’altro che semplice. Ma ci si arrivò dimostrando che il segnale inviato dal trasmettitore “B” poteva essere ricevuto da “C” a una distanza di 80 metri e determinava il “resettamento” della scatola “C” che poneva il sistema elettrico in preallarme, ovvero, lo rendeva pronto a ricevere il comando per l’innesco di una bomba. La situazione di “preallarme” veniva comunicata automaticamente dalla scatola “C” alla scatola “B”. Infine l’innesco definitivo era lanciato dalla scatola “A” alla scatola “C” che, a seguito di questo impulso, azionava la carica esplosiva (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 69 La scatola “A” Agiva come un trasmettitore di potenza per lunghe distanze (da qualche centinaio di metri fino a decine di chilometri) per la scatola “C”).
    L’intero sistema, dunque, si basava su un doppio comando: con il primo si metteva in preallarme il sistema elettrico, con il secondo si dava un impulso idoneo a provocare l’innesco di una bomba. La scatola “C” svolgeva automaticamente entrambi i compiti seguendo i comandi che riceveva dai soggetti che manovravano a distanza le scatole “A” e “B”. Se inoltre si fosse voluta provocare un’attivazione ritardata della carica sarebbe stato sufficiente aggiungere fra i morsetti di uscita della scatola “C” e l’accenditore, un “ritardatore elettronico” (con un ingombro di 4x2x2 centimetri) “regolato per un tempo tale da consentire al treno di raggiungere il punto ove avrebbe dovuto avvenire l’esplosione”( Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 76).
    La scatola “B” costituiva l’innovazione più rilevante. Il doppio comando neutralizzava i rischi connessi con l’innesco radiocomandato. Veniva così esclusa la possibilità di un impulso casuale che, durante la marcia del treno o (peggio ancora per l’attentatore) il trasporto e la collocazione dell’ordigno, si sostituisse all’impulso della scatola “A” e determinasse il brillamento dell’esplosivo in momenti diversi da quello preventivato (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 84. Vi è da aggiungere che la Corte d’Assise evidenzia, soprattutto, l’impossibilità di resettare manualmente l’ordigno dopo la sua collocazione sul treno, per gli ovvi sospetti che una operazione del genere avrebbe determinato sui viaggiatori presenti).
    Tutto molto complesso, come si vede. Perché invece non ricorrere a un più semplice timer da attivare alla stazione di Firenze e regolato sul tempo impiegato dal treno per raggiungere la Grande Galleria dell’Appennino? La risposta va trovata nelle lezioni della storia che, evidentemente, i responsabili della strage di Natale non ignoravano.
    Nel caso dell’Italicus, infatti, la bomba esplose settanta metri dopo l’uscita della galleria. I giudici spiegarono che l’ordigno, attivato a Firenze, era regolato da un timer che avrebbe dovuta farla esplodere lungo la Grande Galleria dell’Appennino. Ma il treno, che nel viaggio da Napoli a Firenze aveva accumulato un’ora di ritardo, nella tratta fra il capoluogo toscano e la galleria recuperò tre minuti (Pag. 96 parte motivazionale sentenza Corte d’Assise Bologna 20 luglio 1983), un tempo sufficiente a far uscire il convoglio, prima dell’esplosione della bomba, dalla galleria nei pressi della stazione di San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna.
    Insomma, gli attentatori del dicembre 1984 conoscevano gli errori commessi dai loro predecessori e hanno attivato la bomba all’ingresso della galleria con un “ritardatore” di pochi minuti che offriva la certezza dell’esplosione nel luogo voluto. Una scelta calcolata e consapevole).
    Di particolare importanza per capire l’interesse degli attentatori sugli effetti dei comandi dal punto di vista cronologico sono le domande di Guido Cercola e Di Agostino a Friedrich Schaudinn sul tempo necessario agli impulsi dati a “C” per sollecitarne l’azione. Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 86.
  • 7. Le varie tipologie di semtex.
    (Con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Le indagini romane”, pag. 72 della 1° edizione – giugno 2018).
    I periti spiegarono che esistono cinque tipi di Semtex che si distinguono per il diverso rapporto percentuale fra la pentrite e il T4. Quella utilizzata per l’esplosione del 23 dicembre era una miscela con una “presenza percentualmente maggiore di pentrite rispetto al T4” (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 60). I pani rinvenuti a Poggio San Lorenzo avevano le stesse caratteristiche e, soprattutto, osserva la Corte d’Assise, “il più piccolo (e cioè quello che fa pensare a un suo concreto impiego)” presenta una prevalenza di pentrite sul T4 “in misura addirittura marcatissima” (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 60).
  • 8. La consegna delle valigette a Fiorini.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Guido Cercola”, pag. 73 della 1° edizione – giugno 2018).
    La sentenza dei giudici di primo grado si è diffusa a lungo sul tema del momento della consegna delle valigette a Fiorini. Costui, dopo aver detto, nei primi interrogatori (29 marzo 1985 – 1 aprile 1985 – 3 giugno 1985) che la consegna era avvenuta nel gennaio, in un nuovo interrogatorio (3 luglio 1985) la anticipò a dicembre (prima della strage), così implicitamente scagionando l’amico dall’evento; senonché le deposizioni dei parenti e dei figli in particolare convinsero i giudici della correttezza della prima versione e, alla fine, lo stesso Fiorini tornò sui suoi passi (19 gennaio 1986), confermando l’originaria versione. Ed infatti fu facile capire come l’intermedio cambio di versione del Fiorini sia stato compulsato dalla moglie, convinta della importanza degli scatoloni e del fatto che una anticipazione della data della loro consegna avrebbe aiutato il marito detenuto a uscire dal carcere (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pagg. 117 e segg.).
  • 9. Guido Cercola factotum di Pippo Calò.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Guido Cercola”, pag. 73 della 1° edizione – giugno 2018).
    Ad esempio “Cercola ha ammesso di essersi adoperato per l’acquisto di tutti gli appartamenti della società Gemelli 1 e Ilva (quelli in via Tito Livio e via delle Carrozze) nonché dell’appartamento di via Cassia […] intestato a Fiorini Alessandro, immobili acquistati tutti con denaro di Pippo Calò” (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 170).
    Inoltre, nell’agenda sequestrata in Via Tito Livio, oltre alle annotazioni riferibile alla strage del Rapido 904, ad esempio, vi erano annotazioni sugli anticipi e sulle rate per l’acquisto dell’abitazione di via Tito Livio avvenuto nell’autunno 1984. Altre riguardavano la compravendita dell’abitazione di Antonino Rotolo, uomo di Pippo Calò, e di un residence sulla via Cassia, acquistato da Cercola per conto di Calò.
  • 10. Sulla comparazione dell’esplosivo usato in via D’Amelio.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Il filo lungo degli esplosivi e le dichiarazioni di Brusca”, pag. 77 della 1° edizione – giugno 2018).
    Invero, occorre evidenziare che in Via D’Amelio venne ritrovata anche una sostanza esplosiva denominata EGDN (nitroglicol), sul quale i periti del 904 non fecero una ricerca specifica spiegando che tale sostanza si trova normalmente associata alla nitroglicerina (NG), di guisa che il suo rinvenimento non avrebbe aggiunto nulla a quanto già rinvenuto.
  • 11. Brusca e gli esplosivi rinvenuti in località Giambascio.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Il filo lungo degli esplosivi e le dichiarazioni di Brusca”, pag. 77 della 1° edizione – giugno 2018).
    Brusca non ha avuto invece bisogno di nessuno per sapere da dove provenissero gli arsenali di Giambascio: da una unica partita inizialmente conservata nel deposito di ferro di Antonino Rotolo in località Pagliarelli, nei pressi del nuovo carcere di Palermo. Era personalmente presente quando, nel 1982 o nel 1983, armi e esplosivi furono divisi fra le varie famiglie mafiose. Secondo Brusca il materiale detenuto negli arsenali di Giambascio “… fu così suddiviso: una parte, più della metà, fu assegnato a me quale referente di mio padre Bernardo e principalmente di Totò Riina, mentre la restante parte fu assegnata in parti uguali a Raffaele Ganci, al Gambino e al Rotolo per conto delle rispettive famiglie. Tale suddivisione aveva come scopo quello di assegnare la disponibilità materiale delle armi e dell’esplosivo a ciascuna delle famiglie affinché ne avessero la “disponibilità immediata”, ove ve ne fosse stata la necessità per il compimento di operazioni di carattere militare.” (Inter. Brusca 19 luglio 2010).
  • 12. La consapevolezza di Schaudinn.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo, della 1° edizione – giugno 2018).
    Lo stesso Schaudinn, nei primi interrogatori aveva ammesso che, quando seppe della richiesta dei trasmettitori a corto raggio, oltre a quelli a lunga distanza, ebbe (il vocabolo precisa la sentenza della Corte d’Assise di Firenze è suo – Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 85 – pag. 587) che servivano per compiere attentati. “Aggiungeva lo Schaudinn di avere eseguito vari lavori per conto di Cercola e di Di Agostino perché aveva vari debiti di giuoco con i due e con certo Mancini Ruggero …”. Corte d’Assise d’Appello Firenze in sede di rinvio 14 marzo 1992 pag. 26.
  • 13. Qualcuno si ricorda di Schaudinn.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Friederich Schaudinn”, pag. 77 della 1° edizione – giugno 2018).
    Dopo le bombe del 1992 e del 1993, qualcuno si è ricordato di Schaudinn. A esempio l’onorevole Gianfranco Bettin dei Verdi che, in un’interrogazione parlamentare del 1993, espresse sospetti sul suo coinvolgimento nelle stragi mafiose e sulle coperture di cui costui, assieme a un altro latitante legato a Cosa nostra, Giovan Battista Licata, avrebbe goduto da parte dei servizi segreti italiani (Interrogazione a risposta scritta 4/14763 presentata da Bettin Gianfranco – Federazione dei Verdi) in data 3 giugno 1993. Inoltre anche i giornalisti Francesco Forgione e Paolo Mondani hanno espresso analoghe perplessità ritenendo Schaudinn e Licata al centro di un imponente traffico di armi e in relazione a milizie fasciste croate (“Oltre la cupola” di Francesco Forgione e Paolo Mondani, edizioni Rizzoli, gennaio 1994, pag. 202).
  • 14. Carminati interessato alle perizie sull’esplosivo.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Intrecci di malaffare: Pippo Calò”, pag. 79 della 1° edizione – giugno 2018).
    Così si legge nella sentenza della Corte d’Assise Firenze a pag. 238 “Nell’85 … Massimo Carminati mi disse, mentre ero in compagnia di Ettore Maragnoli, che si doveva interessare, dietro richiesta di Enrico De Pedis, di alcune perizie da fare (o fatte, non ricordo bene) riguardanti delle armi trovate in una villa vicino Roma a seguito dell’arresto di Don Mario (da intendersi Pippo Calò, latitante col nome Mario Aglialoro -)”.
  • 15. Pippo Calò e la camorra napoletana.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Intrecci di malaffare: Pippo Calò”, pag. 79 della 1° edizione – giugno 2018).
    A proposito dei rapporti di Pippo Calò con la camorra napoletana, Totuccio Contorno dichiara: “Da tempo è noto che Antonio Bardellino, Michele Zaza, i fratelli Nuvoletta, Nunzio Barbarossa fanno parte di Cosa Nostra e sono legati in particolare ai Corleonesi, a Michele Greco e a Pippo Calò; tali rapporti risalgono al contrabbando dei tabacchi. Il Barbarossa in particolare è l’uomo fidato di Pippo Calò per la piazza di Roma” (Pag. 98 ordinanza custodia cautelare Gip Napoli, 27 aprile 2011).
  • 16. Pippo Calò nel ruolo di riciclatore di soldi sporchi.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Intrecci di malaffare: Pippo Calò”, pag. 80 della 1° edizione – giugno 2018).
    Calò e Carboni, pur non negando di conoscersi hanno minimizzato i propri incontri riconducendoli a contesti occasionali (pag. 80 e pag. 96 sentenza Corte d’Assise Roma 6 giugno 2007 che si occupa dell’omicidio Calvi). Tuttavia, la Corte d’Assise la pensa diversamente: “Sulla base di queste risultanze, può ritenersi con certezza provato che gli imputati Carboni e Calò non ebbero un rapporto di conoscenza meramente occasionale e saltuario, ma ebbero, almeno per un certo periodo, uno stretto rapporto di collaborazione e di frequentazione, giustificato da una comunanza di interessi economici” (pag. 81). Spiegano i giudici che si sono occupati dell’omicidio Calvi: “Come si è detto trattando della posizione di Carboni, può ritenersi acclarato che i gruppi mafiosi facevano affluire nel Banco Ambrosiano ingenti capitali provenienti dai loro illeciti traffici, affidando così a Roberto Calvi l’incarico di svolgere un’attività di riciclaggio. Da varie risultanze del processo è poi emerso che Calò svolgeva un ruolo importante all’interno di quei gruppi e si occupava proprio della gestione e della “ripulitura” dei proventi delle attività dei mafiosi” (pag. 107 Corte d’Assise Roma 6 giugno 107).
  • 17. Quando i moventi per un omicidio sono addirittura troppi.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Intrecci di malaffare: Pippo Calò”, pag. 79 della 1° edizione – giugno 2018).
    E ancora, a proposito di Calò, a pagina 97 della stessa sentenza si legge: “In particolare, non può dubitarsi della posizione di preminenza che aveva nell’ambito dell’organizzazione mafiosa, del suo coinvolgimento nelle operazioni di investimento e di riciclaggio (anche attraverso il Banco Ambrosiano) dei capitali che i gruppi mafiosi ricavavano con le varie attività illecite, dei suoi rapporti con Carboni, con Diotallevi, con Balducci e con altri esponenti della criminalità romana, nonché dei suoi legami con alcuni gruppi mafiosi napoletani”. Senonché proprio la poliedricità d’interessi criminali che ruotavano attorno, da un lato, al “banchiere di Dio”, come Roberto Calvi è stato soprannominato, e, dall’altro, a Pippo Calò, che era il principale imputato del suo omicidio ha finito col nuocere all’ipotesi accusatoria nel processo sull’omicidio Calvi. La procura aveva incardinato il suo pensiero su una sorta di rapporto a tre (P2, Cosa nostra e monsignor Paul Marcinkus) con lo Ior, la banca vaticana, basandosi essenzialmente sulle dichiarazioni del pentito Antonino Gioffré.
    Scrive la Corte d’assise: “in ogni caso, non può essere condivisa l’impostazione accusatoria sostenuta dal pubblico ministero, che – anziché fare una cernita ed escludere le testimonianze inaffidabili e prive di ogni riscontro – ha cercato in tutti i modi di conciliare le varie versioni, anche se chiaramente incompatibili tra loro” (pag. 107 sentenza Corte d’Assise Rona 6 giugno 2007).
  • 18. La consapevolezza di Riina.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “L’evoluzione stragista di Cosa Nostra”, pag. 81 della 1° edizione – giugno 2018).
    La Corte d’Assise Firenze, che nella sentenza 14 aprile 2015 si occupa della responsabilità di Riina nella strage di Natale, così scrive: “… il fatto che Riina abbia rassicurato con un atteggiamento sarcastico, e perciò dimostrativo di avere compreso l’allusione (il riferimento e alla raccomandazione rivolta da Calò a Riina tramite Brusca affinché occultasse materiali compromettenti per la posizione di Calò in merito alla strage di Natale – n.d.a), non vale a dimostrare retrospettivamente che Riina sia stato mandante o consenziente a quella strage”.
  • 19. Le ragioni della strage di Natale e la falsa convinzione che fosse una reazione alle catture seguite alle dichiarazioni di Buscetta.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Intrecci di malaffare: Pippo Calò”, pag. 81 della 1° edizione – giugno 2018).
    Dall’interrogatorio Giovanni Brusca dell’8 giugno 2010 (pagg. 256 e segg. ordinanza custodia cautelare) “Un’ulteriore strategia tipica di Cosa Nostra è sempre stata inoltre quella dell’inquinamento probatorio, nel senso che il RIINA in tutte tali vicende ha sempre cercato di coinvolgere in qualche maniera “entità” estranee, tipo i servizi segreti o comunque gli apparati dello Stato, allo scopo di sviare strumentalmente l’attenzione degli apparati dello Stato dal vero problema, ossia la ricerca e l’identificazione dei mandanti delle stragi. Anche tale strategia rientrava e rientra in un preciso disegno di Cosa Nostra. In tale contesto, quanto alla strage del Rapido 904, fin da subito fu a noi di Cosa Nostra ben chiaro che si trattava della risposta dell’organizzazione ai mandati di cattura di FALCONE e BORSELLINO del settembre del 1984″.
    Senonché, le convinzioni dei boss di Cosa Nostra erano errate; basta confrontare le date.
    Sulla datazione della preparazione della Strage del Rapido 904 ai primi del settembre di quell’anno si confronti: dich. Schaudinn del 6 aprile 1985, nonché interrogatorio del 20 maggio 1985 (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 102), dich. Cercola del 24 giugno 1985 (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 104).
    Dunque, la strage del Rapido 904 era in corso di preparazione già prima dell’esecuzione dei provvedimenti di cattura (29 settembre 1984).
    L’affermazione, contenuta in alcune sentenze, secondo cui le dichiarazioni di Buscetta fossero trapelate ancor prima dei provvedimenti di cattura si basa su un equivoco. Cercola, quando parla delle rivelazioni di Buscetta, si riferisce a una fase successiva ai provvedimenti di cattura, tant’è che si adoperò per la latitanza di Calò da lui conosciuto con il nome di Mario Aglialoro(Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 169: “Cercola si è reso conto di avere a che fare con Calò, -latitante mafioso- “solo dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta” e ne ha favorito la latitanza “unicamente a titolo di amicizia e cortesia” inter. 5 aprile 1985″). Il riferimento cronologico ci porta dunque a un momento successivo al settembre 1984, quando l’organizzazione della strage era in pieno corso.
  • 20. Una foto interessante.
    (Nota con riferimento al capitolo 3 – La Strage di Natale – paragrafo “Intrecci di malaffare: Pippo Calò”, pag. 83 della 1° edizione – giugno 2018).
    Nella sentenza di primo grado del processo sulla strage di Natale si legge di una fotografia che fu “sequestrata nell’abitazione di uno dei fratelli Di Carlo, raffigurante il Nuvoletta Lorenzo assieme ai mafiosi Riina Giacomo, ai due Di Carlo (Giulio ed Andrea), ed a Gidè (sic) Antonio” (Corte d’Assise Firenze sentenza del 25 febbraio 1989, pag. 243. N.B.: “Gidè” è il termine esatto che si legge nella sentenza, ma è plausibile che vi sia un errore di battitura e debba leggersi “Gioè”). Si aggiunga che Giacomo, Riina era con Pietro Pace, il referente di Cosa nostra a Bologna e in Romagna, i luoghi ove dalla metà del 1987 avrebbe impazzato la Uno bianca, una strage a rate che solo le frastornanti bugie dei fratelli Savi hanno impedito di riconoscere come una operazione terroristica gestita con la complicità anche di pezzi di Cosa Nostra (lo vedremo fra breve). Inoltre, Giacomo Riina e Pietro Pace, assieme, sebbene assolti, sono stati fra i personaggi più discussi nelle vicende dell’autoparco di via Oreste Salomone a Milano. E ancora il clan Nuvoletta sarà uno dei principali alleati di Cosa nostra nelle stragi del 1993.