Capitolo 2. La strage di Bologna: i legami inconfessabili – Note informatiche

  • 1. I falsi dubbi sulla presenza della bomba.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Le bombe, le condanne, le assoluzioni e il contesto originariamente immaginato”, pag. 30 della 1° edizione – giugno 2018).
    La perizia sulle componenti chimiche dell’esplosivo e dell’innesco, depositata il 7 dicembre 1981, confermò oltre ogni dubbio la volontà stragista degli attentatori: “I […] componenti dell’ordigno, compound B (una miscela di tipo militare composta da tritolo e T4) e gelatinato, nda] e le modalità di esecuzione consentono di escludere la mancanza del dolo, ovvero la accidentalità del fatto”. Si veda in proposito il paragrafo 1.2.8 della sentenza della Corte d’assise di Bologna pronunciata il 18 luglio 1990. Nell’immediato dell’esplosione, infatti, si parlò – esattamente come per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 – di una caldaia che era saltata per aria. Questa versione, nonostante fosse sostenuta da più fonti ufficiali, compreso il prefetto dell’epoca, Riccardo Boccia, fu smentita nel giro di poche ore.
  • 2. Le date del processo a Mambro, Fioravanti, Gelli, Pazienza, Belmonte e Musumeci.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Le bombe, le condanne, le assoluzioni e il contesto originariamente immaginato”, pag. 30 della 1° edizione – giugno 2018).
    Le tappe del processo:11 luglio 1988, Corte d’assise Bologna; 18 luglio 1990, Corte d’assise d’appello Bologna; 12 febbraio 1992, Corte di Cassazione; 16 maggio 1994, 2° processo della Corte d’Assise d’Appello; 23 novembre 1995, secondo e definitivo processo Corte di Cassazione.
  • 3. Il pervicace tentativo di screditare le dichiarazioni di Sparti.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Le bombe, le condanne, le assoluzioni e il contesto originariamente immaginato”, pag. 31 della 1° edizione – giugno 2018).
    La pretesa secondo cui Massimo Sparti avrebbe mentito è davvero vecchia. Nel 2007 la stessa affermazione è stata ripetuta anche dal figlio Stefano (Riccardo Barlaam, Strage di Bologna. Parla il figlio di Sparti, testimone chiave dell’accusa: «Mio padre ha sempre mentito», «Il Sole 24 Ore», 24 maggio 2007), ma di questo si parlò anche all’epoca dei processi portando tutti i giudici che se ne sono occupati a ritenere autentiche le prime dichiarazioni del malavitoso romano, quelle che accusavano Mambro e Fioravanti. La Corte di Cassazione ha respinto gli argomenti della difesa sulla base di tre argomenti. Fausto De Vecchi, a cui Sparti si era rivolto per i documenti falsi chiesti dai due Nar, confermò che il 4 o 5 agosto si era sentito formulare proprio quella richiesta: “Determinante, nell’ambito di tale ricerca, è stata la deposizione resa da Fausto De Vecchi: costui non solo confermò che Sparti si era a lui rivolto per ottenere quei documenti, ma offrì riscontri su tutte le circostanze essenziali. De Vecchi confermò che la richiesta gli fu fatta o il 4 o il 5 agosto 1980; essa aveva ad oggetto la preparazione di due documenti falsi, una patente ed una carta di identità; e soprattutto, ribadì che Sparti a lui aveva sottolineato la particolare premura che aveva nel dover consegnare quei documenti a chi glieli aveva chiesti” (Cass. 23 nov. 1997). Gli stessi Mambro e Fioravanti hanno ammesso di aver domandato, nella primavera del 1980, due documenti falsi a Sparti per due esponenti dell’estremismo di destra, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi. È un classico esempio dell’ambiguità delle traiettorie dichiarative di Mambro e Fioravanti che, dopo le parole di De Vecchi, non potevano negare di aver chiesto i documenti a Sparti. Hanno, quindi, riferito che li cercavano per Fiore e Adinolfi; senonché costoro, prima della strage, non erano nemmeno ricercati, mentre dopo, erano ricercati soprattutto da Fioravanti che … li voleva uccidere, altro che procurare dei documenti! Quanto al periodo in cui chiesero i documenti a Sparti valga quello che ha scritto la Cassazione: “La stessa Mambro, nel successivo interrogatorio del 21.12.1985, […] rivelò che […] allorquando doveva venire a Roma, dopo la strage, aveva bisogno di un documento falso; pertanto era stata la stessa imputata ad ammettere che il bisogno di un documento falso era sorto in occasione di uno spostamento a Roma. dopo il 2 agosto 1980. Un altro, oggettivo riscontro, è rappresentato dal fatto, che […] sia Valerio Fioravanti che Francesca Mambro avevano ammesso di essersi trovati a Roma il 5.8.1980 giorno in cui entrambi avevano partecipato alla rapina in piazza Menenio Agrippa. Viceversa, era stato accertato che soltanto dopo il 2 agosto 1980 Francesca Mambro aveva avvertito la necessità di disporre di un documento falso. Infatti, nella notte del 4 l’imputata era stata ospitata da Stefano Soderini e soltanto il 5 agosto, cioè dopo aver ottenuto dallo Sparti i documenti richiesti, si era presentata presso l’albergo – Cicerone – di Roma”. Corte cass. Sez Un. 23 nov. 1997″.)
  • 4. Il convegno del 1965 dell’istituto Pollio.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Le bombe, le condanne, le assoluzioni e il contesto originariamente immaginato”, pag. 31 della 1° edizione – giugno 2018).
    L’impostazione originaria dell’accusa partiva da un convegno promosso nel 1965 dall’Istituto Pollio presso il Parco dei Principi a Roma. Il convegno, finanziato dall’Ufficio Rei del Sifar, diretto dal colonnello Renzo Rocca, poi morto suicida, ebbe fra i relatori esponenti di primo piano del mondo sia del neofascismo che dell’eversione, come Giorgio Pisanò, Guido Giannettini, Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino. Fu considerato il momento di elaborazione ideativa della strategia della tensione e la strage del 2 agosto è stata proposta come l’ultimo atto di quella strategia.
  • 5. Freda e Ventura assolti, ma poi ritenuti responsabili della strage di Piazza Fontana.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Le bombe, le condanne, le assoluzioni e il contesto originariamente immaginato”, pag. 31 della 1° edizione – giugno 2018).
    Freda e Ventura furono formalmente assolti, ma, poi, implicitamente ritenuti responsabili della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 nella sentenza della Cassazione del 2005. In quel procedimento, tuttavia, non erano tra gli imputati e non possono più essere processati per la bomba di Milano perché erano stati assolti in precedenza per lo stesso reato.
  • 6. Fachini, il colonnello di O.N., assolto dalla strage del 2 agosto e i suoi rapporti con Fioravanti.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Le bombe, le condanne, le assoluzioni e il contesto originariamente immaginato”, pag. 31 della 1° edizione – giugno 2018).
    Fachini e Fioravanti si conoscevano e si frequentavano e il “colonnello” di On era addirittura informato della strage di Bologna ancor prima che la bomba scoppiasse. Inoltre era in grado di procurare esplosivo T4, lo stesso che fu utilizzato per l’ordigno esploso alla stazione di Bologna. Tuttavia, il fatto che fosse a conoscenza dell’attentato che si andava preparando (non era l’unico, come si vedrà) non dimostra che vi abbia partecipato, soprattutto se si tiene conto della differenza con la posizione di Luigi Ciavardini, le cui informazioni – luogo e ora dello scoppio – erano precise. La sentenza della Cassazione giudica la consapevolezza dell’attentato imminente “insufficiente per la formazione di un convincimento di certezza sulla partecipazione di entrambi gli imputati (Fachini e Rinani n.d.a.) all’esecuzione o alla preparazione della strage, per il semplice fatto che nessun altro elemento era stato acquisito per dimostrare che quella conoscenza era sintomatica, in via esclusiva, della loro partecipazione a quel delitto”Cass. Sez. Un. 23 nov. 1997. Inoltre, ritiene che l’ipotesi che gli stragisti potessero procurarsi l’esplosivo da fonti diverse dagli ordinovisti veneti non sia il frutto di “astratte, arbitrarie, o suggestive congetture, ma […] delle rivelazioni che Cristiano Fioravanti aveva fatto agli inquirenti dopo aver manifestato il suo proposito di collaborare con gli stessi per la ricerca della verità. Infatti, Cristiano Fioravanti aveva indicato quali erano stati i giovani aderenti ai N.A.R. che erano riusciti a recuperare, nelle acque di Ponza, da alcune mine dell’ultima guerra, il T4, sia pure in non rilevanti quantità. Pertanto, si sottrae alle dedotte censure la sentenza impugnata allorquando rileva che “l’accesso al T4 era un’evenienza aperta ad un numero non ristretto di persone”, e che tale circostanza non accresceva, ma disperdeva in un ampio ventaglio di ipotesi la valenza intrinseca di un indizio che intanto aveva la stessa ragion d’essere solo in quanto si fosse potuto dimostrare che Fachini, più di ogni altro appartenente ai gruppi eversivi della destra, operanti in Italia in quel periodo, era in grado di procurare quel particolare tipo di esplosivo”.
    Per quanto riguarda l’esplosivo, poi, i giudici della Cassazione hanno ritenuto che, considerata la quantità di T4, «chiunque avesse imboccato la strada dell’attuazione di una strategia terroristica, e non solo Fachini, sarebbe stato in grado di provvedere alla reperibilità dell’esplosivo».
  • 7. Il ricorrente tentativo di accreditare la falsa pista palestinese.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Le bombe, le condanne, le assoluzioni e il contesto originariamente immaginato”, pag. 31 della 1° edizione – giugno 2018).
    Secondo un’ipotesi emersa almeno per sommi capi nell’immediato della strage, scartata ai tempi e divenuta di nuovo oggetto d’indagine dal 2005 al 2015, quando è stata definitivamente archiviata dal Gip Bruno Giangiacomo, la strage di Bologna sarebbe ascrivibile al terrorista Carlos, che, per conto di organizzazioni palestinesi, avrebbe vendicato la violazione del cosiddetto Lodo Moro da parte dello Stato italiano. Si tratterebbe di un accordo che avrebbe consentito ai palestinesi di transitare sul territorio nazionale trasportando armi, in cambio di un impegno a tenere indenne l’Italia da azioni terroristiche. In realtà non vi è nulla che legittimi un simile sospetto. Innanzitutto, non vi è nessun riscontro documentale (né avrebbe potuto esserci) del Lodo Moro; quanti ne avevano ipotizzato l’esistenza, hanno, poi, parlato di mere congetture (cfr. dich. Presidente Cossiga) e, soprattutto, non si vede come, in mancanza di una rivendicazione, l’attentato potesse essere ricondotto alla violazione di fumosi e non dimostrati accordi. Dagli accertamenti svolti si è potuto escludere che, “anche andando oltre le dichiarazioni negative di Carlos, … niente ricollega questo grave episodio criminoso alla pista palestinese …” (ordinanza di archiviazione GIP Bologna). La vicenda sarebbe sorretta dalla presenza a Bologna nella notte fra l’uno e il 2 agosto di tale Thomas Kram, militante o fiancheggiatore della organizzazione terroristica tedesca RZ. Costui, secondo una nota della Stasi, il servizio segreto della ex DDR, sarebbe legato a Carlos. Orbene, tale nota non ha ricevuto alcuna conferma, ma solo chiare smentite (Sentenza Tribunale Stoccarda – la magistratura tedesca non ha mai proceduto nei confronti di Kram per la militanza nel gruppo Carlos – ord. GUP Bologna). Quanto alla presenza di Kram a Bologna, è davvero strana la condotta di un terrorista che prima di mettere una bomba nella stazione di una città, dorme in un albergo del centro esibendo il proprio documento. D’altra parte, Kram ha spiegato che era venuto in Italia per incontrare una amica, come documentato da alcune lettere. La confusione fatta da Kram sulle ragioni per cui non s’incontrarono (il presunto terrorista venne bloccato alla frontiera di Chiasso, così arrivando tardi all’appuntamento con l’amica che, nel frattempo, si era spostata a Firenze o Perugia) pare veramente ininfluente anche solo per ipotizzare una sua qualche compartecipazione in un evento radicalmente assente da ogni sua progettualità precedente o successiva alla strage.
  • 8. Vettore Presilio e la Fonte Tritone.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Una strage annunciata e il c.d. Festival del depistaggio”, pag. 33 della 1° edizione – giugno 2018).
    Vettore Presilio aveva raccolto in carcere uno sfogo di Roberto Rinani con contenuto assolutamente analogo a quelle della fonte Tritone e lo aveva comunicato ancor prima della strage al magistrato di sorveglianza.
  • 9. Il depistaggio Ciolini.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Una strage annunciata e il c.d. Festival del depistaggio”, pag. 33 della 1° edizione – giugno 2018).
    In questa operazione di depistaggio, Gelli viene proposto come uomo di vertice di una sorta di spectre internazionale denominata Loggia Montecarlo. Peraltro, in eccellente compagnia, perché secondo un appunto fatto trovare da Ciolini, fra i fondatori della loggia vi sarebbero stati Giulio Andreotti, Gianni Agnelli, Roberto Calvi, Attilio Monti, Umberto Ortolani (peraltro, indicato come O. Ortolani, laddove il suo nome è Umberto), Angelo Rizzoli. I vertici della Loggia avrebbero commissionato la strage di Bologna a esponenti dell’eversione di destra nazionale, come Stefano Delle Chiaie, e internazionale, come il neonazista Karl Heinz Hoffmann, già al centro dell’operazione depistante denominata “Terrore sui Treni”. Lo scopo della strage sarebbe stato quello di distogliere l’attenzione da operazioni finanziarie dell’Eni.I racconti di Ciolini avrebbero avuto la loro immediata e fisiologica destinazione (il cestino) se non fossero stati corredati da informazioni assolutamente fondate e originali. Forte è il sospetto che alcuni spunti contenuti nelle veline di Ciolini non siano stati nemmeno colti nella loro insidiosa capacità di sfiorare il vero. Sul punto si veda Antonella Beccaria, “Il Faccendiere” ed. Il Saggiatore, cap. “Le rogatorie, le smentite e i messaggi”, con particolare riferimento al “Conto Protezione”, scoperto nel 1993, dopo le dichiarazioni di Silvano Larini, ma aperto presso l’UBS di Ginevra nel 1979. Per certo, le indagini sulla strage furono lungamente paralizzate dall’inseguimento delle rivelazioni di Ciolini. E fu un inseguimento effettivo, perché il Giudice Istruttore, Aldo Gentile, venne lungamente sballottolato fra il Libano e Montecarlo a cercare conferme o smentite.
  • 10. Analogie: il SISDE di Bolzano e l’intervista del col. Spiazzi.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Una strage annunciata e il c.d. Festival del depistaggio”, pag. 33 della 1° edizione – giugno 2018).
    L’informativa del 28 luglio 1980 del SISDE di Bolzano è riportata nel paragrafo 1.6.4 della sentenza Corte d’Assise BO. Ricorda, per i personaggi, certo “Ciccio”, le organizzazioni, i N.A.R. e Terza Posizione, le strategie, fare qualcosa di eclatante, per la fonte, il colonnello Spiazzi, una successiva intervista dello stesso Spiazzi che scatenò l’ira funesta di Fioravanti e di cui ci dovremo occupare in seguito.
  • 11. Le accuse ad Affatigato dopo la strage di Ustica.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Una strage annunciata e il c.d. Festival del depistaggio”, pag. 33 della 1° edizione – giugno 2018).
    Il riferimento è a una comunicazione anonima che sarebbe stata fatta da un giornalista vicino ai servizi segreti con una telefonata all’Ansa di Roma. Il messaggio, a nome dei NAR, arrivò il 28 giugno 1980, il giorno dopo il disastro aereo di Ustica. Si lasciava intuire che la responsabilità del disastro aereo fosse di Marco Affatigato, un noto latitante dell’area neo fascista. Secondo il messaggio, Affatigato era sull’aereo con destinazione Palermo, ove avrebbe dovuto compiere un’azione. L’ipotesi, formulata nel lavoro di Scardova e Bolognesi (“Stragi e mandanti – storie e personaggi – ed. Alberti – 1° ed. 2012”), è che fosse pronto un depistaggio a carico di Affatigato per la strage del 2 agosto. Dopo il disastro di Ustica, la provenienza bolognese del volo avrebbe tratto in inganno i solerti depistatori al servizio della macchina degli inganni e della confusione.L’ipotesi è certamente macchinosa, ma si alimenta di stimoli coerenti alla luce di una misteriosa intervista concessa da Marco Affatigato, nel maggio 1980, al quotidiano “Il Secolo XIX” e pubblicata pochi giorni dopo la strage. Nell’intervista si parlava di una saldatura fra Ordine Nuovo e le BR preannunciando la prosecuzione della azione (intesa come azione congiunta) nei confronti di “magistrati, giornalisti, sedi di partito, rappresentanti della grande industria e parlamentari”. D’altra parte, nel giugno 1980, il colonnello Spiazzi, personaggio ben noto alle cronache dell’eversione di destra (fu implicato nel tentato golpe Borghese, da cui venne assolto dopo una lunga carcerazione), gli avrebbe chiesto di redigere un documento di tipo golpista che, incredibilmente, Affatigato conservava ancora con sé, quando pochi giorni dopo il 2 agosto, venne arrestato a Nizza (cfr. ancora “Stragi e mandanti – storie e personaggi -” ed. Alberti – 1° ed. 2012 di Scardova e Bolognesi).
  • 12. Le tante spine del colonnello Giovannone.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Terrore sui treni” , pag. 35 della 1° edizione – giugno 2018).
    Giovannone al momento della sua morte, era accusato di favoreggiamento e di rivelazione di segreti di Stato nell’ambito dell’istruttoria sulla scomparsa in Libano, avvenuta il 2 settembre 1980 di due giornalisti italiani, Italo Toni e Graziella De Palo, rapiti e probabilmente uccisi da una formazione estremista palestinese senza che a tutt’oggi i loro corpi siano mai stati ritrovati e che sia stato nei fatti rimosso il segreto di Stato, scaduto nel 2014 (nella stessa inchiesta era coinvolto anche Santovito per i depistaggi successivi a quella sparizione). Ma non era tutto. Giovannone infatti era sotto inchiesta anche per i rapporti fra Organizzazione per la liberazione della Palestina e le Brigate rosse. Inoltre nel febbraio 1985 era stato emesso a suo carico un mandato di cattura dal giudice istruttore di Venezia per favoreggiamento aggravato nel traffico di armi e corruzione.
  • 13. Le affinità fra l’esplosivo trovato il 13 gennaio 1981 e quello usato per la strage.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Una strage annunciata e il c.d. Festival del depistaggio”, pag. 38 della 1° edizione – giugno 2018).
    “L’esplosivo gelatinato, stabilizzato con solfato di bario, rinvenuto alla Stazione ferroviaria Centrale di Bologna il 13 gennaio 1981, possiede molti punti di contatto, per caratteristiche di composizione qualitativa, con quello da ritenersi utilizzato a Bologna il 2 agosto 1980 … Quanto al – Compound B (una miscela di tritolo e T4) esso ha natura completamente diversa rispetto alla composizione chimica complessiva dell’esplosivo utilizzato nell’attentato del 2 agosto: nondimeno, una piccola quantità di Compound B potrebbe essere entrata nella composizione della carica esplosiva impiegata per la strage del 2 agosto 1980. A tale conclusione i periti giungono nel formulare le ipotesi giustificative della presenza di T4 nei prodotti residui dell’esplosione avvenuta alla stazione centrale di Bologna”. In tal senso la Sentenza della Corte d’Assise di Bologna, par. 2.3.5, che cita gli esiti della perizia comparativa depositata il 7 dicembre 1981.
  • 14. Le reticenze del colonnello Belmonte.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Quelle tre carrozze provenienti da Taranto”, pag. 39 della 1° edizione – giugno 2018).
    Belmonte ha ammesso il viaggio a Brindisi solo dopo la contestazione di un rapporto dei carabinieri che documentava il volo; quando gli è stata chiesta ragione della presenza del generale Musumeci si è rifugiato in un deve esserci un errore (Pag. 138 Corte d’Assise Roma del 29 luglio 1985). Musumeci ha, viceversa, ammesso la propria presenza, così inducendo il colonnello Belmonte ad allinearsi. (Pag. 140 Corte d’Assise Roma del 29 luglio 1985).
  • 15. Lezioni di depistaggio.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Il mitra di Carminati w quello di Cavallini”, pag. 41 della 1° edizione – giugno 2018).
    Francesco Pazienza, nella sentenza di primo grado sulla strage, è definito il «teorico della disinformazione e il regista dell’articolata manovra di depistaggio». Un teorico che, davanti al giudice istruttore di Firenze, parlò di «opera di disinformazione che, se è calcolata nel tempo, è consuetudinaria, nel senso che per attuare operazioni di un certo genere i servizi segreti si assomigliano tutti. Si mescolano fatti veri con fatti falsi e si opera in maniera tale che nel momento in cui c’è la disinformazione si può battere il tasto su alcuni fatti, ma poi, anche a distanza di anni, si può riprendere il discorso su altri fatti che erano nella prima disinformazione» (cfr. paragrafo 2.3.6.3 sentenza Corte d’Assise BO).
    I difensori di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti hanno preso spunto proprio dalle veline del SISMI per presentare i propri assistiti come vittime del depistaggio dei servizi segreti.
    L’argomento trovava il suo punto di forza in una informativa del Sismi del 24 febbraio 1981 ( l’informativa – cfr. par. 1.2.12. sentenza Corte d’Assise BO -, rispondeva a una richiesta d’informazioni del 15 gennaio 1981 inoltrata dalla Procura di Bologna.), ma in quella velina non c’era solo la descrizione di Giorgio Vale: di lui si diceva anche che era il punto di contatto fra l’organizzazione neofascista Terza Posizione, quella di Mangiameli ucciso da Mambro e Fioravanti, e i gruppi terroristici francesi e tedeschi. Soprattutto, si aggiungeva, che «per l’operazione Terrore sui treni, [Vale] avrebbe appositamente affittato un appartamento a Imperia, via Risso (o Rizzo) n. 11».
    Fu facile accertare che quell’appartamento di Imperia era stato affittato a una persona estranea a qualsiasi trama stragista, eversiva o anche solo deviante. In questo modo, al “calunniato” Vale veniva attribuita una definitiva patente di innocente. I suoi camerati, Fioravanti in primis, potevano con più energia e a dispetto dei vari ergastoli già incassati recitare la parte degli ingenui sognatori dello spontaneismo armato.
    La Corte d’Assise di Bologna non ha ritenuto necessario esprimersi sul tema del concorso dei terroristi neri nella calunnia degli agenti del Sismi né su quello del concorso degli agenti del Sismi nelle vicende di Fioravanti. Ne parlò, viceversa, una parte civile; cfr. nota 121 al paragrafo 2.3.5 sentenza Corte d’Assise BO. Per ciò che riguarda i giudici avrebbe potuto in quel momento delle indagini apparire una fuga in avanti.
    Il compito dei giudici non è quello di scrivere la storia. Devono pronunciarsi solo sui fatti posti alla loro attenzione. Hanno invece risolto correttamente le questioni poste dai difensori di Fioravanti.
    Questioni connesse possono essere affrontate solo se strettamente funzionali a motivare le scelte dei giudici sui fatti oggetto di giudizio. Nel caso di specie, così scrivono i giudici bolognesi: “Osserva la Corte delle due l’una: o l’operazione valigia nasce da un concorso operativo fra il SISMI deviato ed il gruppo Fioravanti, cioè, fra il Musumeci ed il Belmonte da una parte ed il Fioravanti ed il Cavallini dall’altra; ovvero è frutto della sola attività del SISMI deviato (che comunque si procurò armi ed esplosivo presso terroristi di destra). La Corte non è impegnata a sciogliere questo dilemma, essendo stati Musumeci ed il Belmonte già giudicati a Roma per l’illecito trasporto, e non essendo il Fioravanti ed il Cavallini, allo stato, imputati in tale delitto. Qui occorre rilevare che, in un caso come nell’altro gli elementi sopra considerati non appaiono idonei a supportare la tesi difensiva di cui si è detto (ovvero l’argomento secondo cui il SISMI avrebbe voluto calunniare Fioravanti e Cavallini, con ciò dimostrando la innocenza del primo dal delitto di strage n.d.a.). Invero, supponendo il duo Musumeci-Belmonte concorrente con il duo Fioravanti-Cavallini nella spedizione della valigia, proveniente dal covo di Taranto, si deve necessariamente ipotizzare un vincolo di omertà fra tutti, per via dell’inconfessabilità del contatto per gli uni e per gli altri, e , comunque, dell’assoggettamento di ciascuno alla prospettiva di essere immediatamente chiamato in causa dalla controparte, nei cui confronti avesse eventualmente violato quel patto di omertà. Si supponga, invece, che il Fioravanti ed il Cavallini non abbiano partecipato all’operazione della valigia. In tal caso, se si fosse voluto criminalizzarli, non si vede perché non li si sarebbe inseriti, esplicitamente, con l’indicazione di nome e cognome, in una falsa informativa, come si è fatto per …” cfr. paragrafo 2.3.5 sentenza Corte d’Assise BO.
  • 16. La Corte d’Assise d’Appello esclude che il mitra di Carminati potesse essere quello utilizzato per il depistaggio Terrore sui Treni.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Il mitra di Carminati e quello di Cavallini”, pag. 41 della 1° edizione – giugno 2018).
    “Deve escludersi, con tutta tranquillità, che l’arma adoperata nell’ambito del depistaggio effettuato tramite la collocazione della menzionata valigia sul treno per Milano il 13 gennaio 1981 fosse una di quelle presenti nel ricordato deposito di armi, così come descritta dall’Abbatino e dagli altri soggetti esaminati nel corso del presente giudizio.”, così scrive la Corte d’Assise d’Appello di Bologna, non mancando di manifestare la propria sorpresa per il fatto che non fosse mai stata fatta “nei lunghi anni in cui si è dipanata l’attività istruttoria, per ragioni che sfuggono alla comprensione di questo collegio, una formale ricognizione di cose, come prevista dall’art. 361 c.p.p. 1930”. Succede, così, che, nel 2002, il mitra messo nella valigia del treno per Milano viene mostrato per la prima volta dal vivo ai testi che avevano parlato delle armi detenute da Carminati nel covo di armi allestito dalla banda della Magliana in Roma nei locali del Ministero della Sanità. Fino ad allora, ci si era basati su una ricognizione fotografica. Senonché, esaminando dal vivo il mitra, emergono, evidenti, le differenze fra il mitra sequestrato il 13 gennaio 1981 e quello descritto dai testi con riferimento alle armi detenute da Carminati nei locali del Ministero della Sanità.
    In particolare il mitra messo nella valigia aveva la canna segata tanto da essere privo del mirino, circostanza mai riferita dai testi e il rifacimento del calcio era stato fatto in modo molto preciso e non con una approssimativa e evidente tecnica artigianale cfr. pag. 41-42-43 Sentenza Corte d’Assise d’Appello Bologna del 21 dicembre 2001.
  • 17. “Ma chi è questo Titta?”.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “L’anello di Titta e la macchina di Belmonte” , pag. 44 della 1° edizione – giugno 2018).
    Le vicende Kappler e Cirillo consentono oggi di dire che il Sismi, nelle operazioni Zeta utilizzava l’Anello per le operazioni che avrebbero potuto mettere a rischio di ricatto gli apparati ufficiali dello Stato e Terrore sui treni, secondo i giudici bolognesi, si caratterizza proprio per «l’assoggettamento a ricatto» a cui si erano esposti i dirigenti del Sismi.
    La condotta di Belmonte nel depistaggio del 2 agosto non ha quindi solo delle assonanze con quella tenuta in occasione del sequestro Cirillo. Si pensi solo alle parole di altro ufficiale del Sismi, il colonnello Bruno Di Murro, l’amministratore, quando spiegò che le due operazioni avevano un’unica catalogazione: operazioni Z (Corte d’Assise BO paragrafo 1.11.4.13 sentenza). Il generale Musumeci, sul punto, ha taciuto.
    Il suo silenzio è in straripante compagnia. Per quasi mezzo secolo l’Anello è intervenuto nei più beceri meandri della vita politica, finanziaria e criminale d’Italia. Solo nel 1981, si è sentito parlare vagamente di Titta. «Chi è questo Titta, che faccia ha, dove opera, che ruolo ha nel nostro Paese?» furono gli interrogativi lanciati da un deputato in Parlamento dopo la liberazione di Cirillo (“L’Anello della Repubblica” – Stefania Limiti, ed. Chiarelettere 2009, pag. 246). Per saperlo bisognerà attendere il rinvenimento casuale dei cosiddetti “faldoni del Viminale”, nel 1996. Eppure la P2 e Gladio erano emerse da tempo (rispettivamente nel 1981 e nel 1990). Licio Gelli, nel febbraio 2010, ha dichiarato: «Io avevo la P2, Cossiga aveva la Gladio e Andreotti l’Anello». Si potrebbe pensare a una contrapposizione fra i tre apparati. Semplicistico e improbabile perché, come visto nel caso Cirillo, fu l’ala piduista del Sismi, quella diretta da Musumeci, a introdurre Titta e utilizzarne i servigi.
    L’assordante silenzio del generale del Sismi ha accomunato tutti coloro che avrebbero potuto parlare. Belmonte, ad esempio, non può negare di essere entrato nel carcere di Ascoli con Titta. Se la cava dicendo del suo compagno di viaggio verso Ascoli Piceno che era un solo collaboratore esterno del Sismi (Corte d’Assise BO paragrafo 1.11.4.12 sentenza). Niente affatto. Titta era il capo di un autonomo apparato d’intelligence che operava in modo coordinato con il servizio militare.
    Inoltre il generale Adalberto Mei, vicedirettore del Sismi, conosceva Titta perché lo aveva incontrato nel settembre 1980, all’hotel Excelsior di Firenze assieme a Federigo Mannucci Benincasa (In tal senso “L’Anello della Repubblica” – Stefania Limiti, ed. Chiarelettere 2009, pag. 257 che cita le dichiarazioni di Federigo Mannucci Benincasa il 20 aprile 2002 ai carabinieri del ROS), storico e discusso capocentro nel capoluogo toscano dalle cui dichiarazioni ai ROS, per come citate dalla consulenza Giannulli, «emerge che il nome della struttura in questione sarebbe stato Anello (o, per lo meno, così l’avrebbe indicata Titta – cap. 1, pag. 3 consulenza Giannulli)». Solo nel 1999, Mei lascia intendere ai carabinieri del Ros i suoi sospetti sul coinvolgimento del capo del Noto servizio nel Supersismi (Nota 35 “L’Anello della Repubblica” – Stefania Limiti, ed. Chiarelettere 2009, pag. 281.) e non c’è dubbio che il tema del Supersismi – un gruppo di gestione del servizio militare a guida piduista – sia stato uno dei temi dominanti del processo della strage del 2 agosto. Di queste valutazioni del generale Mei, che sembrerebbero coinvolgere Titta, non c’è traccia in quel processo. Vi è traccia, invece, di una visione minimalista del Supersismi: Francesco Pazienza, nelle sue acrobazie dialettiche, «rivendicava l’ideazione della struttura cosiddetta – Superesse -, la quale si sarebbe identificata con la sua persona e avrebbe svolto l’attività ‘Z’, da ‘zip’ (termine che nel gergo commerciale statunitense significa veloce e viene riferito alle operazioni che vanno compiute velocissimamente – Corte d’Assise BO paragrafo 1.11.4.10 sentenza -)».
    Non è così. Il colonnello Di Murro ha detto quali fossero le operazioni Z e Pazienza non vi ha avuto ruoli operativi. Sembrerebbe, quindi, che millanti, ma non è una millanteria fine a se stessa perché maschera l’esistenza di una struttura, quella che si faceva carico delle operazioni Z, che affiancò Musumeci e Belmonte nelle vicende del sequestro Cirillo e della collocazione di armi e esplosivi sul treno Taranto-Milano. Il Supersismi non era una «sigla tirata fuori da Francesco Pazienza in uno dei tanti memoriali» (Repubblica 15 marzo 1986), come sostennero i giudici d’appello di Roma che, nella dialettica processuale, osservarono una realtà che, monca, è sembrata solo struttura autoreferenziale sfruttata da personaggi coinvolti in storie finanziarie, politiche e criminali torbide. In verità lo spessore del Supersismi andava tarato tenendo conto delle operazioni (le Z) svolte sul campo e degli individui a cui appartenevano le mani sporcate al posto del Sismi ufficiale.
  • 18. Le acrobazie di Fioravanti per giustificare l’omicidio Mangiameli.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Dalla Sicilia a Taranto”, pag. 46 della 1° edizione – giugno 2018).
    Valerio Fioravanti, parlando col fratello Cristiano, in un primo momento, motivò l’omicidio attribuendolo a una somma di cui Mangiameli si sarebbe impossessato; ritornò sui suoi passi, quando disse che bisognava ammazzare anche la moglie e la figlia. Spiegò, quindi, al fratello che la moglie e la figlia avevano sentito discorsi relativi all’omicidio Mattarella. Sul punto, la sentenza ha gioco facile nel rilevare: a) Mangiameli non avrebbe potuto parlare delle responsabilità di Fioravanti nell’omicidio Mattarella senza scoprire le proprie; b) fra l’omicidio Mattarella e l’omicidio Mangiameli trascorsero 10 mesi; c) quando alla fine di luglio Mambro e Fioravanti si allontanarono dalla Sicilia, nulla lasciava presagire il successivo omicidio.
    D’altra parte, era lo stesso volantino di Terza Posizione a legare l’omicidio Mangiameli alla strage: «la barbara eliminazione di Francesco Mangiameli […] è da inquadrare all’interno della più infida delle trame che avviluppano l’Italia, quella di Stato. Gli assassini che hanno colpito Francesco, e che hanno cercato di far scomparire il cadavere, sono certo mossi dalla volontà di trascinare a ogni costo Terza posizione nella inchiesta sulla strage».
  • 19. Le dichiarazioni di Addis sull’appartamento di Taranto.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Dalla Sicilia a Taranto”, pag. 49 della 1° edizione – giugno 2018).
    Le dichiarazioni di Addis hanno avuto un andamento ondivago. La deposizione su cui ci si è basata la Corte d’Assise è quella resa il 26 nov. 1984 al giudice istruttore. Altre deposizioni sono artificialmente orientate a favorire l’alibi di Fioravanti e Mambro e sono demolite dalle varie sentenze. D’altra parte anche le altre deposizioni confermano il rapporto con Mangiameli e l’affitto dell’appartamento di Taranto come avvenuto nel luglio 1980. La circostanza che sia stato affittato su impulso di Mangiameli è confermata anche dalla vedova di Mangiameli, Rosaria Amico – cfr. pag. 717 Sentenza Ordinanza Giudice Istruttore Palermo processo Greco + 18 relativa agli omicidi Reina, Mattarella, La Torre, Di Salvo. L’appartamento venne affittato in località Gandoli di Leporano, nell’immediata periferia di Taranto, a nome di Angelo Pagi (Corte d’Assise BO paragrafo 2.2.5.4 sentenza).
  • 20. I processi a Picciafuoco.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “L’enigma Picciafuoco” , pag. 54 della 1° edizione – giugno 2018).
    Queste le scansioni della vicenda giudiziaria di Picciafuoco:11 luglio 1988, Corte d’assise Bologna: condanna all’ergastolo: 18 luglio 1990, Corte d’assise d’appello di Bologna: assoluzione; 12 febbraio 1992, Corte di Cassazione: annulla l’assoluzione con rinvio; 16 maggio 1994, secondo processo avanti la Corte d’Assise d’Appello: condanna all’ergastolo; 23 novembre 1995, secondo processo Corte di Cassazione: annulla con rinvio la condanna; 18 giugno 1996, Corte d’Assise d’Appello di Firenze: assoluzione.
  • 21. I viaggi di Picciafuoco fra Modena e Bologna.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “L’enigma Picciafuoco” , pag. 54 della 1° edizione – giugno 2018).
    Secondo il proprio racconto, Picciafuoco si trovava a Modena e sarebbe dovuto andare a Milano. Avendo perso il treno, aveva raggiunto con un taxi Bologna per prendere un treno dal capoluogo. Inutile dire che nessun tassista ha ricordato una simile corsa, mente sull’orario dei treni e, quanto ai motivi per cui sarebbe dovuto andare a Milano, i giudici che se ne sono occupati hanno avuto molto da dire (Corte d’Assise BO paragrafo 2.1.2.6.1 sentenza).
    Secondo la Corte d’Assise di Bologna, infatti, i motivi erano di «natura tale da non poter essere rilevati: ciò avrebbe potuto giustificare l’iniziale riserbo, ma non la perseveranza nel non voler spiegare le ragioni».
  • 22. Fioravanti disserta sull’uso dei documenti falsi.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “L’enigma Picciafuoco” , pag. 55 della 1° edizione – giugno 2018).
    Sul tema dell’uso di passaporti falsi recanti un numero di serie autentico ha tenuto una dotta lezione Fioravanti. Ha spiegato che, al fine di evitare che un controllo di polizia potesse smascherare immediatamente un documento interamente falsificato, ovvero rubato, era necessario usarne uno che riportasse i dati essenziali (principalmente, il numero di serie, ma, ove possibile, anche il nome del titolare) di un corrispondente documento autentico appartenente a persona insospettabile, non ricercata e, nello stesso tempo, conosciuta dal fruitore del documento falso o da qualcun altro del suo ambiente; in tal modo quella persona avrebbe potuto facilmente essere tenuta sotto controllo; con tempestività si sarebbe venuti a conoscenza degli eventuali guai in cui quella fosse incorsa; di conseguenza, gli interessati sarebbero stati pronti a fronteggiare la nuova situazione, per lo più abbandonando subito l’uso del documento divenuto insicuro.
  • 23. I falsi documenti spediti da Vienna e la responsabilità di Picciafuoco.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “L’enigma Picciafuoco” , pag. 55 della 1° edizione – giugno 2018).
    Decisive per individuare Picciafuoco come il responsabile della spedizione furono una perizia grafica e la circostanza che, al momento della spedizione, Picciafuoco era a Vienna. Corte d’Assise d’Appello BO del 16 maggio 1994 – Cap. 7° paragrafo 3.2 sentenza.
  • 24. I rapporti fra Picciafuoco e i NAR.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “L’enigma Picciafuoco” , pag. 55 della 1° edizione – giugno 2018).
    Tutti i documenti che legano Picciafuoco ai NAR sono successivi alla strage: il passaporto falso intestato a Pierantoni, che, attraverso il numero, riconduce a Burgia è stato sequestrato l’1 aprile 1981; sul punto si deve osservare che con il passaporto è sequestrata una carta d’identità con la stessa intestazione che risulta compilata su un modulo appartenente ad uno stock rubato a Roma il 9 febbraio 1981(Corte d’Assise d’Appello BO del 16 maggio 1994 – Cap. 7° paragrafo 3.3 sentenza). I documenti spediti da Vienna che, attraverso il numero riconducono ancora a Burgia e a Petrone, arrivarono al fermo posta di Roma il 26 gennaio 1981 (Corte d’Assise d’Appello BO del 16 maggio 1994 – Cap. 7° paragrafo 3.2 sentenza). Infine l’annotazione di Picciafuoco nell’agenda di Cavallini risale alla fine del 1982 (Corte d’Assise d’Appello BO del 16 maggio 1994 – Cap. 7° paragrafo 4 sentenza).
  • 25. Il ruolo di Picciafuoco nelle sentenze.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “L’enigma Picciafuoco” , pag. 55 della 1° edizione – giugno 2018).
    I giudici di primo grado hanno fornito l’unica risposta possibile sulle ragioni della presenza di Picciafuoco sul luogo della strage: la presenza sul luogo della strage di Fioravanti, Mambro, Picciafuoco (e Ciavardini, giudicato in un altro processo) è talmente eloquente da rendere superflua ogni ricerca sui ruoli dei singoli (Corte d’Assise BO paragrafo 2.1.2.12 sentenza). La Corte d’Assise d’Appello del 16 maggio 1994 ha, invece, ipotizzato che Picciafuoco svolgesse un ruolo di palo (Un palo sarebbe stato indispensabile per evitare che Mambro, Fioravanti e Ciavardini venissero “sorpresi e bloccati durante l’esecuzione del crimine o immediatamente dopo sulla via della ritirata” Corte d’Assise d’Appello BO del 16 maggio 1994 – Cap. 7° paragrafo 8 sentenza). Tuttavia, su tale ipotesi la Corte di Cassazione (23 novembre 1995) ha manifestato perplessità: “Né il primo giudice né la sentenza impugnata, pur dopo aver privilegiato l’ipotesi secondo la quale Picciafuoco avrebbe svolto in quell’impresa delittuosa un ruolo più consono alla sua esperienza personale cioè quello del “palo”, non hanno esaminato se tale ruolo si poteva conciliare, almeno sul piano della conseguenzialità logica, con un attentato terroristico che era stato predisposto proprio in modo che con i suoi terribili effetti nessuna fonte informativa avrebbe potuto ridimensionare: rappresentare l’intervento di Picciafuoco come quello dell’emissario dell’organizzazione, dotato di poteri e funzioni esplorative in relazione alla constatazione del modo con il quale quel disegno criminoso si era realizzato, imponeva almeno di ricercare, sia pure attraverso il soccorso della logica, le ragioni per le quali un latitante aveva accettato quell’incarico fiduciario che non era dissociabile da un duplice rischio: quello di veder finire la propria latitanza e quello, ancor più grave, di esporre a serio pericolo la propria incolumità personale” (Cassazione, 23 novembre 1995).
  • 26. Il tenore di vita di Picciafuoco secondo la Corte d’Assise di Bologna.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “L’enigma Picciafuoco” , pag. 56 della 1° edizione – giugno 2018)..
    Picciafuoco “Non vive affatto di espedienti, di piccoli furti, di piccole truffe. Viaggia continuamente attraverso la penisola servendosi anche del mezzo aereo e varca sovente il confine. Frequenta luoghi come Saint – Moritz, Vienna, Taormina. Conduce vita dispendiosa, avendo notevole disponibilità di denaro … Sono annotati undici pernottamenti di Picciafuoco in alberghi bolognesi: in due casi soltanto egli alloggiò in alberghi di seconda categoria; negli altri nove casi, presso il Crest Hotel, di prima categoria” Corte d’Assise BO paragrafo 2.1.2.7 sentenza).
  • 27. Sul momento in cui divenne noto il potenziale coinvolgimento di Picciafuoco nella strage di Bologna.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “L’enigma Picciafuoco” , pag. 57 della 1° edizione – giugno 2018).
    Quanto alla possibilità che la pubblicità della sua posizione smascherasse Picciafuoco agli occhi dei Nar, occorre rilevare che il Vailati che si era fatto controllare al Maggiore il giorno della strage, venne identificato come Picciafuoco nel gennaio 1981. E, infatti, in quel periodo troviamo il nostro prudentemente a Vienna. La concreta possibilità di un suo coinvolgimento nell’azione delittuosa emerse solo con il rapporto della Digos del 7 ottobre 1983, quando si scoprì che il suo nome figurava nell’elenco degli estremisti di destra contenuto nell’agenda di Cavallini e vennero fatti gli accertamenti sui taxisti che lo avrebbero portato da Modena a Bologna (Corte d’Assise d’Appello BO del 16 maggio 1994 – Cap. 7° paragrafo 4 sentenza).
  • 28. Una incursione in Paraguay.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Le strategie di Fioravanti, di Mangiameli e di Gelli”, pag. 65 della 1° edizione – giugno 2018).
    Sulle triangolazioni che uniscono Gelli, Fioravanti e altri militanti dell’estrema destra va calato un fatto portato alla luce dall’Associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980. Lo si rintraccia nei documentati presentati in procura a proposito dei mandanti della bomba e da qui si evince che, nel 1984, il capo della P2 era ad Assuncion, in Paraguay, ospite dal leader ordinovista Elio Massagrande e che, tramite ques’ultimo, i neofascisti Paolo Marchetti e Rita Stimamiglio avevano manifestato la volontà di incontrare lo stesso Gelli. Sono sempre loro, Marchetti e Stimamiglio, che nei mesi successivi alla strage ospitano a Padova, Fioravanti e Mambro.
  • 29. Rapporti fra NAR, servizi piduisti e mafiosi.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Verità indicibili”, pag. 66 della 1° edizione – giugno 2018).
    Sui contatti fra i NAR, Terza Posizione e i servizi segreti si aggiunga che quando Giuseppe Dimitri, uno dei capi di Terza posizione, venne arrestato aveva un dossier dei servizi segreti sul Kgb (Cfr. voce Wikipedia “Terza Posizione”) che gli avrebbe fornito Stefano Delle Chiaie affinché venisse pubblicato su una rivista d’area. E, ancora, nella deposizione (gennaio 2014) del boss pentito di Altofonte, Francesco Di Carlo, si è saputo dei suoi rapporti con il generale Giuseppe Santovito (Il Fatto Quotidiano 30 gennaio 2014), il capo di quel servizio segreto militare che, prima della strage, si preoccupa di «precostituirsi un rapporto fiduciario da utilizzare al momento opportuno» e dopo lo utilizza per il depistaggio.
  • 30. Le fonti del colonnello Spiazzi.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Verità indicibili”, pag. 66 della 1° edizione – giugno 2018).
    Il colonnello Spiazzi ha riferito di aver assunto le sue informazioni da Fiore e ha escluso di aver avuto rapporti con Mangiameli (Corte d’Assise BO paragrafo 1.6.4.2 sentenza). In realtà, la Corte d’Assise d’Appello Bologna nel processo contro Ciavardini, paragrafo 2.2 smentisce Spiazzi, sostenendo che, il 17 luglio, vi fu un incontro a Roma fra Spiazzi e Mangiameli.
  • 31. I contatti di Delle Chiaie con lo 007 Labruna.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Verità indicibili”, pag. 67 della 1° edizione – giugno 2018).
    Sul punto così scrive la Corte d’Assise BO paragrafo 2.4.4.4.1 sentenza: “Il prevenuto (riferito a Delle Chiaie n.d.a.) darà conto del suo contatto barcellonese col Labruna soltanto nell’intervista concessa a Romano Cantore e comparsa sul settimanale Panorama del 4 maggio 1976. Non lo farà, cioè, se non dopo che quel contatto era emerso nel procedimento sulla strage di piazza Fontana ed era rimbalzato sugli organi di stampa. L’incontro col Labruna, che non dava certamente lustro all’immagine dell’ideologo e del rivoluzionario puro cara al Delle Chiaie, era ormai di dominio pubblico”.
  • 32. Il riferimento ai giovani estremisti contenuto nel pensiero di Mangiameli.
    (Nota con riferimento al capitolo 2 – La Strage di Bologna – paragrafo “Verità indicibili”, pag. 66 della 1° edizione – giugno 2018).
    Secondo il pensiero di Mangiameli, per come riferito da Volo, i servizi segreti si sarebbero avvalsi di provocatori quali Signorelli, Facchini (sic) e Affatigato che, a loro volta, avrebbero utilizzato dei giovani estremisti (Corte d’Assise BO paragrafo 2.1.2.5.5 sentenza). Se si sostituiscono Mambro e Fioravanti a Signorelli e Fachini (si ricorda che, nel momento delle dichiarazioni Fioravanti aveva appena assassinato Mangiameli e la prudenza di Volo è … quasi comprensibile!) si noterà che si ricalca lo schema che aveva proposto una parte civile nella discussione finale, laddove ipotizzava per Picciafuoco il ruolo di controllore dell’operato dei minorenni nel collocare la bomba.